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Se l'Europa diventa irrilevante

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 Gli scenari internazionali possibili sono due: un sistema monopolare, un impero universale sotto la guida degli Stati Uniti, un grande Nord dall’Atlantico al Mar del Giappone; ovvero un sistema bipolare o multipolare, in cui la potenza americana verrebbe controbilanciata dall’Europa - da sola o spalleggiata da Russia e Cina.
L’impero universale spaventa perché attribuisce unicamente agli Stati Uniti una capacità globale d’intervento politico e militare, affidando ad essi la scelta tra la pace e la guerra. Spaventa egualmente perché oggi è un riferimento reale. L’alternativa, il sistema bipolare o multipolare, è ancora un’ipotesi.
Il «rischio americano», titolo dell’ultimo penetrante e stimolante saggio di Sergio Romano, è in realtà il rischio «europeo», il rischio che l’Europa conti sempre di meno, il rischio che l’America sia sempre più imperiale e l’Europa sempre più irrilevante.
Le riflessioni di Romano vengono da un profondo conoscitore dell’America e dell’Europa. Dell’America ricorda una strategia di espansione imperiale condotta con convinzione e continuità pur valendosi di strumenti diversi, dal depotenziamento con le armi e con il dollaro dell’antagonista regionale, il Messico, alla guerra «maramaldesca» nel 1898 contro i resti dell’impero spagnolo nei Caraibi, all’universalismo di Wilson e di Roosevelt, fino alla realpolitik di Kissinger e al traguardo finale, quando con il dissolvimento dell’Urss gli Stati Uniti rimangono l’unica grande potenza mondiale: un fatto che dopo la fine della guerra fredda tutto il mondo ha capito. Resta da capire, soggiunge Romano, come gli Stati Uniti intendano usare il loro «straordinario potere».
Bush senior segue una strategia relativamente moderata, che implica per la guerra del Golfo e l’intervento in Somalia l’avallo delle Nazioni Unite. Clinton adotta, come osserva con acutezza Romano, una politica contraddittoria di «mezze decisioni»: «anziché risolvere i problemi, preferisce lasciarli marcire», «battere i piedi restando fermi, agitarsi senza muoversi».
Bush junior sembrava incline a percorrere la stessa strada con meno fronzoli idealisti. L’11 settembre, l’attacco alle Due Torri e al Pentagono, ha cambiato tutto.
La prima risposta americana, la guerra dell’Afghanistan, non è bastata ad allontanare definitivamente la minaccia del terrorismo. Ma dal suo contesto diplomatico emerge il primato dato dagli Stati Uniti alle considerazione pratiche (la ricerca di un supporto effettivo da parte dei Paesi dall’area, dal Pakistan all’Asia centrale ex sovietica) piuttosto che agli avalli giuridici, donde la rinuncia a valersi dell’art. 5 del trattato Nord-Atlantico, una rinuncia che segna il passaggio della diplomazia americana da un approccio multilaterale a quell’approccio unilaterale con alleanze variabili, che poi ha caratterizzato in modo ancora più chiaro l’intervento in Iraq.
All’analisi della politica estera americana, Romano fa seguire la sua valutazione delle reazioni dei leader europei. Severo ma giustificato il giudizio su Chirac, troppo fedele a uno stile nazionale più pittoresco che razionale: quello di una Francia «moschettiera, spavalda, un’impennacchiata combinazione di Cyrano, d’Artagnan, Cambronne, Gavroche e Tartarino di Tarascona», una versione caricaturale del gollismo. Romano non esita a definire Chirac un De Gaulle «in formato ridotto». Personalmente ritengo che anche una somiglianza vaga non sia esatta: De Gaulle, «moschettiere» nei discorsi, sapeva agire all’occorrenza come un «cardinale» astuto, alla Richelieu e alla Mazzarino. Una maggiore indulgenza è dedicata da Romano a Schroeder, pressato dall’opinione pubblica tedesca e dal partner francese, comunque poco incline al coraggioso decisionismo di Kohl. L’atteggiamento insulso della Germania durante la crisi irachena ricorda un celebre personaggio di Alfred Jarry, il re Ubu, «non meno insopportabile come schiavo che come sovrano»: della Germania del Cancelliere in carica si potrebbe dire che è «altrettanto insopportabile come pacifista che come militarista».
Meno benevolo si mostra Romano verso Blair, che si è adeguato al tradizionale ruolo britannico di fiancheggiamento degli Stati Uniti. Peraltro occorre riconoscere che dalla crisi il premier britannico è uscito in modo fermo e ammirevole. Non lo si potrà dimenticare se si ha di mira un’Europa seria, non «irrilevante», autorevole e non servile interlocutore dell’America, un’Europa potenza mondiale. Se si vuole poi, come auspica Sergio Romano, un’Europa armata, perché «la diplomazia della pace non è credibile se dietro di essa l’avversario non vede in trasparenza l’ombra delle armi», occorre prendere atto che per ora un unico Paese europeo non solo è armato, ma sa combattere e combatte: la Gran Bretagna.
 

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