
Storia breve quella degli Stati Uniti: da una rivoluzione con nuovi ideali in pochi decenni una grande potenza, estranea al concerto europeo destinato alla sconfitta, ma con una politica estera di successo.
Il corposo studio di Mead, dal titolo bizzarro, lo spiega con una vigorosa e amplissima argomentazione, che in modo originale scandaglia le vicissitudini internazionali degli Stati Uniti.
Individua quattro filoni, che riconduce a padri fondatori o quasi: Hamilton, Jefferson Andrew Jackson e Wilson. Senza astrazioni un’ acuta analisi della presenza americana nel mondo, dettata da condizionamenti interni e altrettanto da alti obbiettivi: fra interessi e ideali l’eccezionalismo americano. Per gli hamiltoniani fondamentale integrare il nuovo Stato nell’economia mondiale: interesse nazionale e libertà del commercio inscindibili per succedere all’impero della Gran Bretagna.
Con Wilson si esalta il dovere morale di far emergere un ordine mondiale fondato sui principi di libertà nel mondo intero auspicando una società civile internazionale per la prevenzione della guerra. Per la corrente ispirata dall’intelletto raffinato di Jefferson si eviti di farsi coinvolgere nella logica di un mondo hobbesiano per non pregiudicare l’ordine democratico alla Locke creato con tanto successo dagli Stati Uniti salvaguardando i poteri del Congresso (e di qui riserva verso costruzioni internazionalistiche); riecheggiano gli ammonimenti di George Washington a non farsi travolgere dalla corruzione politica degli affari europei.
E infine il realismo alla Andrew Jackson, presidente degli Stati Uniti nel primo quarto del secolo diciannovesimo.
Populisti convinti dell’integrità morale del popolo americano, i cui interessi rimangono preminenti: i nodi gordiani vanno tagliati con coraggio, separando i temi della moralità dalla guerra, indipendentemente da valutazioni di legalità. Un nuovo ordine mondiale? Il dibattito in corso può essere ricondotto all’intrecciarsi di queste quattro visioni coerenti e Mead cerca di leggere le vicende attuali individuando una possibile «funzione americana di arbitro del diritto internazionale».
Non è isolazionismo o interventismo, unilateralismo o multilateralismo, categorie arbitrarie. Va dato risalto al pragmatismo, cui le quattro scuole offrono il loro contributo, formando coalizioni - anche oggi - per rafforzare la flessibilità della politica estera americana.
Pragmatismo e non dottrine. Tutela degli interessi americani o mediante la cooperazione internazionale quando possibile ovvero con misure dirette, prescindendo dai vaghi disegni internazionalisti. Alla fine «una ottima strategia che prenda spunto dai reali interessi del popolo americano, che rispetti i suoi valori morali con costi minimi in termini di sangue, patrimonio e concentrazione politica del potere».
Non ansia di dominio egemonico, dunque.
Una lettura consigliabile per cogliere la coerenza di una politica estera ricca di idee, ben lungi da chi irride alla sua presunta superficialità o alla gretta preminenza di interessi materiali immediati. Vi è intrinseca una logica propria, certo diversa da quella europea, ma con un dibattito di alto livello intellettuale.
L’Europa vi avrebbe molto da imparare. La lettura di Mead aiuterebbe a meglio comprendere cosa siano, per Washington, il nuovo e il vecchio dell’Europa negli attuali momenti di incomprensione transatlantica.