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La guerra degli alleati

RISK
di Virgilio Ilari
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 Tra le più noiose questioni di ordinaria amministrazione di cui il Senato della Repubblica Romana doveva occuparsi nel Secondo secolo a. C., c’era quella del burden sharing, vale a dire le logorroiche querimonie degli alleati italici, soprattutto per chiedere la riduzione del contingente militare adducendo lo «scasamento» della popolazione, emigrata nella megalopoli e nelle colonie nella speranza di acquisire la cittadinanza latina o perfino quella romana. A quell’epoca Italici indicava gli abitanti dell’Italia, ossia il territorio dal Mar Ionio ai confini ligure e gallico (delimitati dai fiumi Magra ed Esino). Si usava anche togati, per sottolineare che avevano la stessa cultura dei romani, in contrapposizione ai greci, il cui costume nazionale era il pallium (ma togati includeva pure gli italiotes, ossia gli abitanti della Magna Grecia italiana). La locuzione legale era però «socii nominisve Latini»: «gli Alleati, ossia la Nazione Latina». E aggiungeva, tanto per andare al sodo: «(quelli) d’Italia, ai quali si comanda il contingente secondo la lista dei togati» («quibus ex formula togatorum milites in terra Italia (Romani) inperare solent»). Di diritto o di fatto tutti i socii e amici dei Romani (come dal 2003 d. C. le Nazioni Unite nei confronti degli Stati Uniti) erano vincolati alle due clausole che troviamo formalizzate nel foedus con gli Etoli del 189 a. C., cioè di «avere gli stessi nemici» (eodem hostes habeto) e di «rispettare lealmente» (comiter conservare) la «supremazia» (maiestas) del popolo Romano. Gli italici, però, erano alleati privilegiati: indossare la giubba militare (saga) comportava il diritto di indossare il costume degli affari civili (toga): dal vincolo politico derivava l’assimilazione culturale. Era appunto la formula (mappa, lista) dei contingenti terrestri - sembra risalente alla grande mobilitazione del 225 a. C. contro la minaccia gallica - a fare la differenza tra la condizione giuridica degli alleati italici e quella delle città italiote e siceliote tenute a fornire contingenti navali (socii navales) e degli alleati oltremarini (reges socii, socii exterarum nationum), anche se tutti erano ugualmente sottoposti all’imperium militiae del magistrato romano. Nel Secondo secolo a. C. le comunità italiche potevano fornire (pro numero cuiusque iuniorum) fino a 120 mila regolari, ossia 193 coorti (600/420 fanti e 30 cavalieri) comandate da ufficiali italici, di cui 158 nazionali (46 latine, 20 sabelle, 20 etrusche, 10 umbre, 31 sannite, 9 apule, 7 lucane, 7 bruzie e 8 italiote) e 35 miste (extra ordinem). I contingenti erano mobilitati a seconda delle necessità (in misura di 10 nazionali per ogni legione romana e di 5 extra ordinem per ogni esercito consolare di 2 legioni), attingendo a rotazione quadriennale da tutti i gruppi etnici, in modo da mescolarli in falangi multietniche (dette alae perché poste ai fianchi delle legioni romane e comandate da praefecti, generalmente romani). Gli storici moderni mostrano qualche imbarazzo nel qualificare il sistema sovranazionale vigente nell’Italia del Terzo-Primo secolo a. C. Si è usato talora il termine di «confederazione romano-italica», ma in realtà l’Alleanza (societas, tradotta in greco symmachia, «lega di cooperazione militare» permanente) non si basava su un trattato multilaterale, pur non riducendosi alla mera sommatoria delle relazioni bilaterali con i circa 150 «Stati» italici (tra federati, deditici e coloni latini). In seguito, già nell’età augustea, qualche spirito formalista cercò di interpretare la societas romano-italica come un’estensione tacita del mitico foedus Cassianum concluso nel 493 a. C. dopo la vittoria di Frascati (Lago Rigillo) sulla Confederazione latina, poi esteso agli Ernici. L’annalistica ce lo ha dipinto come un foedus aequum, nel quale Roma sarebbe stata associata alla pari con una trentina di altre città e oppida per la difesa comune e le comuni rappresaglie contro etruschi e italioti. Il carattere paritario dell’alleanza si sarebbe espresso in tre punti: che le guerre comuni si decidevano in comune; che il comandante (dictator latinus) era eletto di volta in volta (caso volle se fu sempre romano); che il bottino si ripartiva per quote di potenza (un terzo ai romani, un terzo ai burini e un terzo ai ciociari). Non fosse stato per quest’ultima clausola, il foedus Cassianum avrebbe dunque assomigliato al Patto Atlantico (come modificato nel 1999, in occasione del Cinquantenario e per la guerra del Kosovo). Quel che è certo, è che l’unica prassi sopravvissuta a quel trattato fu quella, discrezionale, di elargire agli italici un terzo del bottino di guerra e, più raramente, una modesta quota dei «dividendi della pace», cioè dei posti banditi per le nuove colonizzazioni «latine» del territorio conquistato.
La logica delle alleanze permanenti è di trasformarsi gradualmente da meccanismi di assimilazione culturale in strumenti di esclusione politica. A differenza dell’annessione diretta, la societas consentiva ai romani di espandere la propria potenza senza contraccolpi sugli equilibri politici interni. L’ultima annessione formale si verificò alla fine della prima guerra punica, nel 241 a. C., quando i sabini, avendo ricevuto la cittadinanza romana con pieni diritti (civitas optimo iure), formarono le due ultime tribù territoriali, salite così al totale di 35 (4 urbane e 31 rustiche). Non ne furono più create altre, perché le tribù erano le unità di voto per l’elezione dei magistrati e l’approvazione delle leggi e ogni modifica incideva sui rapporti politici interni (la stessa ragione per cui gli Stati Uniti, ad esempio, preferiscono dare la cittadinanza ai portoricani immigrati piuttosto che annettere Puerto Rico). Fino al 188 a. C. vi fu qualche altra concessione collettiva della cittadinanza romana con iscrizione dei nuovi municipia in tribù preesistenti: possiamo supporre che la modifica del corpo elettorale rientrasse nella competizione tra le fazioni politico-familiari, ma sicuramente fu assai limitata. Il corpo elettorale era del resto modificato anche dalla deductio di colonie «latine», perché gli assegnatari dei lotti perdevano i diritti politici (suffragium) e le garanzie personali (provocatio), conservando soltanto il cosiddetto ius Latii. Quest’ultimo comprendeva la capacità giuridica personale ai fini del ius civile e il cosiddetto ius migrandi (ossia il diritto di riacquistare la cittadinanza ritornando a Roma). Le colonie latine della Repubblica arrivarono in tutto a 35, ognuna composta da 2.500 a 6.000 famiglie, ma le colonie dedotte dopo la terza guerra punica (149-146 a. C.) furono esclusivamente «romane».
La societas romano-italica fu temprata dalla seconda guerra punica (218-202 a. C.), l’ultima guerra «mondiale» del mondo antico che assicurò la supremazia romana sull’oikuméne. Annibale spostò la guerra dalla Spagna all’Italia andando poi a piazzarsi a Capua, proprio contando sulla dissociazione degli italici; ci guadagnò però soltanto una romantica storia extraconiugale e parecchi veterani italici (in particolare capuani, pentri, lucani e bruzii), che lo seguirono a Zama. Naturalmente i Romani, non appena poterono, punirono ribelli e renitenti: i primi, a guerra finita, subirono la confisca (mulcta) da un terzo alla metà delle loro terre, divenute ager publicus populi Romani. Le dodici colonie latine più antiche, che s’erano chiamate fuori nel 209, dichiarando di non poter più dare milites né pecuniam, cinque anni dopo furono condannate dal senato romano a fornire il doppio dei contingenti non corrisposti, più uno stipendium annuo di mille assi, attribuendo inoltre la verifica della base contributiva ai censori romani.
Già nel 268 a. C., poco prima della prima guerra punica, i romani avevano ingiunto a tutti i popoli italici di cessare la coniazione delle loro monete in metallo nobile e di adottare la nuova moneta romana, il denarius d’argento. Una ventina d’anni dopo la sconfitta di Annibale, la lotta contro il terrorismo internazionale, il narcotraffico e la criminalità organizzata (le rivolte servili, il culto eversivo dei baccanali e le organizzazioni di assassinii e venefici su commissione) consentì di stabilire un’ingerenza diretta della polizia criminale romana (coercitio) nelle giurisdizioni italiche (almeno nei casi di prodosia, synomosia, pharmakeia e dolophonia).Col tempo, vi furono perfino episodi di violenza contro magistrati italici (denunciati da Caio Gracco) ma l’occasionale ingerenza romana era un prezzo modesto per l’estensione ai negotiatores italici operanti in oltremare delle immunità, privilegi e tutele di cui godevano i romani e soprattutto per l’ammissione dei latifondisti italici alle assegnazioni individuali («viritane») di ager publicus, che presupponevano la concessione di alcuni elementi del ius Latii (commercium, conubium, dominium e perfino ius migrandi). Pur avendo perso il ius belli ac pacis le civitates italiche conservavano l’autonomia, essendo necessario il loro accordo (fundus fieri) per la recezione delle leggi romane. Alcune erano perfino liberae et immunes. Nel 133 a. C. furono gli optimates a far leva sugli italici per opporsi alla riforma agraria di Tiberio Gracco: la confisca dell’ager publicus (eccedente il limite di 500 iugeri sancito dall’antica lex Licinia) colpiva infatti anche i latifondisti italici, mentre le città italiche temevano di vedersi sottratto altro territorio a seguito delle ricognizioni previste dalla lex Sempronia e il proletariato italico era escluso dalla distribuzione riservata ai cives romani. Riorganizzatosi dopo l’uccisione di Tiberio, il partito graccano cercò l’alleanza col proletariato italico proponendo, nel 125, la concessione della cittadinanza. Osteggiata dal senato e sgradita alla stessa plebe romana, che non voleva concorrenti, la proposta fu fatta cadere. Ne seguirono rivolte ad Ascoli e a Fregelle, una colonia latina dove si erano trasferiti anni prima 4.000 peligni e sanniti e che fu rasa al suolo dal console Lucio Opimio. Nel 123 il concilium plebis respinse a larga maggioranza una rogatio di Caio Gracco che dava la cittadinanza ai latini e il ius Latii agli altri italici.
La questione italica riemerse vent’anni dopo, quando il senato revocò la cittadinanza accordata da Mario alle due coorti di Camerino che si erano distinte contro i Cimbri nella battaglia dei Campi Raudii (Vercelli). Nel 99 la concessione graduale della cittadinanza e l’ammissione degli italici alle deduzioni coloniarie figuravano nel programma rivoluzionario del tribuno Appuleio Saturnino, ucciso come i Gracchi; ma nel 95 fu invece approvata una legge che imponeva il rimpatrio degli italici immigrati nelle colonie latine e romane. L’ultimo tentativo di integrazione pacifica fu fatto nel 91 dal giovane tribuno Marco Livio Druso. Ancora una volta i latifondisti umbri ed etruschi si coalizzarono con gli optimates romani contro il progetto di Druso di dedurre 12 nuove colonie: Popedio Silone, che stava marciando su Roma alla testa di diecimila marsi per appoggiare la legge, si lasciò persuadere a desistere. Approvata, la legge fu poi invalidata per difetti formali; una congiura ordita dagli italici per sollevarsi in occasione delle feriae latine sul Monte Albano fu scoperta e sventata; Druso, benché protetto da una guardia del corpo formata da italici, fu assassinato a tradimento e il popolo, su rogatio di Quinto Varo, dichiarò hostes reipublicae i romani che avessero ricercato l’appoggio degli italici e gli italici che si fossero immischiati nelle questioni interne della repubblica. Infine una lex Minucia escluse dalla cittadinanza romana i figli nati dal connubio tra un romano e un’italica.L’uccisione di Druso provocò la rivolta armata degli italici, esplosa ad Ascoli col linciaggio del propretore Quinto Servilio e dei filoromani, seguito dal massacro della guarnigione romana di Venafro e dall’attacco alle colonie latine e romane dell’Italia meridionale. Alla fine dell’anno gli italici erano padroni di Venosa, Nola e Grumento e, uccisi in battaglia 2.000 legionari, assediavano la colonia romana di Isernia. Intanto l’organizzazione segreta italica si costituiva in Lega italica, con capitale a Corfinio (capoluogo dei peligni), eleggendo un senato di 500 rappresentanti e 14 comandanti militari regionali. La lega finanziò la guerra coniando monete militari d’argento e provocando (nell’89) la svalutazione di due terzi del denarius romano. Il recto dei denari italici (una testa muliebre coronata d’alloro) era identico a quello dei romani, tranne la scritta «ROMA», sostituita da «ITALIA» (o «VITELIU», in lingua osca): sul verso era simboleggiato il giuramento (coniuratio) dei confederati sancito col rito romano (ius fetiale), forse realmente celebrato nel santuario peligno dell’Ercole italico (sul Monte Morrone). Altre monete mostravano il toro sannita che uccide la lupa romana. I 100 mila guerrieri italici (piceni, marsi, peligni, vestini, marrucini, frentani, sanniti, irpini, lucani e apuli) erano ripartiti tra due fronti, a Est e a Sud di Roma, comandati da due «consoli» (il marso Quinto Popedio Silone e il sannita Caio Papio Mutolo), ciascuno con sei «pretori».
Respinta sdegnosamente l’offerta dei ribelli di deporre le armi a condizione di ricevere la cittadinanza, i romani decisero di resistere. Nel decennio precedente Mario aveva modernizzato la tattica, reclutato i proletari (trasformando l’antica milizia civica in forza professionale) e aggiunto alle coorti italiche gli auxilia oltremarini, cui il senato attingeva col criterio della coalition of willing. I romani poterono così mobilitare anch’essi 100 mila uomini: due terzi cittadini (14 legioni, più 12 coorti di liberti), un quinto italici rimasti fedeli e 10 mila galli cispadani. Padroni del mare, chiamarono inoltre in Italia una legione iberica, i marinai greci dell’Asia Minore, la cavalleria numida, gli arcieri cretesi e i frombolieri delle Baleari.
Le fonti stimano 300.000 morti (su una popolazione di 4-5 milioni): cifra credibile, considerando anche le vittime del periodo 88-82. Nella primavera-estate del 90 i romani subirono una serie di cocenti sconfitte: il console Rutilio fu ucciso mentre tentava di passare il Liri e l’armata sannita acclamò Mutolo embratur (ossia imperator). Gli umbri si unirono alla lega italica, galli e numidi dovettero essere ritirati dal fronte per tema di defezioni e Mitridate (re del Ponto) decise l’invasione dell’Asia Minore. In autunno, però, Mario e Sulla riuscirono a stabilizzare il fronte e nell’89 passarono all’offensiva, annientando le armate dei ribelli e punendo col terrore gli eccidi di civili commessi l’anno prima dagli italici. Caduta Corfinio, il senato italico sopravvisse per breve tempo a Boviano, ma umbri, piceni, marsi e apuli si sottomisero e solo i sanniti rimasero in armi guidati da Pontio Telesino, inviando un’ambasceria a Mitridate – «il nuovo Annibale» che aveva sterminato 150.000 negotiatores romani e italici – per esortarlo a sbarcare in Italia.
Per congelare il fronte peninsulare, i romani dovettero concedere la cittadinanza: prima agli italici rimasti fedeli (lex Iulia del 90) e poi anche a quelli che l’avessero chiesta entro due mesi, inclusi i galli cispadani (lex Plautia Papiria dell’89). Quest’ultima favoriva il notabilato italico, ammesso alle magistrature e cooptato nel senato e nell’ordo equester, ma escludeva la massa (iscritta in 8 o 10 nuove tribù) dal concreto esercizio dei diritti politici (lo scrutinio avveniva infatti secondo l’ordine di precedenza delle tribù e veniva interrotto non appena raggiunta la maggioranza).
Il partito democratico rivendicò allora la ripartizione dei nuovi cives fra tutte e 35 le vecchie tribù. Imposta nell’88 con brogli e violenze, la lex Sulpicia fu revocata a seguito del colpo di stato sullano. Partito Sulla per la spedizione contro Mitridate e vinta la prima guerra civile, Cinna e Mario fecero eleggere i censori incaricati di iscrivere gli italici nelle vecchie tribù: tuttavia, con 463.000 cittadini, il censimento dell’85 non registrò incrementi rispetto ai lustri precedenti. Accingendosi a tornare in Italia per liquidare il partito democratico, Sulla si fece a sua volta garante dei latifondisti e dei negotiatores italici, dichiarando che avrebbe lealmente applicato la lex Plautia Papiria. Coinvolti nella guerra civile romana, gli italici si divisero: galli, umbri e proletari etruschi si schierarono coi democratici, piceni e marsi con Sulla, mentre sanniti e lucani respinsero la pace offerta dai democratici ponendo condizioni inaccettabili e marciarono su Reggio nel tentativo di sollevare la Sicilia. Sbarcato a Brindisi nell’83, Sulla poté raggiungere indisturbato la Campania, da dove mosse nell’82 contro le forze democratiche. Battuti gli etruschi da Pompeo, i resti dei democratici romani si congiunsero allora con 50 mila sanniti, lucani e campani. Manovrando audacemente, Pontio Telesino marciò di sorpresa su Roma. «Eccola, la tana dei lupi rapaci!» avrebbe detto ai suoi guerrieri: «Fintanto che la maledetta foresta dove si annidano non sarà distrutta, i lupi non lasceranno libertà all’Italia!». Un pugno di volontari patrizi, sopravvissuti al terrore democratico, si sacrificò in una sortita disperata da Porta Collina: i sanniti, impressionati, non osarono entrare nella città indifesa e il giorno dopo dovettero affrontare l’intero esercito nemico accorso da Preneste. Sulla dava già persa la battaglia, quando gli dissero che il nemico era in rotta. Tutti i condottieri italici furono uccisi, i prigionieri trucidati, le città espugnate e devastate. Nola resistette fino all’80, costringendo Sulla a dirigere personalmente l’assedio. Divenuti briganti, gli sbandati italici infestarono ancora per molti anni il Sannio e l’Irpinia.
La pacificazione romano-italica non fu celebrata prima del 71, quando fu coniata una moneta con due guerrieri che si stringono la mano, con le sigle RO(ma) e ITA(lia): preludio all’effettiva iscrizione degli italici, avvenuta col censimento del 69, che raddoppiò i cittadini a 910.000.

Per chi vuole approfondire: F. Bompois, Les types monétaires de la guerre sociale, Paris, 1873. P. A. Brunt, Italian Manpower 225 b. C. – A. D. 14, Oxford, 1971. V. Ilari, Gli italici nelle strutture militari romane, Giuffré, Milano, 1974. D. Ludovico, Dove Italia nacque, ALI ed., Roma, 1961. C. Nicolet, Rome et la conquête du monde. 1. Les structures de l’Italie romaine, Nouvelle Clio, P. U. F., Paris, 1978. A. J. Toynbee, Hannibal’s Legacy ; the Hannibalic war’s effects on Roman life, London, 1965.
 

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