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L'enigma di Erdogan

RISK
di Lucio Leante
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 Con la guerra in Iraq e con il suo rifiuto di parteciparvi, la Turchia ha perso non solo una buona parte della sua posizione strategica di crocevia geopolitico tra Occidente e Oriente, ma anche una buona parte della sua credibilità di alleato strategico della potenza vincitrice, gli Usa, nonché di Israele, negandosi ogni possibilità di influenza nel processo di riassestamento del Medio Oriente e del Nord Iraq, in particolare.
D’altra parte, essa ha guadagnato un po’ di credibilità politica in chiave antiamericana presso i Paesi arabi vicini (sempre più in crisi politica ed economica specie per la presenza americana nella regione); una credibilità che Ankara potrebbe spendere in direzione moderatrice. Nella cartucciera di Ankara sembra permanere anche la spendibilità ideale del suo modello di unico Paese musulmano laico e democratico, di democrazia islamica «tutelata». E sotto questo aspetto l’esperienza dei turchi nel tenere sotto tutela l’islam potrà rivelarsi preziosa nella costruzione del nuovo Iraq e del nuovo Medio Oriente democratico che si cerca ora di costruire sulla base appunto del «modello turco».
La prima perdita della Turchia è quella di carattere geopolitico derivante dal fatto che una buona parte della sua posizione di crocevia tra Europa e Medio Oriente, tra mondo cristiano (occidentale e orientale) e mondo islamico, nonché di avamposto occidentale in partibus infidelium, che tante rendite di posizione politiche e finanziarie ha fruttato in passato ad Ankara, dovrebbe presto essere rivestita dall’Iraq democratico.
La Turchia resta, in quanto confinante con Siria, Iran e lo stesso Iraq, un Paese di frontiera della democrazia e della laicità nel mondo islamico. Ma non c’è dubbio che abbia perso la sua unicità e con essa una parte delle sue rendite di posizione che ora dovrà condividere con l’Iraq.Inoltre, sotto tale rispetto, l’ambiguità strategico-militare mostrata dalla leadership post islamica nella crisi irachena sembra un riflesso di calcoli di politica interna miranti alla fuoriuscita dal kemalismo laicista, con l’ausilio della vecchia Europa (Francia e Germania). Una fuoriuscita che potrebbe rimettere in discussione l’esemplarità del modello turco.
La seconda perdita secca della Turchia deriva dal fatto che, non avendo la Turchia partecipato a pieno titolo alla coalizione dei belligeranti (agli alleati ha concesso solo l’uso del suo spazio aereo) non avrà alcuna possibilità di fare pesare i suoi interessi e le sue opinioni nella ricostruzione dell’Iraq del dopoguerra, incluso il Nord Iraq, dove la difesa dei suoi interessi di sicurezza avrebbe richiesto una sua massiccia presenza militare e politica. Della stessa marginalità Ankara soffrirà nell’opera di riassestamento dell’intera regione mediorientale che si è già innescata e da cui la Turchia sembra inesorabilmente destinata a restare fuori.
In particolare, Ankara risulterà menomata nella sua possibilità di controllare gli sviluppi in Nord Iraq. Qui opera un attivo movimento nazionalista curdo, incarnato in due organizzazioni politiche armate, il Pdk e l’Upk, che non fanno mistero di considerare uno Stato nazionale curdo come obbiettivo strategico di lungo periodo, anche se «nelle attuali circostanze» si limitano a chiedere un’entità (regione o repubblica autonoma) su basi etniche nell’ambito di una federazione arabo-curda dell’Iraq. Secondo i due gruppi curdi tale repubblica o regione federata dovrebbe essere costituzionalmente fondata dai soli curdi, dovrebbe chiamarsi Kurdistan (meridionale) e avere come capitale Kirkuk (che i curdi definiscono la «Gerusalemme curda»). E soprattutto dovrebbe essere dotata di un proprio esercito regionale costituito dai peshmerga armati del Pdk e dell’Upk.
Tali posizioni concrete confliggono manifestamente con le intenzioni dichiarate di aderire ad una federazione irachena su basi liberaldemocratiche (e non etniche) e preoccupano Ankara, oltre che Damasco e Teheran, le quali sono alle prese al loro interno con forti minoranze curde. Già il fatto di chiamare «Kurdistan meridionale» la regione nordirachena a maggioranza curda, lascia presupporre un’estensione del processo dall’autonomia all’indipendenza al territorio turco di confine (che sarebbe il «Kurdistan settentrionale»), a quello siriano («Kurdistan occidentale») e a quello iraniano («Kurdistan orientale»).
La prospettiva di una regione o repubblica autonoma a base etnica curda con capitale Kirkuk preoccupa in particolare Ankara e Damasco. Kirkuk è una città al centro di una ricca zona petrolifera, con circa 1 milione di abitanti, probabilmente a maggioranza curda, ma con una forte presenza turcomanna (200-300 mila persone) e araba. Una forte presenza araba e turcomanna esiste a Mosul, dove la maggioranza è nettamente araba, e nelle province sia di Mosul, sia di Kirkuk. Questa differenziazione della popolazione è frutto della storia dato che i turcomanni e i turchi vi abitano da tempo immemorabile. Ma è anche frutto della politica di arabizzazione del Nord Iraq perseguita per 30 anni dal regime di Saddam Hussein che ha incoraggiato con vari mezzi più o meno forzosi i curdi e i turcomanni a emigrare e gli arabi ad insediarvisi. Vi sono perciò conflitti latenti nella regione nordirachena tra curdi, turcomanni e arabi, dato che i primi che sono emigrati accusano gli arabi di avere usurpato le loro proprietà, e che tra curdi e turcomanni vi è una antica competizione per il dominio della regione e una mutua, atavica diffidenza (oltre che reciproche accuse, spesso esagerate e talvolta inventate, di massacri e persecuzioni). È evidente che la regione nordirachena è una polveriera etnica che, in caso di costituzione di uno Stato curdo può trovare una ovvia soluzione in una politica di pulizia etnica dei turcomanni protetti da Ankara e degli arabi protetti dalla Siria. D’altra parte, le attuali assicurazioni dei gruppi curdi di lasciare che i pozzi petroliferi di Kirkuk e Mosul siano gestiti interamente dal futuro Stato federale iracheno e che i loro profitti vadano alle casse centrali dello Stato a vantaggio di tutti gli iracheni, potrebbero rivelarsi caduche nel futuro, quando gli americani avranno lasciato i Paese, affidando l’ordine pubblico regionale nelle mani dei peshmerga. Questo pericolo può essere prevenuto solo con l’instaurazione di una federazione irachena non fondata su basi etniche, ma sul criterio di cittadinanza liberal-democratica. In ogni caso la Turchia potrà difficilmente influenzare gli sviluppi regionali, essendo rimasta nelle mani di Ankara solo la scelta estrema tra l’inazione e l’invasione del Nord Iraq. Ad Ankara per il futuro prevedibile non resta che «sperare» in una prolungata presenza americana e nella buona volontà degli americani e dei curdi di mantenere le loro promesse. La terza ragione di decadimento della capacità strategica della Turchia nell’area deriva dal suo gran rifiuto (per di più manifestato dopo lunghe e sospette esitazioni) a lasciare passare dal suo territorio i 62 mila soldati americani destinati ad aprire il «secondo fronte» al Nord dell’Iraq. Il rifiuto di Ankara ne ha incrinato la credibilità presso la Casa Bianca e il Congresso americano. Inoltre, allungando e rendendo più costosa la guerra per gli americani, ha fortemente diluito la tradizionale «partnership strategica» Turchia-Usa oltre che l’affidabilità e la solvibilità finanziaria internazionale della Turchia.
Il rapporto turco-americano si è logorato molto più di quanto non appaia nelle dichiarazioni ufficiali, tutte tese a minimizzare lo strappo nella «parnership strategica» tra Ankara e Washington.

Le ragioni della quasi rottura tra turchi e americani sono di un duplice ordine, oggettivo e soggettivo. Le ragioni oggettive sono riassumibili nel fatto che, ammesso che sia vero – come la leadership post islamica turca sostiene - che la causa dei «no» turchi agli Usa sia stata la presenza di un centinaio di deputati del partito di maggioranza (Akp) antiamericani irriducibili, ciò significa che l’attuale governo turco dei «postislamici» è organicamente incapace di adempiere ai doveri della cooperazione strategica con gli Usa. D’altra parte, nell’opinione pubblica americana il no turco è stato percepito come un «tradimento», per cui difficilmente il Congresso americano potrà approvare nuovi e generosi aiuti finanziari alla Turchia, come ha fatto in passato, e difficilmente i rappresentanti americani nel Fmi e nella Banca mondiale potranno perorare, come in passato, una politica di «manica larga» in nome della «cruciale importanza strategica» della Turchia.
A tali considerazioni oggettive devono essere aggiunte inesorabili considerazioni soggettive. Il premier turco Recep Tayyip Erdogan sembra il responsabile primo, sotto un profilo sia oggettivo che soggettivo, del rifiuto turco. I suoi non sono stati «errori dovuti ad inesperienza» come affermano benevoli commentatori turchi e internazionali, ma il frutto di un ben preciso calcolo politico. Lo dimostra il fatto che il primo marzo, quando il primo decreto (che prevedeva il passaggio di 52 mila soldati americani) del governo turco presieduto da Abdullah Gul fu bocciato in Parlamento, Erdogan, allora solo presidente del partito di maggioranza, non impose la disciplina di gruppo ai suoi deputati, ma li lasciò sorprendentemente liberi di votare «secondo coscienza» su una questione di sicurezza dello Stato e dopo avere assicurato (in seguito ad un suo scrutinio delle intenzioni di voto con appello nominale dei suoi parlamentari) che il decreto sarebbe «passato certamente». La riprova della doppiezza di Erdogan si ebbe il 20 marzo quando, ormai nominato premier e cumulando questa carica con quella di capo del partito, non provò nemmeno, come pure aveva annunciato, a reiterare il primo decreto bocciato, chiese e ottenne dal parlamento solo l’autorizzazione a inviare soldati turchi in Nord Iraq e quella a concedere agli Usa l’uso dello spazio aereo.

Senonché, il giorno successivo, innescò una defatigante trattativa con gli americani sull’effettiva concessione dei corridoi aerei, ponendo condizioni sopra condizioni: in primo luogo l’ok Usa all’invio di truppe turche in Nord Iraq, cosa che Bush e Powell gli negarono subito con evidente irritazione, oltre ad altre numerose condizioni impossibili, già menzionate. Ancora più significativa è l’interpretazione in chiave realistica del calcolo di Erdogan. Se è vero, come sembra, che la sua è stata una cosciente scelta politica, quali ne sono stati gli obiettivi e i termini?
In quei giorni era in corso un profondo dissidio sulla guerra in Iraq tra la Francia e la Germania, da un lato, e gli Usa dall’altro, seguiti da Gran Bretagna, Spagna, Italia, Olanda e altri Paesi europei. La stessa Unione europea era spaccata tra «vecchia Europa» (Francia e Germania) da un lato e «nuova Europa» dall’altro.
La scelta di Erdogan è stata molto probabilmente orientata ad un preciso calcolo. Francia e Germania sono Paesi decisivi per mantenere in piedi il processo europeo della Turchia e sono quelli che più si oppongono all’ adesione di Ankara all’Ue. Una buona condotta preventiva di Ankara in chiave antiamericana può ammorbidire le posizioni di Parigi e di Berlino in merito, e allinearle a quelle della Gran Bretagna e dell’Italia e di altri Paesi europei già favorevoli all’ingresso della Turchia nell’Ue. Tanto più che tale condotta antiamericana corrisponde all’anima profonda del partito postislamico al governo, di cui Erdogan è ago della bilancia, e agli umori antiamericani della maggioranza della popolazione turca. Infine, tale scelta corrisponde all’obiettivo di Erdogan e della parte del suo partito e del suo gruppo parlamentare (circa 100 deputati) che non ha rotto i suoi rapporti con il vecchio leader storico dell’ islamismo politico radicale turco, Necmettin Erbakan, da sempre fautore dello sviluppo di rapporti politico-economici preferenziali con i Paesi arabi e islamici vicini; una fazione che viene sospettata di essere disposta alla scissione in caso di deriva filo-americana del partito.
La scelta franco tedesca e «antiamericana» di Erdogan è stata da lui stesso implicitamente confermata con una dichiarazione resa nel corso della guerra: «Per una porta che si chiude, altre se ne aprono»- ha detto, forse mal calcolando o esagerando la capacità di appoggio politico e finanziario della «vecchia Europa».
Si tratta di una scelta che ha una prevalente funzione di politica interna. Erdogan punta sull’Europa per usarla come puntello ai suoi obiettivi interni: eliminare la tutela dei militari sull’islam turco politico e religioso in nome della democrazia senza tutela militare «di tipo europeo» e per introdurre elementi di islamismo (simbolici, come il velo femminile, e meno simbolici, come la libertà di proprietà delle fondazioni religiose e quella di insegnamento religioso) nella società turca in nome della libertà di espressione e di culto di tipo europeo.
Tutti sanno –come sa Erdogan- quello che i leader di Francia e Germania mostrano o fingono di non sapere, e cioè che in un Paese islamico una democrazia integrale, cioè senza tutele restrittive dell’islam, non è possibile o non è stabile e che una tutela politico-giuridica è necessaria in ogni Paese islamico, compresi la Turchia e l’Iraq. La democrazia tutelata turca è un patrimonio dell’Occidente, proprio perché ogni democrazia europea contiene delle limitazioni verso quelle forze politiche violentemente nemiche della libertà e della democrazia.
Tutti sanno - come sa Erdogan - quello che molti europei non sanno o fingono di non sapere: che, cioè, l’islam, se privo di tutele militari, si espanderà in Turchia come una molla da ottant’ anni compressa, un pò come, mutatis mutandis, si è espanso in Iran nel 1979 dopo decenni di compressione, svaniti improvvisamente con la rivoluzione khomeinista.
Come tutti sanno che se in Iraq non verranno stabilite delle tutele preventive, sin già dalle prossime elezioni democratiche, prenderebbero il potere gli sciiti fondamentalisti filoiraniani, mettendo fine alle speranze di un Iraq democratico.
Erdogan e gli altri islamisti, per vincere la loro guerra permanente contro la modernità e l’Occidente, sembrano ora puntare sull’Europa e in particolare su Francia e Germania. La loro politica antiamericana è rivelatrice del fatto che, dietro la maschera del neonazionalismo «europeista», si celano i vecchi nazionalismi francese e tedesco, frustrati dalle sconfitte che entrambi subirono (anche se la Francia, grazie agli Usa, potè passare per Paese vincitore ed entrare tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu) nel corso della seconda guerra mondiale. La vicenda turca appare come un’ulteriore conferma del fatto che il neonazionalismo europeo antiamericano, con l’assurda e autolesionista pretesa di contrastare e controbilanciare la potenza americana - e quindi dell’Occidente nel suo insieme (compresa l’Europa) - è un grave fattore squilibriatore che accentua l’instabilità non solo del Medio Oriente, ma del mondo intero.
 

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