
Molti analisti occidentali si domandano se sia effettivamente iniziata una nuova fase nella storia della regione balcanica. I Balcani, che per secoli hanno rappresentato una terra di confronto fra imperi, dove l’impero asburgico dava vita al suo Drang nach Saloniki nella ricerca di sbocchi a Oriente, dove l’impero zarista si è giocata una fetta importante della propria «proiezione esterna» alla ricerca dell’accesso ai mari caldi, dove l’impero ottomano ha vissuto la drammatica e infinita «questione d’Oriente», legata alle spoglie europee del «grande malato»; i Balcani, per decenni laboratorio di forme originali di comunismo: quello «dal volto umano» in Jugoslavia, quello ortodosso filorusso in Bulgaria, quello eretico stalinista in Albania, e quello fortemente contrassegnato da un nazionalismo antisovietico in Romania; i Balcani, negli ultimi anni teatro di cruenti scontri, contrassegnati dalla pulizia etnica e dai genocidi, dalle fosse comuni in Bosnia e dalle masse di rifugiati in Kosovo, dalle bombe in Serbia e dal caos in Albania; i Balcani, terra abituata «a produrre più storia di quanto sia in grado di consumarne», secondo una nota boutade di Churchill: i Balcani, oggi, cercano la via d’uscita: nel superamento delle contese territoriali, nel riconoscimento delle reciproche minoranze, nell’abbattimento dei dazi e degli ostacoli al commercio regionale, nel perseguimento di una politica di «integrazione orizzontale» (locale), premessa dell’ «integrazione verticale» con l’Unione europea, che dovrebbe rapidamente portarli a realizzare un’area regionale di libero scambio.
Una via d’uscita non facile da trovare e che risulta contrassegnata da fantasmi e retaggi, da paradossi e speranze. Su tutto un nuovo corso che stenta a partire, una «sostenibilità» dei nuovi stati (per lo più piccoli e mantenuti in vita dagli aiuti esterni) ancora incerta, una comunità internazionale desiderosa di disimpegnarsi e di focalizzarsi su teatri decisivi a Oriente.
Le ultime settimane hanno offerto un saggio dei fantasmi e dei retaggi con l’assassinio, a Belgado, del premier Zoran Djindjic, ultimo di una scia di episodi della storia serba moderna e contemporanea. Da un lato infatti è il più recente degli omicidi eccellenti che hanno insanguinato la Jugoslavia contemporanea di Milosevic e post Milosevic (da quello del boss Zeljko Raznjatovic, il famigerato Arkan, a quello di Slavko Curuvija, leader dell’informazione libera serba). Dall’altro è l’ennesimo atto della tragica storia serba che ha visto la fine violenta di numerosi regnanti, da Aleksander Obrenovic (nella infinita contesa con i Karadjordjevic) esattamente cento anni fa, nel 1903, a quello più noto del Re Aleksander (Karadjordjevic, appunto), avvenuto a Marsiglia nel 1934, cui seguì un torbido periodo che avrebbe portato all’invasione tedesca del ‘41.
I fantasmi della «storia che torna» hanno riacceso la miccia e gettato nuovamente nel disorientamento la leadership serba. Più di ottomila persone arrestate, demolizione di ville-bunker, perquisizione di interi quartieri, sequestro di decine di migliaia di armi, destituzione di procuratori, giudici e alti gradi dell’esercito. Come nella migliore tradizione balcanica nelle settimane successive all’omicidio anche i morti hanno un ruolo: il Tribunale di Belgrado ha deciso di emettere un mandato d’arresto per Mirjana Markovic, moglie dell’ex presidente Milosevic, latitante a Mosca, accusata di concorso nell’omicidio di Ivan Stambolic, ex presidente jugoslavo ucciso nel 2000 e il cui corpo è stato ritrovato a Belgrado proprio in seguito all’infittirsi delle indagini delle settimane scorse.
Fantasmi e retaggi da un lato, nella Jugoslavia che fatica a superare l’era Milosevic; paradossi e speranze dall’altro, nei Paesi dell’area che guardano con convinzione a occidente. Per uno strano destino storico oggi guardano verso il mondo occidentale (in particolare verso gli Stati Uniti) nella speranza di superare le eredità storiche proprio quei Paesi che sulla contrapposizione al «mondo capitalista» avevano costruito la loro ragion d’essere.
Si tratta innanzitutto di Bulgaria e Romania, che hanno fin dall’inizio appoggiato l’azione statunitense in Iraq, in nome di una fedeltà alla linea di integrazione nella Nato emersa con vigore fin dalla metà degli anni ‘90.
La Romania, in cambio di tale supporto (che ha previsto anche l’utilizzo da parte degli americani della base di Kogalniceanu nei pressi di Costanza, indispensabile dopo il rifiuto turco di consentire l’attraversamento del proprio territorio alle truppe americane), dovrebbe ricevere anche il sostegno americano per il recupero di un credito dal governo iracheno pari a 1,7 miliardi di dollari, da recuperarsi presumibilmente attraverso l’utilizzo delle risorse energetiche irachene. Per ciò che riguarda la Bulgaria gli Stati Uniti hanno chiesto a Sofia, in aggiunta all’unità anti Nbc di 150 uomini, l’invio di un’unità di fanteria di 100 uomini da impiegarsi come forze di peacekeepers e di sorveglianza in Iraq. Al premier Simeone non sfugge che si tratta di un’occasione di tutto rilievo per dare pronta attuazione alle promesse rimaste indefinite a Praga.
L’Albania, dal canto suo, uno dei dieci firmatari del documento di Vilnius, ha mantenuto una posizione filostatunitense fin troppo ortodossa (spesso marcata da una certa intolleranza verso le voci dissidenti) ugualmente ricalcata dalla leadership kosovara e da quella macedone, memori del decisivo impegno statunitense nella soluzione di crisi regionali.
I due mondi dei balcani si interrogano. Passato e futuro, paradossi e speranze. L’Europa non resti spettatrice.