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La guerriglia vuole solo pesos

RISK
di Riccardo Gefter Wondrich
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 Dopo la guerra in Iraq, il mondo si è interessato, per forza o per amore, di due concetti - l’uno terrificante, l’altro di speranza - e li ha considerati in parallelo. Il primo è il rapido succedersi di una quantità inusitata di attacchi terroristici a tutte le latitudini - in Arabia Saudita, in Marocco, in Turchia e in Israele; l’altro è il destino di un pacchetto di proproste stilate dal «Quartetto» e chiamate roadmap, il cui adempimento dovrebbe portare alla pace nel conflitto per eccellenza, quello che secondo una misera opinione giornalistica riempie di sé tutti gli altri: ovvero il confllitto israelo palestinese.
Sharon incontra Abu Mazen, Sharon non parte per gli Usa, Bush rinnova l’invito a Sharon a recarsi in Usa, Abu Mazen subisce le pressioni di Arafat, Arafat è dannoso alla pace e tuttavia frequentemente visitato da rappresentanti europei, Colin Powell invece non lo ha voluto incontrare… e sullo sfondo, un gran rumore di bombe che esplodono, terroristi suicidi , donne, ragazzini, intere famiglie che si fanno saltare per aria.
L’attenzione al contenuto della roadmap - come se dalla sua applicazione dipendesse la soluzione del problema del conflitto mondiale che si chiama terrorismo - ha qualcosa di scaramantico, e anche di cinico: i cronisti hanno seguitato a domandarsi quanto Sharon voglia la voglia davvero, e quanto invece la pace sia messa a rischio dalla sua famigerata natura guerrafondaia, invece di ascoltare con attenzione la sua continua riproposizione del discorso del 24 giugno del presidente George Bush, che già rappresenta nella sua essenza il compimento del documento. Il discorso di Bush, infatti, oltre a riproporre la creazione entro il 2005 di uno Stato palestinese a seguito della restituzione dei territori (non specificata in dettaglio perché affidata alla trattativa, senza quindi dimenticare che ci sono insediamenti più importanti o lembi di terra scambiabili con altri) ha enunciato in modo chiaro l’indispensabile esigenza che la risoluzione del conflitto prenda in considerazione anche le convenienze di sicurezza (e quindi territoriali) di Israele, un Paese minacciato come nessun’altro al mondo data la sua collocazione in una mappa che lo circonda di milioni di nemici. Ma soprattutto, Bush ha fatto della trattativa con i palestinesi una questione legata indistricabilmente con la visione di un Medio Oriente democratizzato, in cui dei governi - completamente rinnovati e mondati dall’esigenza di sostenere gruppi teroristici sinora parte integrante della loro cultura e dalla necessità di indirizzare il malcontento popolare su un nemico da torturare e uccidere, gli ebrei e gli occidentali - siano in grado di offrire garanzie di pace. È in quest’ottica che gli Usa hanno appoggiato Abu Mazen; ed è in questo quadro che va visto il piano di pace. Il Medio Oriente non ha bisogno di un ennessimo miraggio, dell’ ennesima dichiarazione di «voler porre fine al terrorismo», e della ripetizione della ratio che sostenne tutto il precedente processo di pace - sia il presdiente Clinton, che, e in maniera ancora meno schizzinosa, gli europei, lo condussero tutto quanto come una continua pressione su Israele per cercare di pacificare i terroristi che continuavano ad agire incrementando la linea di land for peace senza prendere respiro. L’idea era che quanto più Israele avesse concesso, tanto più il terrorismo avrebbe ceduto, o comunque sarebbe stato indotto dalla leadership palestinese a rinunciare alla speranza di distruggere lo Stato d’Israele. Le cose sono andate in maniera diametralmente opposta: come tutti ricorderanno, la scelta di Rabin, seguita da Peres, da Netanyahu e da Barak, di concedere tutto ciò che avrebbero potuto (si ricordi Shlomo Ben Ami, che a Taba, nell’ultima disperata manche del confronto, disse ad Abu Allah: «Prima di seguitare con i vostri no, chiama un fotografo, non avrai mai più di fronte una squadra così pronta a concedere tutto quello che volete, compresa Gerusalemme e una parte del rientro dei profughi») ha portato a un’Intifada in cui la scelta del terrore ha ripreso la valenza strategica degli anni Settanta, aumentata oggi dalla spinta integralista. La roadmap è una via poco pratica, perché parla di confini del ’67 quando neppure i palestinesi, probabilmente, li sceglierebbero di nuovo; perché non prende in considerazione a dovere il fatto che i palestinesi stanno di nuovo chiedendo la distruzione di Israele con la reintroduzione del problema dei profughi; perché non affronta la questione dell’ incitamento al terrorismo suicida che inonda radio, televisioni e libri di testo, sotto il patrocinio dell’ autorità palestinese e con il finanziamento dei Paesi occidentali; infine, perchè la lotta al terrorismo non è parte di un processo di pace, ma è l’unica strada perché ci sia, si dia, si materializzi la pace in Medio Oriente. Le politiche mondiali hanno fin’ora lavorato in modo da prevenire Israele dal combattere un’autentica lotta contro il terrorismo; adesso, dopo la guerra in Iraq, mentre Bush dà segno di aver capito che la guerra al terrore è la madre di tutte le paci, per Israele queto semplice assioma non vale. O si crede che il problema dei terriotri sia quello che davvero dirimerebbe la questione? Basta uno sguarda al passato, fin dal 29 novembre 1947, per capire che il rifiuto arabo è ontologicamente connesso con il conflitto israelo-palestinese, che si è perpetuato in tutte le circostanze (nel ’67, nell’82, nel ’91, nel nostro secolo con l’Intifada) e che, finché lo condividiamo, non risolveremo mai la questione.
 

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