
La riscoperta di Carl Schmitt come di uno dei più significativi giuristi del Ventesimo secolo, cominciata da qualche lustro, procede. Prima lo Schmitt filosofo della politica, poi il costituzionalista e, da una decina d’anni, con il Nomos della Terra, anche l’internazionalista. Ora, con la ripubblicazione di quest’antologia di ventuno scritti, curata da Alessandro Campi, studioso e conoscitore del pensatore tedesco, emerge ancora questa ultima fortuna postuma di Schmitt.
Lo Schmitt internazionalista è quello che emerge per ultimo, perché a lungo è stato considerato, erroneamente, il più inaccettabile, il più difficile. Schmitt non ha raccolto solo recenti attenzioni positive, ma anche dure critiche; come non ricordare il singolare e polemico studio che cinque anni or sono gli dedicò Alberto Predieri? Ma è certo che l’attenzione per il suo pensiero cresce e che oggi a lui si dedichino, dopo la rivista Telos, molti dei neoconservative statunitensi.
Sottovalutandone la connotazione pluralistica, si volle vedere nella sua teoria del Grossraum una sistemazione, anche postuma, dell’imperialismo nazista degli spazi vitali. In realtà, è a ben altro che si orientava, come dimostra anche la costante evocazione della «dottrina Monroe». Essa esprime l’ostilità storica per l’ «unità del mondo», per l’universalismo uniformante della Società delle Nazioni e poi dell’Onu.
Sono invece i «grandi spazi» che debbono disegnare, nel loro insieme e nella loro varietà, il pluralismo delle modalità di organizzazione mondiale. Questa teoria si confronta con i problemi di oggi, con le sfide della globalizzazione da un lato e con la crisi delle Nazioni Unite e il nuovo ordine internazionale dall’altro: ad entrambi essa ripropone il tema dell’imprescindibile radicamento ordinatore della politica negli spazi territoriali, anche se oltre la tradizionale forma statuale. È in questo che Schmitt vede possibile un nuovo ordine internazionale. La sua riflessione verso il cambio di struttura del diritto internazionale è costante: egli vede nella unità mondiale la perdita del principio giuridico che è dato dal rapporto con la terra, e questo egli vuole recuperare immaginando «grandi spazi» in competizione tra loro.
Campi osserva che questa dottrina del pluralismo dei grandi spazi, «in sé ordinati e coesistenti, di sere di intervento di aree di civiltà», anticipa per molti versi temi dell’odierna discussione, avviata da Fukuyama e Huntington, sulla fine della storia o il conflitto tra le civiltà e il loro pluralismo competitivo. La crisi del diritto internazionale monistico, verso cui si immaginava dovesse procedere l’umanità, è nei fatti. Riemerge, con la crisi del multilateralismo legato alle organizzazione internazionali stabili, una concezione realistica e mutevole dei rapporti giuridici internazionali. Il disegno di un realistico nuovo ordine internazionale si incentra su questi temi. Quest’antologia contiene anche altri saggi, brevi quanto incisivi, legati all’esperienza pre e post bellica di Schmitt, tra cui il brevissimo, ma icastico, scritto sulla «guerra civile fredda» e il suo rapporto con l’amnistia e il valore dell’oblio; o lo scritto, risalente al 1939 ma di straordinaria attualità, sul quid medium tra pace e guerra, che poneva in crisi la coppia concettuale ormai relegata al passato come molti altri temi del diritto internazionale cui eravamo abituati. O come il dialogo tra il Maestro e Fritz sulla «guerra giusta», che in forme ironiche pone al lettore il tema della sicurezza internazionale e della guerra preventiva.