
La guerra in Iraq - e le lunghe schermaglie diplomatiche internazionali che l’hanno preceduta - sembra aver riportato l’Afghanistan nel tradizionale «cono d’ombra» seguito al ritiro sovietico del 1989, da cui il Paese era drammaticamente uscito nel settembre del 2001. Con l’attenzione internazionale spostata verso la ricostruzione dell’Iraq e la difficile ricomposizione del suo quadro etnico-politico, la caduta dei talebani del novembre 2001 sembra un evento ormai remotissimo, e l’Afghanistan un problema risolto. Non è così, in realtà. La coalizione internazionale che sostiene il governo provvisorio del presidente Karzai può indubitabilmente vantare numerosi successi: almeno due milioni di rifugiati afghani rientrati nel Paese, un governo centrale che – per quanto a volte debole e condizionato – si sforza di agire in modo liberale, la fine dell’oppressione delle minoranze etniche e culturali del Paese, gli sforzi nelle aree urbane per migliorare le condizioni delle donne, umiliate dalla lettura paranoica che i talebani avevano fatto dei precetti religiosi islamici, la nascita di una nuova moneta nazionale, etc.
Ma nonostante tutti questi successi, e nonostante il sostegno militare internazionale (Enduring Freedom, forze Isaf, addestramento dell’esercito e della polizia afghani), dal punto di vista della sicurezza interna la situazione rimane assolutamente problematica; anzi, essa sembra a volte peggiorare, a causa della recrudescenza delle azioni di guerriglia e degli scontri etnico-tribali interni, dell’aumento della produzione e del commercio di oppio (nel 2002 la produzione ha raggiunto le 3.400 tonnellate, mentre l’obiettivo era di contenerle a 2.000) e del permanere del potere dei cosiddetti «signori della guerra».
Questi ultimi condizionano fortemente il governo Karzai, di cui in alcuni casi fanno parte, e rappresentano il problema principale del quadro politico afghano. Nonostante tutte le dichiarazioni ufficiali in favore di una smobilitazione delle milizie delle varie fazioni e partiti, il loro numero continua a superare enormemente le Forze armate nazionali, ferme all’imbarazzante organico di 1.800 unità (al marzo 2003), e indebolite da un tasso di diserzione pari al 40% del totale. Le mai sopite rivalità e ostilità fra i vari capi ex muhajeddin e dell’Alleanza del Nord (un’ «armata brancaleone» che ha avuto l’insperata fortuna di essere l’unica alternativa ai talebani attiva sul campo nel 2001) rendono molte regioni del Paese di fatto completamente autonome da Kabul, e favoriscono le interferenze e le proxy-wars dei Paesi confinanti, secondo le tradizionali politiche che mirano a «sponsorizzare» un signore della guerra afghano (l’Iran continua ad appoggiare il tagiko Ismail Khan, signore di Herat; l’Uzbekistan il generale Dostum – l’emblema del trasformismo e della spregiudicatezza dei capi tribali del Paese; la Russia e l’India i tagiki legati al ministro della Difesa Mohammed Fahim, il primo a non aver disarmato le proprie milizie).
Erano problemi del resto prevedibili. Forse è stata sottostimata, almeno da parte di alcuni Paesi e istituzioni, la difficoltà di agire in contesti in cui i tradizionali meccanismi tribali di potere sono ancora così radicati. È invece certamente stato insufficiente l’aiuto finanziario e logistico rispetto alle necessità del paese. Alla conferenza di Tokyo del gennaio 2002 i Paesi donors (fra i quali figura anche l’Italia), hanno garantito aiuti per 5,25 miliardi di dollari nel periodo 2002-2006. Si tratta di una somma notevole - e in seguito aumentata - ma largamente insufficiente per stabilizzare il Paese. Anche l’azione dei cinque principali donatori internazioni, che si concentra nel settore sicurezza (riforme militari, Usa; riforma della polizia, Germania; reinserimento combattenti delle milizie, Giappone; lotta al narco-traffico, Gran Bretagna; riforma della giustizia, Italia), deve in alcuni settori essere accelerata, soprattutto per quanto riguarda l’effettiva capacità operativa delle forze militari e di polizia che rispondono al governo di Karzai.
A influire negativamente sulla sicurezza del Paese, vi è infine la stessa strategia utilizzata dagli Stati Uniti per combattere i gruppi di miliziani rimasti fedeli ai talebani o ad al-Qaeda in Afghanistan. Per ridurre l’esposizione delle proprie truppe, Washington ha infatti utilizzato – e generosamente rifornito – le milizie di vari «signori della guerra» e capi tribali locali. Questa politica, per quanto utile possa essere, è risultata chiaramente in contraddizione con gli obiettivi di disarmo delle milizie e di rafforzamento del governo centrale quale unica entità che possa legittimamente utilizzare la forza nel Paese. Non a caso, allorché negli ultimi mesi numerosi capi tribali sono stati esclusi da questa strategia, sono aumentati gli attacchi e gli attentati. A dimostrazione di come sarà lungo, e tutt’altro che scontato, il processo di pacificazione afghano.