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La medicina vincente di Obasanjo

RISK
di Egizia Gattamorta
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 La Nigeria, uno dei «giganti africani» in termini di popolazione (circa 130 milioni di abitanti, appartenenti a più di 250 etnie) e di ricchezza nazionale (sesto esportatore mondiale di petrolio, da cui negli ultimi trent’anni ha ricavato 280 miliardi di dollari), è stata chiamata alle urne tre volte in meno di un mese e ha confermato apparentemente la sua volontà per un governo democratico, orientato all’apertura internazionale e pienamente coinvolto nel rilancio del continente. I 61 milioni di aventi diritto al voto si sono infatti recati alle urne il 12 aprile per le elezioni legislative nazionali, il 19 aprile per le elezioni presidenziali e amministrative e il 3 maggio per il rinnovo delle assemblee legislative dei 36 Stati della Federazione nigeriana.
Grandi vincitori si sono confermati il presidente Olusegun Obasanjo e il People’s Democratic Party (Pdp): il presidente, che si presentava per un secondo mandato, ha ottenuto il 62,04% delle preferenze (pari a 24,38 milioni di voti su 39,30 milioni di voti validi), il Pdp ha ottenuto la nomina di ventiquattro su trentasei governatori e la maggioranza in Parlamento. Nonostante tale vittoria abbia tranquillizzato gli interlocutori internazionali e i Paesi vicini, in realtà ha destato molti dubbi sul corretto funzionamento del gioco politico e della dinamica elettorale in questo Paese-simbolo dell’Africa occidentale, traghettato dal 1999 verso sistemi non autoritari ed eletti dal popolo. Non solo quattro dei sette candidati erano militari precedentemente coinvolti nelle dittature che hanno governato il Paese tra golpe e contro-golpe per un trentennio, ma molte sono state le accuse di brogli elettorali denunciate da rappresentanze interne e internazionali. Il riconoscimento ufficiale dell’Independent National Electoral Commission (Inec) non ha placato i dubbi dei cinquantamila osservatori internazionali, rappresentanti di duecento organizzazioni indipendenti (tra cui commissioni del Commowealth, dell’Unione europea, del National Democratic Institute americano, delle Chiese Cattolica ed Episcopale), i quali hanno registrato numerose irregolarità in diversi Stati (voti stracciati, urne manomesse, interferenze direttamente legate al potere vigente).
La percezione generale è che più che elezioni generali, in realtà siano state consultazioni milit-iche (dato il peso preponderante di oligarchie militari del passato), senza chiari disegni politici, e che i nigeriani siano stati chiamati a un «voto in negativo». L’elemento più grave infatti è stata la mancanza di veri programmi, costruttivi nel lungo periodo. I dibattiti e gli spot televisivi sono stati diretti a denigrare l’avversario più che a presentare delle idee da parte del singolo candidato, come ad esempio lo slogan del rivale più temuto, il musulmano Muhammadu Buhari (unico vero contendente, aggiudicatosi il secondo posto nello scontro elettorale con 12,61 milioni di preferenze pari al 32,09% dei voti) legato ad un «No Way, no Power, no Water, no Petrol» più che ad una presentazione di punti connessi alla difesa dei valori islamici dei 12 Stati del Nord, da lui rappresentati. I detrattori di Obasanjo hanno avuto buon gioco nel denunciare mancanza di infrastrutture e di beni primari, assenza totale di sicurezza e presenza massiccia di corruzione. Dal 1999 ad oggi Obj è riuscito a livello interno ad organizzare la Commissione per la lotta alla corruzione e la Commissione per lo sviluppo del delta del Niger: troppo poco per un Paese che vive quotidianamente stragi di centinaia di morti per motivi etnici e religiosi, in cui la corruzione è la costante, dove il 66% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, il 38% non ha accesso all’acqua e il 34% è ancora analfabeta!
Non basta a giustificare tale situazione il riconoscimento che numerose disfunzioni presenti sono legate a delle scelte economiche passate che hanno privilegiato esclusivamente l’export petrolifero, e hanno dedicato poca attenzione all’agricoltura e all’industria, ormai depauperate con strutture obsolete e in completo disfacimento.
Da parte sua se il presidente ha puntato nel precedente mandato a rinsaldare dei legami internazionali, tanto da essere considerato uno dei «Padri fondatori» dell’Africa del terzo millennio, ha promesso una crescita del 7% entro il 2007 che dovrebbe derivare da un aumento della produzione petrolifera da 2 milioni di barili al giorno, a 3 milioni nel 2004, fino a 5 milioni entro il 2010.
Certamente pesano le critiche o le denunce dei brogli, ma Obasanjo è l’unico che può offrire una speranza di cambiamento in questo momento storico. Sono bene note la sua pratica di governo e il suo passato di militare sui generis, è lui il cristiano dell’etnia Yoruba che cerca di mantenere in equilibrio la federazione (ultimamente sbilanciata su valori islamici degli Stati del Nord), è lui che ha riavvicinato il Paese al Commonwealth e ha intessuto buoni rapporti con gli Usa e il blocco europeo.Molto probabilmente questa è la «medicina amara» per far uscire la Nigeria allo scoperto e garantirle uno status dovuto al suo peso economico e demografico, è un momento di transizione per fortificarla e renderle possibile un salto di qualità. Ci vorranno molti anni prima che questa «fase di passaggio» porti ad una vera democrazia, ma in questo fieri sono contenute molte delle speranze africane che vedono nell’esecutivo di Abuja un simbolo della propria rinascita continentale, memore delle proprie tradizioni ma proiettata verso un mondo moderno, tecnologicamente avanzato e democraticamente guidato.
 

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