
Un paio di giorni prima della caduta di Baghdad, nel centro di Mosca si è svolta un’imponente manifestazione antiamericana contro la guerra in Iraq. In cambio di mezza giornata libera, i direttori di ogni fabbrica hanno mandato un numero stabilito di operai; i rettori delle università hanno concesso agli studenti i permessi per assentarsi dalle lezioni; l’amministrazione di Mosca ha fornito i mezzi di trasporto; le agenzie pubblicitarie hanno realizzato i manifesti contro Bush e gli slogan antiamericani. Sembrava fossero tornati i «tempi d’oro» del Pcus. Solo che a organizzare la manifestazione è stata «Russia Unita», il partito di governo.
Un primo, sorprendente dato emerso dai sondaggi e dalle analisi condotte dal «Centro di studi sull’opinione pubblica» di Mosca, riguarda l’atteggiamento popolare nei confronti degli Stati Uniti. Il trend non lascia dubbi: se per tutto il 2002, e fino al gennaio di quest’anno, oltre il 50% della popolazione esprimeva un sentimento di simpatia per gli Usa, con l’inizio del conflitto in Iraq, nel marzo scorso, tale percentuale è crollata al 38%. Ma non è tutto. Invece di sopire le proteste antiamericane, la fine del regime di Saddam Hussein le ha accentuate: così, in aprile soltanto un 29% dei russi conservava un atteggiamento benevolo verso l’America. Letti al contrario, tali dati rivelano ancor più chiaramente le dimensioni del fenomeno: in gennaio poco più di un russo su tre si dichiarava ostile agli Usa, ma erano già più della metà della popolazione – il 55% - in marzo e addirittura il 64% - una percentuale eccezionale – nel mese di aprile. Vale a dire quando la guerra era già conclusa. Persino durante i bombardamenti della Nato in Serbia, nel 1999, l’avversione agli Stati Uniti non aveva contagiato più del 53% dei russi. Il 90% degli intervistati, inoltre, ha dichiarato di ritenere che gli americani agiscano esclusivamente nel proprio interesse, allo scopo di dimostrare chi sia «il padrone» e imponendo i loro valori al resto del mondo. Per i due terzi, l’obiettivo degli Usa è controllare il petrolio del Golfo ed estendere la loro influenza su tutto il Medioriente. Soltanto per uno sparuto 3% la cacciata di Saddam e l’eliminazione delle sue armi di distruzione di massa costituivano il vero scopo della guerra.
A giudicare dai dati, insomma, la vittoria americana ha risvegliato tutti i vecchi complessi sovietici: dal timore che l’influenza degli Usa giunga sino in Caucaso e in Asia Centrale – e che ciò sia diretto contro la sicurezza nazionale russa -, alla frustrazione per la perdita dello status di superpotenza e per l’incapacità della Russia di preservare il proprio prestigio e rango internazionale.
L’intensità e la durata del sentimento antiamericano non vanno tuttavia sopravvalutati. Tra un paio di mesi, passata la crisi, la dicotomia dell’atteggiamento russo nei confronti dell’Occidente e del suo campione, gli Stati Uniti – da un lato ammirazione per la democrazia, la potenza e la capacità di difendere il benessere della popolazione, dall’altro lato invidia e complesso di inferiorità – ritroverà probabilmente un equilibrio. Una volta preso atto del successo americano, semmai, la rabbia e l’aggressività popolari verranno riversate sulla classe dirigente russa, inetta e inefficiente. A conferma di ciò, interviene anche il radicale mutamento rilevato nei confronti della guerra in Cecenia. Dopo la presa del teatro di Mosca da parte di un commando terrorista sei mesi fa, il 46% degli intervistati dichiarava di appoggiare il pungo di ferro nella repubblica ribelle, mentre il 43% propendeva per una soluzione negoziale al conflitto. Nell’aprile di quest’anno, invece, il 72% dei russi chiedono che vengano intavolate trattative con i separatisti ceceni, e soltanto un 16% è ancora a favore della continuazione della guerra fino al loro annientamento.
Se la reazione popolare antiamericana può facilmente essere compresa, ciò che necessita di una spiegazione è la posizione del governo di Putin, che dopo l’appoggio incondizionato agli americani all’indomani dell’11 settembre e i tentativi – di indubbio successo – di instaurare un rapporto privilegiato con l’amministrazione Bush, ha scelto di cavalcare l’antiamericanismo popolare. O meglio, lo ha persino fomentato: è evidente che senza l’avallo e il supporto attivo da parte del governo, una manifestazione massiccia e dai toni esasperati come quella di Mosca non avrebbe mai potuto avere luogo. Sul fronte della politica estera, il punto di svolta è stato rappresentato dagli incontri di Putin con Chirac e Schroeder, dai quali il presidente russo ha tratto la convinzione che un asse Parigi-Berlino, appoggiato da Mosca, avrebbe costituito un efficace contrappeso alla potenza americana. Sul piano interno, invece, sono tre i fattori che sembrano aver guidato le scelte di Putin. Con le scadenze elettorali vicine, il tentativo di strappare al maggiore partito di opposizione - i comunisti di Ziuganov - il consenso suscitato dalla propaganda antiamericana; la pressione delle strutture burocratiche – Esteri, Difesa, complesso militare-industriale – che sono rimaste bastioni dell’ Ancien Regime; infine, la desinformazija propinata dagli stessi servizi segreti russi. Secondo numerose indiscrezioni, parte dei servizi ricevevano finanziamenti da Saddam Hussein, attraverso i vecchi collegamenti rimasti attivi dopo il crollo dell’Urss. Le conseguenze del voltafaccia di Putin non hanno scalfito la popolarità del presidente; d’altronde, il suo tentativo di ostacolare gli Usa ha incontrato il favore della gente, nonostante il fatto indiscutibile che si è trattato, a livello di politica estera, di un totale fallimento. E il pragmatico Putin, infatti, sta cercando adesso di ricucire lo strappo con l’America. Certo è che la sua avventura antiamericana durante la crisi dell’Iraq ha logorato l’intesa con Washington – e i vantaggi che questa assicurava alla Russia – che la saggia politica del dopo 11 settembre aveva edificato.