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L'osce in cerca di missione

RISK
di Alessandro Politi
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 In un periodo di grandi incertezze come questo, a cavallo di due millenni, torna alla ribalta tutto un immaginario che credevamo se non inquadrato, almeno illuministicamente risolto nelle sue linee fondamentali. Tornano gli idoli della forza e della potenza militare, risorgono dei come Marte e Venere, risuonano presagi d’orizzonti di gloria e di predestinati imperi.
Tutto molto bello ed emozionante, se non vi fosse il vecchio vizio machiavelliano ed europeo di guardare dietro ai drappi delle bandiere al vento per vedere se i sogni che agitano una classe politica sono frusti di qualche secolo o se invece non possono aprire nuovi spazi di libertà, solidarietà e diritti condivisi, gli ingredienti di una pace meno illusoria di altre.
Abbiamo sentito ripeterci in un nutrito volume dall’illustre studioso Robert Kagan che gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere. Francamente ci aspettavamo qualcosa di più di una metafora sessista per capire in che mondo stiamo vivendo, ma il titolo non nasce a caso. Deriva dal best-seller di John Gray (Men Are From Mars, Women Are From Venus. New York: HarperCollins Publishers, 1992) dove si riducono a caricatura i rapporti tra uomo e donna, pretendendo di fornire delle chiavi interpretative. L’autore è figlio di un petroliere texano, con due titoli di studio piuttosto leggerini, primo marito di una star della New age.
Robert Kagan ha l’aggravante non solo di avere titoli di studio seri e un curriculum di governo di tutto rispetto, ma anche di vivere da due anni in Europa. Prima di guardare a un’istituzione come l’Osce, poco esplorata in questa seconda guerra del Golfo, sgomberiamo il campo dagli idola tribus. Già considerare gli Usa sotto il segno di Marte è semplicemente offensivo quanto pensare che questo Paese si possa ridurre allo stereotipo del cowboy sparalesto. Marte è il dio funesto della violenza sanguinaria e incontrollata, cioé quanto di più lontano dall’arte della guerra sviluppata oltre Atlantico prima e dopo la guerra fredda, per non parlare degli assi portanti della cultura americana.
L’Europa, se proprio bisogna insistere su una divinità, non è altro che Atena, la dea delle arti, protettrice del multiforme ingegno, della violenza controllata e, soprattutto, della legge; proprio quella legge che, impedendo il ciclo della rappresaglia, ha creato la terzietà, fonte di democrazia e libertà. Questo spiega perché anche Blair o lo stesso presidente del Consiglio abbiano lungamente insistito sulla necessità di acquisire quel consenso internazionale, all’interno di regole condivise, che rende più saldi i frutti della vittoria militare.
Affermare che la potenza militare e che l’uso della forza siano l’elemento cardinale delle relazioni internazionali, ricorda un retrogusto guglielmino, arcaico nella concezione, nei metodi e nei risultati, che non è nella matrice di democrazie uscite dall’orrore di due guerre mondiali e di una guerra fredda. Tra potenza e forza militare esiste quella relazione inversa, rivelata da Luttwak, che fa comprendere il ruolo limitato della seconda rispetto all’influenza intangibile, ma reale della prima.
Certo, l’idea dell’impero ha sempre un grande fascino, specie se la trama di fondo appartiene di più a una democrazia talassocratica che non a un’autocrazia classica o totalitaria, ma un secolo di esperienza politica internazionale Usa è pieno di esempi di un fascino sfiorito relativamente presto e spesso in modo rovinoso.
Nel frattempo il panorama delle organizzazioni internazionali dopo la guerra di coalizione all’Iraq è segnato da una crisi difficilmente reversibile.
L’unica organizzazione uscita relativamente intatta dalla bufera è l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e cooperazione in Europa), del cui futuro si è discusso il 3 aprile scorso in seno alla delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare dell’Osce, su impulso dell’on. Marcello Pacini. La tentazione è di concludere che sia indenne perché irrilevante, ma è un fatto che è l’unico foro in cui sia vivo un genuino dialogo transatlantico, che rischia di diventare ancora più prezioso se il negoziato dell’Omc a Doha dovesse fallire.

Quattro sono gli scenari possibili per l’Osce, sintetizzabili in quattro titoli: A) la meno inutile delle organizzazioni regionali; B) il tenue filo di una solidarietà transatlantica; C) il sostituto per difetto dell’Onu; D) la struttura esplorativa e preparatoria dello spazio europeo e atlantico.
Personalmente sembra affascinante una combinazione delle ipotesi A e D, in quanto, se nel tradizionale spazio euratlantico della Nato la dimensione militare della sicurezza tradizionale perderà ulteriormente d’incisività collettiva a favore di un rapporto sostanzialmente multibilaterale, è invece utile immaginare che l’ulteriore strutturazione e rinnovamento del rapporto possa essere perseguita con molta più flessibilità e consenso all’interno dell’Osce.
In sostanza bisogna avere il coraggio di passare da un rapporto transatlantico a uno eurasiatlantico, superando tutte le eredità della seconda guerra mondiale per approfondire le conseguenze di quella straordinaria trasformazione che è stata la fine della guerra fredda, cioè la difficile relazione dodecennale tra le democrazie consolidate e quelle nate dalla rottura gorbacioviana del sistema sovietico. Un rapporto eurasiatlantico non implica improbabili fusioni, ma continua il grande processo di riforma, evoluzione e approfondimento della democratizzazione, spingendone gradualmente le frontiere ai confini della Cina, l’attuale quinto partner nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Gli ovvii assi di sviluppo dell’Osce sono già orientati verso il Caucaso e l’Asia Centrale, zone dove l’opera di diplomazia e stabilizzazione preventiva è lungi dall’essere conclusa, ma in un dimensione geopolitica (e georeligiosa) è impossibile scindere il Medio Oriente dal resto del continente, anche se per convenzione mediatico-diplomatica questa è un’immagine tradizionale. Non è quindi strano che la Nato, dopo aver accettato la responsabilità della conduzione della forza Isaf a Kabul sotto mandato Onu, abbia cominciato a esplorare informalmente la possibilità di contribuire al processo di stabilizzazione in Iraq, anche se il suo trattato non consente deroghe ai confini e richiederà una riscrittura con relativa ratifica per necessità di legittimazione democratica.

Comunque i tempi postbellici sembrano maturi per proporre la razionalizzazione dei dialoghi mediterranei di sicurezza piuttosto inconcludenti in ambito Unione europea e Nato sotto un ombrello Osce. Così non solo si tagliano infruttuose duplicazioni, ma soprattutto si comincia a elaborare un approccio verso le adiacenze dei confini europei sia come risposta di pace alle tensioni locali, sia nella prospettiva di più lungo termine di uno spazio eurasiatlantico.
È vero che l’emergenza antiterrorismo tiene ancora banco, e tuttavia vi sono segnali incoraggianti di una possibile ripresa del processo di pace. In questo contesto l’Osce può gradualmente estendere l’uso di quella capacità di diplomazia preventiva e ricostruttiva che sono la sua specialità, a patto che i grandi facciano sul serio.
Può sembrare sorprendente che la vicepresidente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, On. Rita Süssmuth, sostenga che il sesto compito dell’Osce debba essere il dialogo tra forze laiche e islamiche nell’area Osce, quale necessaria componente per una costruzione statale e civile che includa i principi portanti di diversi sistemi di valori.
Eppure bisogna avere immaginazione politica per capire come in un contesto di processo di pace, l’Osce possa offrire un tavolo di dialogo politico in sinergia con il dialogo religioso, specie quello all’interno delle religioni del Libro. Se non si supererà all’interno dello stesso mondo islamico l’impasse della proposta integralista ridefinendo i confini e le dinamiche tra governo e sfera religiosa, le medaglie di Iraqi Freedom saranno presto ricoperte dalla sabbia del deserto.

 

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