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Acqua S.p.A.

LIBERAL BIMESTRALE
di Jane S. Shaw e Carlo Stagnaro
Liberal n. 27 - Dicembre 2004-Gennaio 2005

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cop27Tra tutte le risorse conosciute, l’acqua è la meno scarsa. D’acqua sono coperti oltre i due terzi della superficie del nostro pianeta. Eppure, ogni giorno molti soffrono per la mancanza d’acqua, e perfino le nazioni sviluppate e ricche spesso debbono affrontare crisi idriche. Per sopravvivere, gli esseri umani non hanno bisogno di acqua punto e basta: serve acqua potabile e serve averla nei luoghi giusti. Le popolazioni dell’Africa sub-sahariana non si curano molto del fatto che nell’Oceano Pacifico vi siano milioni di ettolitri d’acqua salata, gratis. Essi vogliono acqua potabile e la vogliono laddove spendono la loro esistenza. Anche per gli scopi agricoli occorre acqua ragionevolmente pulita. L’acqua dei mari uccide le piante, non le aiuta a crescere. Rispondere alla sfida dell’acqua implica capire, primo come si può rendere l’acqua utile a molti usi, tra cui dissetarsi, e secondo come la si può spostare da dov’è a dove è richiesta. Se non si affrontano queste due sfide, l’acqua non è una risorsa: è una cosa inutile. La soluzione a tali problemi è sbarrata da un fraintendimento cruciale. Molti considerano l’acqua come un «bene comune dell’umanità»: è il caso, ad esempio, della scrittrice indiana Vandana Shiva. Per lei, sebbene alcune risorse possano essere lasciate al mercato, l’acqua è troppo preziosa per essere comprata e venduta: «I presupposti del mercato non vedono i limiti ecologici imposti dal ciclo dell’acqua né quelli economici posti dalla povertà. L’ipersfruttamento dell’acqua e la distruzione del suo ciclo creano una scarsità assoluta cui i mercati non sono in grado di rimediare con altre merci. L’idea di sostituzione è in effetti il perno della logica della mercificazione... [ma] quando l’acqua scompare non ci sono alternative»(1). Shiva ha ragione solo in un senso: rendere l’acqua potabile e trasportarla nei posti giusti ha un costo; quindi la povertà pone un limite al suo consumo. Di conseguenza, il primo nodo da sciogliere è come sospingere i poveri sulla strada della crescita economica: cioè, sbarazzarsi della povertà. Quando gli africani, gli indiani e gli altri popoli del mondo saranno ricchi come gli europei e gli americani, potranno sostenere i costi di trasporto e potabilizzazione dell’acqua e l’acqua non sarà più un problema.
Ma la visione di Shiva che l’acqua sia troppo importante per essere commercializzata conduce a una cascata di problemi. Quando il governo tiene l’acqua sotto controllo in quanto «bene comune», quasi sempre le assegna un prezzo troppo basso. Questo risulta in un uso eccessivo, che rende l’acqua ancor più scarsa. Come sottolinea l’economista Peter Emerson, «per lo più l’acqua è percepita come un bene gratuito e liberamente accessibile... e la gente non è responsabile delle decisioni che prende. Si limita a usare l’acqua senza considerare come tale uso possa influenzare gli usi da parte di altra gente»(2). L’iperconsumo d’acqua si spiega col fatto che i prezzi sono irrealisticamente bassi. Che i governi vogliano soddisfare gruppi politicamente potenti o che desiderino essere «equi» verso i poveri, i loro controlli sui prezzi distorcono i mercati dell’acqua. Molti governi addirittura pretendono che l’acqua sia proprietà dello Stato, e impongono che sia lo Stato a gestirla. Ma i prezzi bassi incoraggiano la gente a consumarne anche quando non ne ha bisogno. Come affermano Terry L. Anderson e Pamela Snyder, «ciò che è visto come un uso inefficiente o uno spreco d’acqua nelle aree rurali e urbane è semplicemente la risposta razionale degli utenti ai prezzi bassi. Quando l’acqua per bagnare i giardini scivola nelle cunette per la pioggia, o quando l’acqua irrigua erode la terra senza raggiungere le radici delle piante, è facile dire che gli utenti sono spreconi. Ma possono permetterselo solo quando l’acqua è a buon prezzo. In agricoltura, se l’acqua costasse di più, probabilmente se ne userebbe di meno per ogni singola pianta, prenderebbero piede nuove tecnologie d’irrigazione o pratiche d’impiego dell’acqua e si affermerebbero colture diverse»(3). In assenza di controllo dei prezzi e altre restrizioni volute dal governo, vedremmo formarsi un mercato dell’acqua, che riverbererebbe nei cambiamenti dei prezzi di tale bene. C’è una domanda (la gente che vuole acqua potabile) e c’è un tentativo di proporre un’offerta (gli imprenditori desiderosi di cimentarsi col business dell’acqua). Il libero mercato provvede la struttura d’incentivi più efficiente per lasciare che l’offerta e la domanda s’incontrino. In condizioni di mercato, i prezzi dell’acqua sarebbero più alti dove e quando l’acqua potabile è più scarsa (per esempio, nelle aree desertiche e/o durante le stagioni calde), e questi prezzi più alti incentiverebbero un consumo più saggio e accorto. L’evidenza di molti luoghi dove i prezzi sono stati lasciati liberi di mutare confermano questa idea. Per esempio, secondo uno studio condotto in sei regioni degli Stati Uniti, un aumento del 10% del prezzo dell’acqua ha comportato una diminuzione dei consumi nelle aree residenziali urbane tra il 3,75 e il 12,63%(4).
Tuttavia, prima di parlare di mercato in senso compiuto, occorre che alcune condizioni siano rispettate. Per usare le parole di Clay Landry, «bisogna stabilire diritti di proprietà e questi diritti di proprietà devono essere trasferibili. Così, si aiuta a internalizzare sia i costi, sia i benefici delle decisioni che la gente prende in merito all’uso dell’acqua. La gente, allora, diventa più responsabile... È cruciale anche la trasferibilità dei diritti di proprietà. Ciò migliora l’allocazione in due modi. Primo, muove l’acqua dalle destinazioni a basso a quelle ad alto valore. L’uso e la domanda di acqua non sono grandezze statiche nel tempo. Abbiamo bisogni mutevoli riguardo l’acqua, e le condizioni ambientali e climatiche mutano le nostre domande. Avendo un mercato, si fa sì che l’acqua sia un po’ più fluida nel senso che può essere trasferita da un uso a un altro con grande facilità. Il secondo beneficio della trasferibilità è che gli individui sono in grado di trattare meglio i rischi collegati alle variazioni nella disponibilità dell’acqua»(5). Un interessante caso studio, a questo proposito, è l’endemico fallimento degli acquedotti siciliani, che talvolta finiscono per sfociare in siccità e razionamenti. Sebbene l’Italia in generale abbia un’abbondanza di acqua, la Sicilia è una regione arida. Per esempio, durante molti mesi la provincia di Agrigento è soggetta a pesanti forme di razionamento: le autorità sanitarie locali hanno più volte evidenziato che ciò può causare conseguenze nocive per la salute pubblica. Secondo uno studio dell’Istituto Nazionale di Economia Agricola, la rete di distribuzione è talmente inefficiente da disperdere fino al 50% dell’acqua che trasporta, che la causa siano gli allacci abusivi oppure le perdite. Inoltre, come ha sottolineato il geografo Yves Lacoste, le quantità d’acqua impiegate a scopi agricoli sono «irrazionali»: «Troppo spesso, infatti, si irriga con volumi eccessivi e non sono rari i casi di vandalismo per impedire l’effettivo controllo sul consumo»(6). Occorre ricordare che la grana non sta nell’uso irrazionale dell’acqua: è il suo prezzo a essere irrazionale. Il prezzo irrazionale è conseguenza inevitabile del controllo pubblico. Una ragione per cui l’acqua in agricoltura è impiegata in tal maniera è che essa viene fornita a prezzi inferiori al suo vero valore. Se i prezzi fossero più alti, gli agricoltori starebbero più attenti a consumare meno. E alcuni di essi potrebbero decidere che non vale la pena consumarne per bagnare piante a basso valore.
I governi possono tenere i prezzi troppo bassi per tempi anche molto lunghi. In un sistema di mercato, però, i prezzi bassi portano al fallimento economico; quindi è improbabile che divengano la norma. Al tempo stesso, il mercato non può tollerare prezzi irrealisticamente alti: le aziende che ci provano finiscono per essere ridotte a più miti consigli dalla concorrenza. Del resto, negli ultimi anni hanno avuto luogo molte esperienze di privatizzazione, che hanno condotto a un uso più efficiente dell’acqua e a un miglioramento della sua qualità. Elizabeth Brubaker, che ha studiato la privatizzazione dell’acqua potabile e dei sistemi fognari in Inghilterra, ha rivelato che le nuove compagnie idriche hanno investito molto nelle infrastrutture. Di conseguenza, la qualità del servizio è migliorata, e «nei primi cinque anni dopo la privatizzazione, la percentuale di industrie in regola con gli standard relativi agli scarichi è salita dall’87 al 96. Nello stesso periodo, la qualità di oltre 3000 chilometri di fiumi e canali è cresciuta in misura significativa. Nel 1990, meno del 48% dei fiumi e canali presi in esame erano classificati come buoni o molto buoni; nel 1995, tale porzione era cresciuta al 60%»(7). Le storie di privatizzazione dell’acqua con ottimi risultati riguardano molti Paesi, sia sviluppati, sia in via di sviluppo(8). Si potrebbe obiettare che, se per i Paesi sviluppati la privatizzazione può funzionare, la situazione è diversa laddove i cittadini sono così poveri da non potersi neppure permettere l’acqua. Per cominciare, nella maggior parte di queste nazioni i governi controllano l’acqua direttamente. Vedere l’acqua come un «diritto umano» non ha aiutato in alcun modo a riempire i bicchieri dei Paesi in via di sviluppo. Anche lì spesso c’è abbondanza d’acqua, che però viene usata in modo inefficiente. «Dare un prezzo all’acqua sui mercati privati - scrive Ronald Bailey - darebbe alla gente un incentivo per farne un uso più saggio. Il fatto è che in molte di queste aree vi sarebbe abbondanza d’acqua potabile per usi residenziali o industriali se solo essa potesse essere liberata dagli inefficienti schemi d’uso agricoli sussidiati dal governo»(9). Una riduzione modesta dell’uso agricolo dell’acqua potrebbe garantire un aumento significativo dell’offerta nelle aree urbane. Nei Paesi poveri, più di 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile e quasi 2,5 miliardi non dispongono di servizi sanitari decenti. Per superare questi ostacoli servono grandi investimenti, ma i governi sovente non possono permetterseli. Questa è la ragione per cui, spesso, sono proprio loro a invocare l’intervento dei privati. Gli attivisti che vedono la realtà attraverso le lenti colorate dell’ideologia forse non si rendono conto che avversare le privatizzazioni equivale a mettere i bastoni tra le ruote degli «ultimi». 
Il controllo pubblico di ogni risorsa, compresa l’acqua, può essere motivato da buone intenzioni e dal sincero desiderio di aiutare quanti si trovano in difficoltà. Ma l’interventismo pubblico rende il problema ancor più difficile da risolvere. L’acqua, che in Italia abbonda, come si è detto non riesce a bagnare la Sicilia a causa della strozzatura imposta dai monopoli pubblici, dall’imposizione di prezzi politici e dalla regolamentazione pervasiva. Le frequenti crisi idriche in tutto l’Occidente non sono «fallimenti del mercato» più di quanto lo sia stato il collasso dell’Unione Sovietica. Per contro, le privatizzazioni e i mercati incoraggiano un uso avveduto dell’acqua e forniscono la struttura di incentivi più efficiente per far sì che domanda e offerta s’incrocino. In fondo, si può affermare, come fanno alcuni, che l’Europa sia responsabile della morte di molte persone. Ma non perché noi europei consumiamo troppo. Il protezionismo targato Ue impedisce ai Paesi poveri di competere ad armi pari con i produttori del Vecchio Continente, e così ne previene la crescita economica. Uno studio del Centre for the New Europe ha stimato che le barriere doganali europee uccidono un essere umano ogni 13 secondi, da qualche parte nel mondo (specie in Africa)(10). Senza dubbio, una delle ragioni di questo genocidio ope legis è che i poveri non possono permettersi l’acqua e se potessero, l’acqua forse non sarebbe disponibile a causa dei folli sistemi statalisti che mutano gl’incentivi e li rendono irrazionali. Per contro, la privatizzazione funziona, ed è l’unica soluzione duratura al problema della sete.




Note

1) Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua (Milano: Feltrinelli, 2003), pp. 31-32; 2) “PERC Applies Marketing Ideals To Water Rights”, National Water Resources Association, 23 settembre 1998, http://www.perc.org/publications/interview/ interview_claylandry.php?s=2; 3) Terry L. Anderson e Pamela Snyder, Water Markets. Priming the Invisible Pump (Washington, DC: Cato Institute, 1997), p. 10; 4) Bruce R. Beattie and Henry S. Foster, “Can Prices Tame the Inflationary Tiger?”, Journal of the American Water Association, 72, agosto 1980, pp. 441-45; 5) “PERC Applies Marketing Ideals To Water Rights”; 6) Yves Lacoste, L’acqua e il pianeta. La lotta per la vita (Milano: Rizzoli-Larousse, 2003), pp. 78-79; 7) Elizabeth Brubaker, “Privatizing Water Supply and Sewage Treatment: How Far Should We Go?”, Journal des Economistes et des Etudes Humaines, 8: 4, dicembre 1998, pp. 441-454, http://www.environmentprobe.org/enviroprobe/ pubs/ev541.htm; 8) Si veda Alexander Orwin, “The Privatization of Water and Wastewater Utilities: An International Survey”, Environment Probe, agosto 1999, http://www.environmentprobe.org/enviroprobe/pubs/ev542.html; 9) Ronald Bailey, “A Summit Misconceived”, Reason Online, 26 agosto 2002, http://www.reason.com/rb/rb082602.shtml; 10) Stephen Pollard, Alberto Mingardi, Cecile Philippe and Sean Gabb, “EU Trade Barriers Kill”, Centre for the New Europe, http://www.cne.org/pub_pdf/2003_09_04_EU_barriers_kill.pdf.
 

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