Ucraina. Storia di un genocidio
Giornata di riflessione in occasione dell’uscita del libro “Raccolto di dolore”
di Robert Conquest (a Roma, 22 marzo 2004)


Hanno partecipato Ferdinando Adornato, Federigo Argentieri, Ettore Cinnella, Massimo De Angelis, Gabriele De Rosa, Renzo Foa, Mauro Martini, Oxana Pachlovska, Vittorio Strada e Victor Zaslavski


Difficilmente il termine ucraino Holodomor diventerà di uso comune come l'ebraico Shoah, ma i crimini che le due parole designano ebbero un’analoga dimensione. Nel biennio 1932-33 la politica di annientamento condotta da Stalin contro il mondo contadino, che resisteva alla collettivizzazione delle terre, provocò in Ucraina una carestia, detta appunto Holodomor nella lingua locale, che costò la vita a diversi milioni di persone. E l’opera di occultamento dello sterminio fu così efficace che ancora adesso si tratta di una vicenda pressoché ignota al grande pubblico. In Italia esce in questi giorni, con troppi anni di ritardo, la traduzione del libro Raccolto di dolore (Liberal Edizioni, pagine 480, 20,00), in cui lo storico britannico Robert Conquest, noto esperto di storia sovietica, ricostruì accuratamente nel 1986 il calvario dell’Ucraina, squarciando finalmente il velo del silenzio. E la Fondazione Liberal di Ferdinando Adornato organizza oggi per l’occasione un convegno di studi sull’Holodomor, che si tiene a Roma, con inizio alle ore 11, presso la Biblioteca Vallicelliana (Piazza della Chiesa Nuova 18).
Bisogna sottolineare che il Cremlino non sarebbe riuscito a nascondere un evento così sconvolgente, se non avesse potuto contare su numerosi complici in Occidente. Il più importante, ricorda Federigo Argentieri nella presentazione del libro di Conquest, fu Walter Duranty, corrispondente da Mosca del New York Times , che di fatto mise la sua penna brillante al servizio di Stalin, fino al punto di smentire un coraggioso reporter gallese, Gareth Jones, che aveva visitato personalmente l’Ucraina, sfidando il divieto delle autorità sovietiche, e descritto l’orrore di quanto aveva potuto constatare. “Non c’è una vera fame né vi sono morti per fame, ma c’è una larga mortalità da malattie dovute a denutrizione”, gli replicò Duranty, con una faccia tosta che lascia increduli.
Di recente le associazioni della diaspora ucraina, infaticabili nel denunciare la congiura dell’oblio, hanno chiesto la revoca del premio Pulitzer attribuito a Duranty nel 1932. Ma il 21 novembre del 2003 la loro istanza è stata respinta, perché l’apposito comitato non ha riscontrato negli articoli incriminati “prove chiare e convincenti di malafede”. La beffa oltre il danno, insomma, per milioni di vittime. E un’immeritata assoluzione per la memoria di un cattivo giornalista, che fu, come denuncia Argentieri, il più influente apologeta della tirannia staliniana, “quello che provocò le conseguenze politiche e diplomatiche più importanti”.
Antonio Carioti, dal Corriere della Sera del 22 marzo 2004


Tra il 1932 e il 1933 una grande carestia sconvolse l'Ucraina e i Balcani settentrionali, uccidendo almeno 6 milioni di persone, 4 milioni nella sola Ucraina. Quella carestia non fu dovuta a cause naturali, fu voluta dal regime bolscevico che non solo non fece niente per evitarla, ma anzi attuò precise scelte perché si diffondesse e compisse il suo corso. Poco si seppe allora e dopo, per molto tempo. E ancora oggi restano molti punti da chiarire. Il primo a denunciare il genocidio fu un giornalista, Eugene Lyons, che nel 1940 ne parlò in un suo libro autobiografico intitolato Assignment in Utopia. Per avere uno studio più sistematico occorre aspettare il 1986, quando lo storico Robert Conquest pubblicò negli Stati Uniti il saggio Raccolto di Dolore, vero atto d'accusa contro le responsabilità di Stalin e del gruppo dirigente, che usò la carestia come arma per piegare un popolo che resisteva al programma di collettivizzazione forzata. Ora Raccolto di dolore è stato tradotto in italiano e pubblicato dalle edizioni Liberal, con una prefazione di Federigo Argentieri (che ricostruisce le tappe salienti di quella “congiura del silenzio” che impedì all'Europa di conoscere e denunciare la Grande Carestia) e una post-fazione in cui Ettore Cinnella fa il punto su quanto conosciamo oggi di quello che definisce “Golgota Ucraino”. Non che in quegli anni non si sapesse nulla di quello che accadeva: c'erano fonti giornalistiche e diplomatiche. Ma tra i giornalisti chi non voleva dire ci riuscì benissimo, coccolato per questo dal regime; chi invece voleva dire fu tacitato. Le fonti diplomatiche si scontrarono con gli interessi dei loro governi: l'Inghilterra che vedeva nell'Unione Sovietica un mercato importantissimo, per un'economia segnata dalla grande recessione; la Germania che fino al '41 mantenne relazioni pressoché idilliache con la Russia; l'Italia in cui Mussolini e il regime fascista nutrivano un senso di affinità nei confronti del regime bolscevico. Probabilmente, secondo Cinnella, la carestia non fu pianificata, all'inizio. Ma quando i contadini ucraini non portarono all'ammasso (perché non li avevano) i quantitativi di grano richiesti dalla pianificazione economica, scattò la reazione del regime, che temeva le mire autonomiste dell'Ucraina. Furono autorizzate le razzie nelle case, per portare via le scorte alimentari, lasciando le famiglie anche senza sementi. E quando si vide che davvero era scoppiata la carestia, il regime vietò ogni tipo di aiuto, continuando a esportare grano invece di distribuirlo alla popolazione affamata.
Paola Springhetti, dall’Avvenire del 23 marzo 2004