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È controversa la lezione militare della guerra in Iraq

RISK
di Andrea Nativi
risk n. 1 - Giugno - Settembre 2003

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risk1 La guerra in Iraq sarà oggetto di lunghi dibattiti, a porte chiuse, per cercare di distillarne insegnamenti e conseguenze per i nuovi indirizzi nella pianificazione delle forze e degli investimenti. Per analizzare il conflitto servirebbero dati ed informazioni che mai come in questo caso sono rimasti coperti dal segreto, a causa della nuova politica da red tape imposta da Donald Rumsfeld, che forse dimentica che se tutto è classificato, nulla è classificato. Bisogna poi eliminare ogni condizionamento, dovuto al fatto che anche questa volta, come nel 1991, televisioni e giornali hanno mostrato solo una parte minima di quanto è accaduto. E l’enfasi sui report forniti dai giornalisti embedded (gli esclusi hanno potuto fare ben poco) porta a far credere che la guerra sia stata solo quella narrata da chi era al seguito di poche unità. Il fulcro della questione riguarda il successo della nuova strategia americana «leggera» e di una prima applicazione del network centric warfare. Sul primo punto permangono serie perplessità. Anche a causa di erronee valutazioni di intelligence, laver impiegato inizialmente forze terrestri limitate ha creato il rischio di perdite inutili, e ha forse allungato la durata della fase calda del conflitto. Perché quando l’esito è già scritto in partenza e si affronta un avversario più debole tecnicamente - e in molti casi anche qualitativamente - non basta vincere, occorre vedere come e a quale costo si vince. Certo la superiorità del sistema americano di comando, controllo, comunicazione, guerra delle informazioni, intelligence e sorveglianza è stata totale. Gli iracheni non sono mai riusciti a completare il proprio ciclo decisionale-esecutivo. Però non ha senso negare ad un comandante le forze richieste quando poi unità addizionali vengono comunque schierate successivamente, per non parlare della fase di pacificazione, con relativi costi. Tutta da verificare poi l’effettiva autonomia decisionale lasciata al comandante sul terreno ed il pericolo che la tecnologia porti a nuovi eccessi di micromanagement da parte dei vertici militari e politici in patria. Ma l’aspetto più importante è la conferma che la qualità estrema non può sostituire la quantità.
La guerra ha chiarito che le armi di precisione funzionano come previsto, anche se sono tutt’altro che infallibili. Peraltro le armi «stupide», non guidate, continuano ad avere un ruolo importante. La comunità delle «forze speciali», questa sì davvero interforze - anche se in Italia ci si ostina a non adeguarsi - ha confermato il suo importante ruolo, santificato dalla passione di Rumsfeld, che ha portato il comando forze speciali al ruolo di comando principale. Un grosso passo avanti rispetto al 1991, in parte anticipato dal conflitto in Afghanistan. Però, l’elite è davvero tale se selezionata e preparata in modo adeguato. Soldi e tecnologia contano, ma il fulcro rimane l’uomo. E sono pochissimi quelli con le giuste caratteristiche. Che fare dunque? Certo non abbassare la qualità per la quantità, piuttosto sfruttare la distinzione tra forze speciali e forze per operazioni speciali in modo da affidare alcuni compiti «speciali» elementari a unità più convenzionali. Per quanto riguarda le forze terrestri, per fortuna solo gli Usa accettano la duplicazione di un corpo dei Marines che tutto fa, tranne quello per cui è stato creato ed un Esercito che si dovrebbe trasformare in forza di spedizione. Tuttavia, i risultati sono stati soddisfacenti. Hanno funzionato le forze aeromobili e le unità leggere, ma - e questo non è stato certo gradito dai fautori del «leggero è bello» - si sono rivelate indispensabili le forze corazzate pesanti tradizionali, persino in ambiente urbano. È indispensabile inventare qualcosa in grado di offrire il livello di protezione dei mezzi corazzati pesanti su veicoli molto più leggeri. C’è poi ancora molto da fare nel campo del combattimento urbano, anche se la lezione israeliana e quella russa sono servite. In Iraq però la popolazione è rimasta neutrale, in Palestina è ostile. E non è differenza da poco. Le forze aeree hanno nuovamente giocato un ruolo decisivo, ma non hanno avuto la possibilità di dimostrare se le teorie sulla guerra aerea strategica funzionano. Il famoso shock & awe aero-missilistico che doveva produrre, da solo, la caduta dell’Iraq proprio non si è visto. La guerra aerea, tuttavia, è presupposto ineludibile del successo. E i reparti della Guardia repubblicana che abbandonavano i propri mezzi per non essere massacrati dal cielo lo dimostrano. Se ne sono accorti anche i comandanti della US Army, quando hanno tentato di avanzare contro un nemico certo non irresistibile con la sola copertura offerta da artiglieria ed elicotteri. Le critiche ai mezzi ad ala rotante sono apparse ingenerose: più che altro sarà bene rivedere dottrine di impiego e tattiche. Puntare direttamente ai velivoli senza pilota, come alcuni già sostengono, sembra davvero avventato. Quanto agli aerei, il successo del cacciabombardiere viene confermato, così come quello del bombardiere pesante, ma non la pretesa di poter combattere partendo dagli Stati Uniti. Per questo bisognerà attendere velivoli ipersonici o spazioplani. Per le forze navali, senza un nemico in mare e con l’ennesima mancata operazione anfibia convenzionale su vasta scala, ci sono stati due aspetti principali: visto che il grosso delle forze, dei mezzi e dei rifornimenti si sposta comunque via mare, il dominio degli stessi e dei porti di entrata è una precondizione irrinunciabile. Inoltre, la proiezione di potenza verso la terraferma funziona. E quando non ci sono aeroporti disponibili o in quantità sufficiente a distanza ragionevole dal teatro d’operazioni, come è accaduto in Afghanistan e come si è ripetuto, in parte, in Iraq a causa dei rifiuti di Turchia e Arabia Saudita, le portaerei sono indispensabili, specie se hanno un maggior numero di aerei a bordo, comprese le aviocisterne.
Insomma, anche se ogni conflitto è diverso dai precedenti, la seconda guerra del Golfo non si presta a conclusioni facili né univoche.

 

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