
Di fronte alla frattura tra Europa e Stati Uniti, di cui la diversa posizione assunta nel recente conflitto in Iraq è solo l’ultimo esempio, uno dei più autorevoli scienziati politici americani, Charles A. Kupchan, docente di Relazioni internazionali alla Georgetown University, propone una riflessione sui rischi della politica estera americana e sull’ ascesa dell’Europa come baricentro geopolitico alternativo agli Usa.
Secondo Kupchan, la fine della guerra fredda ha lasciato un’unica superpotenza al mondo, gli Stati Uniti, ed ha condotto le dinamiche internazionali sul percorso di un marcato unipolarismo.
Ma gli Stati Uniti si sono di fatto trovati impreparati a gestire questo nuovo scenario. L’errore delle ultime tre amministrazioni Usa (Bush sr., Clinton, Bush jr.) è quello di non aver percepito come la fase unipolare della gestione della sicurezza sia, necessariamente, una fase transitoria. Già oggi si affaccia sulla scena mondiale un’Europa sempre più unita e sempre più insofferente della propria posizione subalterna rispetto a Washington. Al contempo, la stabilizzazione delle economie dell’Est asiatico potrebbe a breve condurre i governi dell’area a dare vita ad un’Unione regionale, capace di sfidare gli Usa e di proporsi come contrappeso in un mondo fatto essenzialmente di tre poli di potere politico, economico e militare.
Una voce fuori dal coro, quindi, quella di Kupchan, il quale suggerisce al mondo politico ed accademico americano di cominciare a riflettere al più presto per elaborare una Grand Strategy, una nuova dottrina politica che, pur senza tralasciare tematiche rilevanti quali il terrorismo, la protezione dalle armi di distruzione di massa e la Homeland Security, elabori soprattutto policies utili a rendere la futura transizione verso il multipolarismo il più possibile indolore per Washin-gton. L’atteggiamento ondivago tra unilateralismo ed isolazionismo, le due anime che oggi convivono all’interno della destra americana, può e deve essere superato, per Kupchan, da un «internazionalismo liberale», fondato essenzialmente su tre punti: la pianificazione congiunta delle strategie di gestione della sicurezza internazionale tra gli Usa ed i suoi alleati, il rafforzamento dei grandi consessi della politica mondiale (Nato, Onu, G8) e il rilancio della coesione culturale euro – atlantica.
Kupchan riprende alcuni dei temi tradizionali della geopolitica e della filosofia politica. Egli ritiene, come già Friedrich Ratzel, teorico della geografia politica nella Germania di fine Ottocento, che un impero contenga ed alimenti, per sua natura, i germi della propria distruzione. Quando la periferia soffre lo strapotere del centro dell’impero, la volontà di affermare la propria identità, in un sistema di poli che interagiscono, diviene pressoché ineluttabile.
Inoltre, come nella teoria di Gianbattista Vico, la storia per Kupchan è un insieme di corsi e ricorsi, segnata, però, non dalle vicende degli individui ma da quelle degli Stati, delle nazioni che si espandono e che divengono imperi e che, ineluttabilmente, dovranno tornare a competere per l’egemonia.
Così è stato nella storia (e Kupchan ne riprende molti esempi, dal Congresso di Vienna fino alla seconda guerra mondiale) e così sarà in un futuro. Per l’Europa che cerca di darsi un’identità, un messaggio costruttivo arriva quindi dagli Stati Uniti. Ma, da europei, l’incertezza che continua a dominare il nostro futuro politico ci consente di prendere le teorie di Kupchan con uno spirito di fiduciosa attesa.