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Il manifesto dei "neocons"

RISK
di Andrea Tani
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 Un saggio compatto ed essenziale per chi vuole capire la realtà geostrategica di oggi, e in particolare il confronto euroamericano sul quale ruota oggi la gran parte della vicenda politica europea. Meno, molto meno quella statunitense. Il fenomeno ha cominciato a rivelarsi nella sua complessità in occasione delle crisi balcaniche sfociate nell’intervento in Kosovo, ma ha raggiunto il suo apice dopo l’11 settembre. D’un tratto europei e americani si sono resi conto – come anziani coniugi in crisi - che il loro sodalizio non era profondo e immutabile come entrambi avevano creduto e sperato per un cinquantennio (soprattutto i primi). E sentimenti e interessi erano radicalmente mutati. Forse erano sempre stati diversi, ma il comune pericolo sovietico della guerra fredda aveva costretto tutti ad ignorarlo.
Agli occhi dell’Europa gli Stati Uniti si sono manifestati in tutti i loro unilateralismi, supponenze, e propensioni a brandire la spada ad ogni piè sospinto, attizzando o dilatando i contenziosi, in modo pericolosamente strumentale. Per gli americani, invece, è l’Europa ad essersi rivelata inetta, superficiale, infida, un po’ vigliacca. Pronta a vedere nell’illimitata e incontrollata iperpotenza – una definizione europea nella quale gli yankee si accomodano bene – il vero problema del mondo di oggi: ovvero quello del «Gigante Canaglia» che ricorda molto il «Grande Satana» di altre latitudini e finisce per sovrastare agli occhi europei tutte le geometrie malefiche enunciate a Washington. Insomma l’incomprensione e la disinformazione reciproche stanno diventando le uniche caratteristiche condivise dai due (ex?) alleati, e potrebbero comportare conseguenze molto più serie di quanto non fosse possibile percepire solo pochi anni fa. Dopo i travagli che hanno preceduto «Iraqi Freedom» non si fa fatica a crederlo.
Questo eccellente pamphlet ha acceso discussioni di grande spessore presso le sedi più qualificate, pur rimanendo accessibile ad una vasta platea di lettori per il suo stile accattivante. L’autore è Robert Kagan, definito da Leon Wieseltier - forse con qualche iperbole - il «Raymond Aron americano». Insieme a William Kristol è uno dei maggiori ispiratori intellettuali della stagione neoconservatrice che sta vivendo la dirigenza americana, con l’amministrazione Bush e anche prima, come si comprende bene dal saggio.
Il valore di quest’ultimo prescinde dalla collocazione ideologica dell’autore e risiede nella lucidità dell’analisi e nell’inconsueto superamento degli stereotipi che hanno avvolto a lungo il tema dei rapporti euroamericani. Viene mostrato con estrema chiarezza come la predisposizione dell’Europa alla mansuetudine nell’affrontare i pericoli strategici di oggi – proliferazione delle armi di distruzione di massa, terrorismo e Stati impazziti – sia frutto del suo indebolimento militare più che di una scelta deliberata.
Si tratta di una decadenza irreversibile, per un complesso di motivi che l’autore mette bene in evidenza. Concorre a ciò anche la convinzione degli europei – non si sa quanto autoconsolatoria - di aver realizzato nel loro contenitore geopolitico il migliore dei mondi possibili, un’autentico prodigio storico. Ossia il «paradiso kantiano» (nonchè post moderno) del titolo.
Oltre ad avere definitivamente sepolto l’ascia di guerra nel Vecchio - e saggio - Continente, tale paradiso potrebbe rappresentare per alcuni un modello politico molto più attraente del muscolarismo espresso dagli Stati Uniti d’America. I quali si comportano nel modo che vediamo non per protervia imperialista, ma perché sono convinti di essere gli unici garanti dei labilissimi equilibri mondiali.
Nonché di essere i soli che possono definire in modo razionale ed eticamente accettabile gli esiti degli scontri fra civiltà che in modo aperto o surrettizio stanno prendendo piede e continueranno a farlo. L’uso della forza è necessario perché è l’unico linguaggio comprensibile nel mondo hobbesiano dove ciò accade, che fa da vasto contraltare all’«Arcadia» europea. «Quel poco o quel tanto di diritto che regola i comportamenti internazionali - per dirlo con l’autore – esiste perché una potenza come gli Stati Uniti lo difende con la forza delle armi».
Gli americani credono in questa filosofia anche perché hanno raggiunto, attraverso la sinergia di enormi investimenti e tecnologie avvenieristiche, una superiorità siderale su tutti gli avversari potenziali.
Nessuna potenza egemone è mai stata così inarrivabile nel corso degli umani eventi. La discrasia atlantica non è tuttavia incolmabile, secondo l’autore, purchè la si riconosca e la si accetti. Sono più le complementarietà che uniscono Europa e America delle incompatibilità che le dividono. E’ indispensabile prendere atto delle situazioni di fatto e procedere ad un riaggiustamento delle prospettive.
Più da parte dell’Europa, che continua a vivere il suo paradiso sotto la protezione dell’ombrello americano come ha fatto negli ultimi cinquant’anni, che dagli Stati Uniti.
Essi possono limitarsi a smettere di irritarsi per le supposte trame carolingie, in realtà velleità giovanilistiche di autonomia, nonché, cosa molto più importante, di percepire l’Europa in lenta solidificazione come una minaccia, approfittando di tutte le occasioni per frantumarla.
 

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