
Il libro di Pagliano è stato scritto nel 1947, rivisitato nel 1954 e, oggi, ci viene riproposto dal figlio Maurizio. È e rimane una bella storia d’amore, perché raccontata solo poco «dopo», ma già con il distacco di chi guarda la realtà senza gli abbagli dell’innamorato e senza le distorsioni della gelosia, ancora con l’amore di chi si rammarica che le cose non siano andate in modo diverso. L’Aeronautica oggi è semplicemente Aeronautica militare, non più regia né repubblicana. Ma è popolata ancora da troppi fantasmi. Fantasmi amici, i cui nomi riempiono ogni spazio dei marmi di Palazzo Aeronautica, e fantasmi ostili, quali l’invidia, l’incomprensione, la superficialità e la protervia. Il libro risente dell’epoca in cui era in atto una impietosa denigrazione dell’arma «fascista», con lo scopo di eroderne l’identità. Ad esempio il processo al generale Valle, poi prosciolto dall’accusa di averla fascistizzata. Ma il danno era fatto, e il «marchio» si trascina ancora oggi, come emerge dalle polemiche per l’intitolazione a «Italo Balbo, trasvolatore atlantico» di un piazzale di Ciampino. In questo clima, nel 1947 Franco Pagliano cercava di difendere l’onore dei morti e il coraggio dei vivi. Impresa non facile, e non del tutto conclusa.
Pagine di storia, dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943, in grado di originare non poche riflessioni su come la natura dell’uomo in guerra si trasformi e sulla brutalità di un fenomeno antico ed attuale. Ma è la prima parte che, a mio avviso, fa riflettere anche il più smaliziato dei lettori. Scorrendo il capitolo primo, «il fattore morale», il secondo, dedicato agli «uomini», il terzo, alle «idee», il quarto, ai «mezzi», è soprattutto il lettore esperto a rimanere colpito da qualcosa che al non iniziato potrebbe anche sfuggire. È ovvio come la tecnologia, le comunicazioni, i computer, il lavoro di team ormai ci evitino molti errori. Ma non tutti. L’orgoglio, la presunzione, a volte l’ignoranza, ma anche l’intolleranza e l’interesse, fanno sì che ognuno si fidi solo di ciò che crede di capire da solo. Così, quando Pagliano parla di «fattore morale», il pensiero va all’esodo dei piloti, degli specialisti, dei controllori di volo che per anni abbiamo visto migrare verso attività più remunerative, guardando al problema come statistica, e non come fallimento. Quando Pagliano parla di interessi industriali, di surclassamento, di biplani prodotti quando già volavano Me. 109 e Spitfires, il pensiero va alle mille rivitalizzazioni dell’F.104, ai continui ritardi degli armamenti di precisione, riavviati solo dopo la guerra del Golfo. Quando Pagliano parla di addestramento, si pensa agli anni perduti prima di accettare un minimo di sprovincializzazione e di capire un po’ meglio cosa si stesse facendo all’estero e perché, invece di rincorrere autarchie inefficaci e costose.
Ora per piccole quantità ci stiamo allineando. Anche se i nostri piloti volano ancora sugli ultimi Starfighters, come sempre negli ultimi quarant’anni. Sono bravi e generosi come, nella grande maggioranza, lo erano i nostri piloti e specialisti in Egitto, in Libia, in Russia, in Tunisia e su Malta. Gente che magari vedeva gli Stati Maggiori troppo lenti e lontani, ma poi, senza pensarci su, paracadute in spalla faceva bene il proprio dovere. Almeno per questo meritavano rispetto, come lo meritano oggi. «Mi propongo almeno di dimostrare», dice l’autore, «che i vinti non sempre sono peggiori dei vincitori». Ci è riuscito, e non lo diciamo noi. Nel 1998 un certo signor Chris Dunning, britannico, giudicava che «…gli uomini che in guerra pilotarono i Fiat, i Macchi, i Savoia Marchetti…scollegati dalla catena di comando e lontani da una logistica comunque inefficiente, troppo spesso avevano da opporre agli avversari solo il loro coraggio...». La nuova Aeronautica militare si sta impegnando perché non sia mai più così.