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Geopolitica della latinità

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 La globalizzazione ha subordinato il rapporto tra Stato nazionale e territorio, ha annullato le frontiere e nello stesso tempo ha valorizzato le identità transnazionali economiche, religiose, culturali, e quella settaria del terrorismo. Lo scontro delle civiltà, messo da Samuel Huntington al centro della storia contemporanea, rispecchia, a onta di certi suoi aspetti troppo semplicistici, la nuova geopolitica, la geopolitica postmoderna. Ne deriva, per le aggregazioni che hanno già un’identità precisa, anche se non politicizzata e solo tenuemente istituzionalizzata, non solo la possibilità ma anche l’obbligo di definire i propri interessi, di esercitare la propria influenza per la loro soddisfazione, di contendere ad altre aggregazioni i grandi spazi.
Anche la «latinità», a questo punto, cessa di essere un ricordo più o meno piacevole del liceo classico, e anche se non figura per ora nei dizionari di geopolitica, potrebbe rientrare come soggetto nel gioco di quelle che Carlo Jean ha chiamato le «macrocostellazioni», e apparire nei megascenari di Huntington non solo come un riferimento storico.
Per approfondire il tema occorre chiarire le diverse dimensioni della Latinità e accertare quelle che presentano una maggiore capacità propulsiva .
La dimensione etnica è oggi la meno significativa. All’unica organizzazione - l’Unione latina - che raggruppa i Paesi latini, aderiscono oltre ai Paesi latini europei (Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Romania, Moldavia, San Marino e Monaco)anche sei Paesi dell’Africa ex portoghese (Angola, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, Sao Tomé e Principe), due Paesi dell’Africa ex francese ( Costa d’Avorio e Senegal) nonché un Paese asiatico, le Filippine, e tutti i Paesi dell’America Latina ( fa eccezione il Salvador) (4). È sintomatico peraltro che gli emigranti latinoamericani, pur appartenendo a un’area dove esistono, accanto a una componente europea, anche cospicui apporti africani e indigeni, si definiscano negli Stati Uniti come latinos, negando semmai tale qualifica ai latini autentici. Il quotidiano spagnolo El Paìs, ha riportato come, negli Stati Uniti, una bionda insegnante d’origine italiana, cercando d’ingraziarsi una scolaresca latina, abbia fatto presente di essere anche lei latina, anzi laziale, ottenendo la ripulsa degli alunni: «Macché latina, siete polacca».
Rimosso il fattore etnico, ecco una prima considerazione: si è latini per scelta non per destino. Nell’Unione europea la popolazione dei Paesi latini comprende circa 168 milioni di individui, senza contare la parte latina del Belgio e della Svizzera; si confronta quindi con 185 milioni di nordici (Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Austria, Paesi scandinavi). I futuri ampliamenti dell’Unione non dovrebbero alterare tale differenziale: i Paesi baltici confluirebbero nel settore nordico; un nucleo slavo, peraltro eterogeneo confessionalmente, avrebbe nell’Europa a venticinque un peso demografico non superiore a circa 80 milioni di individui. Solo l’ingresso dell’Ucraina (50 milioni di abitanti) e poi della Federazione Russa (145 milioni) potrebbe alterare un equilibrio basato su un rapporto demografico non eccessivamente sbilanciato a favore dei Paesi nordici. Il nucleo meridionale (alla Grecia si aggiungeranno Malta e Cipro) potrebbe assumere un certo rilievo con l’ingresso ancora ipotetico della Turchia (67 milioni di abitanti in rapida crescita). Per il blocco latino l’incorporazione, purtroppo ancora di là da venire, della Romania (22 milioni di abitanti), contribuirebbe a ristabilire un certo equilibrio con i Paesi nordici. L’ingresso della Turchia renderebbe inevitabile un partenariato organico con i Paesi della sponda meridionale del Mediterraneo (Nord Africa e Medio Oriente) facendo entrare in gioco una popolazione di 216 milioni di individui, quasi 290 se si include l’Iran, e mettendo in questione la politica demografica dei Paesi della riva settentrionale, ossia dei Paesi euro-latini.
La prevalenza numerica dei Paesi nordici nell’Unione europea è destinata a permanere, e a fare da polo d’attrazione per i nuovi arrivi, a danno dei Paesi latini e della latinità. Su un piano globale la posizione latina migliora notevolmente aggiungendo la popolazione latinoamericana (470 milioni di individui), delle Filippine (75 milioni), dei paesi africani aderenti all’Unione latina (66 milioni), nonché della Romania e della Moldavia (25 milioni) contro l’ aggiunta ai nordici del blocco anglo-sassone, ossia di 281 milioni di statunitensi, 30 milioni di canadesi, 19 milioni di australiani, 3 milioni e 862 mila neozelandesi, tanto più che all’ammontare anglo-sassone di 333 milioni vanno sottratti più di cinquantotto milioni di oriundi latini (35 milioni di latinos o hispanos, almeno quindici milioni di oriundi italiani, otto milioni di franco-canadesi). In connessione alla politica demografica e ai flussi migratori già in corso nella direzione Sud-Nord i Paesi latini dovranno porsi il problema geopolitico delle priorità e delle preferenze. L’accantonamento del latino come lingua universale della Chiesa cattolica, con l’adozione delle lingue locali nella liturgia da una parte e la sua progressiva estromissione dall’insegnamento scolastico dall’altra, priva la latinità del suo riferimento linguistico originale. Viceversa, la valorizzazione delle lingue regionali e minoritarie prevista dalla Carta approvata nel 1992 dal Consiglio d’Europa e finora ratificata da quattordici Paesi, rinforza l’area della latinità: infatti, salvo il caso del basco e del bretone e a parte le lingue delle minoranze etniche e migranti, la maggioranza delle lingue regionali nell’ambito dell’Europa latina hanno un carattere transfrontaliero: si presentano cioè come comuni o somiglianti alle popolazioni di frontiera e hanno radici latine e affinità - come il gallego nel caso della Galizia in Spagna e del minho in Portogallo, il catalano e l’occitano ai confini della Catalogna con la Francia meridionale, l’occitano ancora tra la Provenza e il Piemonte, il corso e sulla riva opposta il toscano. In questo senso, si può dire che nell’ambito europeo la promozione delle lingue regionali non indebolirà l’area culturale della latinità ma l’arricchirà, rinnovando e ammodernando collegamenti tradizionali. Sul piano globale, all’indiscussa preponderanza dell’inglese come lingua della scienza, della tecnica, degli affari - peraltro di un inglese semplificato, impoverito e mal pronunciato - fa riscontro una notevole penetrazione delle lingue neolatine negli Stati Uniti e soprattutto dello spagnolo, che sta diventando sempre di più, nelle aree confinanti con il Messico, la seconda lingua di lavoro, come lingua proletaria. In questo senso e tenendo egualmente presente la consistenza demografica del mondo latino e la capacità d’aggiornamento dimostrata storicamente dai linguaggi neolatini sul piano scientifico e tecnico, sembrano eccessivi gli allarmi sulla loro definitiva detronizzazione, ma è indubbiamente nel settore linguistico che si gioca la sopravvivenza della latinità come entità culturale, una condizione indispensabile anche in relazione ai possibili sviluppi geopolitici. Deplorevole sarebbe il tentativo di privilegiare questa o quella lingua neolatina a scapito delle altre. Di fronte all’invasione di un inglese standard o si salveranno tutte o non si salverà nessuna.

La Dimensione religiosa. La Chiesa cattolica, in quanto romana, ha ereditato il concetto di «romanità» come simbolo di una civiltà etnicamente aperta e umanistica. In effetti, nell’America latina la convivenza interrazziale si è realizzata senza le aspre tensioni emerse nelle aree di colonizzazione anglosassone. D’altronde il collante latino-cattolico è alle origini della Comunità europea a sei, fondata da una triade cattolica De Gasperi – Adenauer- Schumann e facilitata da una Germania divisa ma concentrata nella parte occidentale, ossia nella sua porzione più cattolica e più vicina al mondo latino. È innegabile infine che all’attuale Papa vada il merito di aver dato la prima spallata al sistema sovietico, e di aver fatto di conseguenza più di qualsiasi statista europeo in favore dell’unità dell’Europa. Si è ovviamente tentati, perciò, da un’identificazione completa tra cattolicesimo e latinità. Un tentazione che può essere smentita facilmente giacché alcuni Paesi che si dichiarano latini o adepti della latinità non sono cattolici - come la Romania e la Moldavia, entrambe ortodosse - o hanno una popolazione per il 96 per cento musulmana - come il Senegal. Inoltre nei Paesi latini esistono ampie zone franche laiche o eterodosse.
Ma se la latinità è una scelta, è chiaro che questa scelta implica il rispetto del primato spirituale del vescovo di Roma. Rendendosene conto, Huntington affianca protestantesimo e cattolicesimo nella civiltà occidentale, sotto un comune denominatore cristiano, ma tracciando una frontiera – il che è più discutibile - con il mondo ortodosso.

La dimensione economica. Tra le prime undici potenze industriali del mondo vi sono cinque potenze latine: la Francia, l’Italia, il Brasile, la Spagna e il Messico. Se si escludono la Cina e il Giappone e naturalmente il blocco anglosassone, il blocco latino ha una posizione di tutto rispetto, superando economicamente il blocco asiatico, quello arabo-islamico e un ipotetico blocco slavo, senza parlare dell’Africa. Nondimeno il caso della Cina, in marcia verso i livelli più altri della graduatoria internazionale grazie a un tasso di sviluppo del 9% annuo, dimostra che solo un inadeguato sfruttamento delle proprie risorse impedisce per ora il sorpasso anche alla Russia, all’India e all’Iran dato il loro potenziale demografico e dato il loro patrimonio di materie prime. Francia, Italia e Spagna sono condannate, presto o tardi, a perdere le proprie posizioni in classifica, non avendo più il potenziale demografico necessario per un’ulteriore fase di industrializzazione intensiva, salvo il ricorso ad una immigrazione così massiccia da sovvertire l’assetto interno sociale c culturale. Al contrario, Brasile e Messico sono ancora in fase d’espansione, e sono ben lungi dal completare la trasformazione del proprio potenziale demografico in mercato di consumo, donde enormi possibilità di crescita della propria capacità produttiva, e la prospettiva per le altre potenze latine di proficue partecipazioni e di un sostanzioso incremento degli scambi. Quanto detto per Brasile e Messico vale anche per la maggioranza degli altri Paesi dell’America Latina. Purtroppo, questa regione è stata trascurata dai Paesi eurolatini e in particolare dalla Francia e dall’Italia, in un primo tempo a causa delle nostalgie colonialiste, del «mal d’Africa», e in un secondo tempo a causa del fatto che i Paesi latini - con la sola eccezione del Venezuela e del Messico - non controllano come i Paesi arabi risorse strategiche come il petrolio. Ciò non toglie che l’America Latina rappresenti il terreno ideale per gli investimenti dei Paesi eurolatini. Infatti, se questi investimenti hanno rivelato un certo rischio in seguito a oscillazioni e discontinuità nell’andamento dello sviluppo regionale, ciò va addebitato anche a un protezionismo europeo a favore delle ex colonie africane, portato avanti ostinatamente nonostante risultati ridicoli o controproducenti: se l’America Latina avesse avuto da Bruxelles lo stesso appoggio avuto dalle ex colonie (pensiamo, nel caso dell’Italia, agli aiuti alla Somalia) oggi avrebbe raggiunto non solo una maggiore stabilizzazione interna e una più organica rete di infrastrutture, ma anche un alto grado di complementarietà con i Paesi latini d’Europa. Quella complementarietà già è esistita in passato, quando l’America funzionava come «Europa di riserva», assorbendo per oltre un secolo (1860-1960) le eccedenze di manodopera dell’Italia, della Spagna e del Portogallo e finanziando con le rimesse degli emigranti lo sviluppo dei Paesi d’origine . Adesso la situazione si è capovolta: l’America Latina è diventata una riserva di manodopera a costo minore, rispetto ad altre provenienze, per adattabilità e per capacità di assimilazione
La dimensione economica condiziona la dimensione politica. Negli anni della Prima Repubblica in Italia vi è stata una politica arabo-mediterranea, benché non sempre in consonanza con il filone preferenziale, quello atlantico-occidentalista; non vi è stata una politica «latina» e in particolare latinoamericanista, benché quest’ultima non si manifestasse in controtendenza rispetto alla linea principale, ma al contrario la favorisse. La spiegazione è facile: basta pensare all’ordito parlamentare, giornalistico e diplomatico a suo tempo predisposto da Enrico Mattei, e non molto tempo fa alle pressante richiesta dei gruppi petroliferi italiani della normalizzazione delle nostre relazioni con Paesi non in odore di santità nelle assisi internazionali, ma padroni di petrolio e gas naturale . Tutto questo nonostante il rischio per l’Italia di una fortissima dipendenza energetica da fonti situate in un’area carica di conflittualità e dal futuro imprevedibile. Di questo rischio si è avuto un chiaro avviso negli anni Settanta, prima in occasione della guerra arabo-israeliana del 1973, quando l’Italia e altri Paesi europei furono vittime del boicottaggio petrolifero dei Paesi arabi , e poi nel 1979 con la contrazione della produzione petrolifera seguita alla caduta dello Scià in Iran. In questo periodo contribuirono a sostenere la situazione italiana sia i depositi in divisa effettuati dal governo venezuelano in banche italiane sia i rifornimenti petroliferi deviati sempre dal Venezuela verso l’Italia. Del resto, nel secondo dopoguerra all’Italia non era mancata la solidarietà dei Paesi latinoamericani, sia con la porta aperta alla nostra ultima corrente migratoria sia con i rifornimenti alimentari ordinati dal presidente argentino Perón, sia ancora nei negoziati sui seguiti del trattato di pace, compreso l’appoggio al nostro tentativo - romantico ma autolesionista - di recuperare le colonie africane. Ciononostante, non esiste in Italia una lobby latinoamericana con la stessa capacità d’influenza della lobby arabo-mediterranea. La sottovalutazione politica del substrato latino - e nel caso dell’Argentina, italiano - spiega come nel 1982 di fronte al conflitto anglo-argentino per le isole Malvine l’Italia abbia votato per le sanzioni contro l’Argentina rifiutandosi poi di rinnovarle, una volta accortasi che si trattava non solo di un Paese latino, ma del Paese più italiano del mondo dopo l’Italia.
Anche episodi del genere indicano che la dimensione politica della Latinità è ancora sfuggente e indeterminata, e va costruita da capo.

Costruzione di una geopolitica, o la riconquista dell’Atlantico. Se si segue la concezione drammatica della geopolitica di Yves Lacoste, se si considera geopolitica «l’analisi delle rivalità dei poteri sui territori», è chiaro che basta individuare un nemico per definire la geopolitica della latinità. Ma il nemico potrebbe essere, nel caso di una globalizzazione che sfugga di mano ai Paesi latini, un mondo anglo-sassone che ne monopolizza la gestione. Il meglio del mondo anglo-sassone ha però sempre agito di conserva sulla via della modernizzazione con il mondo latino: una divaricazione porrebbe fine a un’alleanza finora vincente. Quanto al mondo slavo-ortodosso, non è ormai un nemico, ma un’opportunità. C’è invece un nemico storico nel mondo islamico, che fa di tutto nelle sue punte radicali per candidarsi a tale ruolo: sarebbe stupido per l’Occidente e la latinità cadere in questa trappola. Occorre invece far capire all’islam che ha tutto da perdere da questa battaglia.
Semmai, il mondo latino europeo, - mondo di scopritori, di esploratori, di conquistatori e di mercanti - deve evitare di polarizzarsi sul mari di casa, e deve con un colpo d’ala collegarsi in modo organico e non in modo sporadico con i latini d’America. L’Atlantico del Sud deve tornare a essere un «mare latino». I grandi corridoi transoceanici debbono collegarsi come nel Cinquecento, nel Seicento e nel Settecento ai grandi corridoi terrestri europei per giungere a quell’Europa dell’Est che, inclusa la Russia, è anche per l’Europa latina la nuova frontiera, la frontiera dello sviluppo.

L’integrazione dell’America Latina avverrà attraverso una rete di corridoi. Un corridoio partirà dal Nord, dalla megalopoli che si è formata tra Ciudad Juarez ed El Paso alla frontiera tra Stati Uniti e Messico, per giungere a Puebla nell’America Centrale. Nell’America meridionale si progettano una verticale Caracas-Buenos Aires, una trasversale amazzonica ossia una via d’acqua che dovrebbe arrivare dall’Atlantico al Pacifico, un’altra trasversale tra due oceani, Buenos Aires – Santiago del Cile.
Vari nuovi percorsi sono in progetto anche in Europa, ma il pericolo che minaccia i Paesi eurolatini è di essere relegati al di sotto di una frontiera interna coincidente con la valle del Danubio e il suo collegamento con il Reno, ossia di essere ributtati alla periferia dell’Unione e spinti in un Mediterraneo che interessa poco o nulla ai Paesi nordici. Solo il collegamento atlantico può rimettere in gioco la latinità e darle un senso geopolitico e geoeconomico.