
Il recente conflitto iracheno ha nuovamente proposto all’attenzione del grande pubblico il tema della tecnologia applicata alla difesa. La schiacciante supremazia della coalizione angloamericana è risultata evidente a tutti e ha trovato tragica conferma nel brutale confronto tra le perdite in vite umane. E ciò malgrado l’Iraq fosse un Paese apparentemente ben armato e abituato ad operare in clima di guerra. Ma, proprio per questa evidente superiorità, hanno destato sconcerto i numerosi episodi di vittime provocate dal cosiddetto «fuoco amico», e l’ancora imprecisato ma certamente elevatissimo numero di morti civili non belligeranti.
Sembra, quindi, esistere uno iato fra le cose di cui si sente parlare (riunite sotto nomi esotici quali la guerra chirurgica, la network centric warfare, il C4isr, il Sas – the soldier as a system ecc.) e le immagini che la televisione ha portato in tutte le nostre case, assai più simili alle vecchie, «sporche» guerre che conosciamo e ricordiamo, che non a un patinato film di fantascienza. Ma tale iato esiste davvero? Davvero viviamo un’epoca nella quale la guerra psicologica (ma anche la diplomazia) usa la tecnologia come strumento di propaganda?
Una prima risposta deriva dal fatto che una guerra si combatte con mezzi tecnici che sono stati sviluppati molti anni prima: in pratica abbiamo visto in funzione armi che sono state progettate dieci o quindici anni fa ( e addirittura, nel caso degli iracheni, trenta o quaranta anni fa): un esperto di cose militari, parlando dei mezzi inglesi impiegati ha detto che, spesso, i conducenti di carri armati guidavano mezzi che avevano il doppio dei loro anni.
Al contrario, l’immagine che viene dalla tecnologia si riferisce a sistemi che verranno prodotti fra cinque o dieci anni. Lo iato, quindi, esiste, ma non è propaganda, ma questione di tempo: tra i sistemi usati e quelli allo studio esistono cioè trenta o quaranta anni di differenza (distanza in parte attenuata da retrofit e ammodernamenti, ma certamente non annullata).
Ma se questa è la realtà, perché gli Usa insistono così tanto, in tutta la loro azione comunicativa, sulla loro supremazia tecnologica? Viene il sospetto che ciò faccia parte di un più generale disegno di dominio della scena politico-militare internazionale, con chiare connotazioni di politica estera prima ancora che di politica militare. Gli inglesi, ad esempio, hanno messo l’accento molto meno sugli aspetti tecnologici, cercando invece di sottolineare gli assai più tradizionali «valori umani».
A ben vedere questa elevazione della «scienza e tecnologia» a valore fondante della società americana può essere fatta risalire a mezzo secolo fa, dopo la fine della seconda guerra mondiale: la sua prima grande manifestazione fu, probabilmente, la missione Apollo. Già in quell’occasione, l’intero programma venne caricato di forti significati di politica estera: fu la grande risposta ai successi russi simbolizzati anch’essi dallo sputnik e da Gagarin. Probabilmente gli americani avevano percepito il valore strategico della tecnologia già durante la guerra, quando la Germania di Hitler aveva, a sua volta, basato una parte non marginale della sua propaganda proprio su questi aspetti (basta ricordare i continui riferimenti alle armi segrete, il cui impiego avrebbe dovuto segnare a suo favore le sorti del conflitto).
Le prime due guerre mondiali erano state combattute lontano dalla mainland americana: ora però la tecnologia, con bombardieri strategici, missili balistici intercontinentali, sommergibili nucleari, controllo militare dello spazio, ecc. riduceva grandemente i precedenti margini di sicurezza. E gli equilibri sui quali si fondava la dottrina del second strike potevano venire rimessi in discussione da nuovi programmi scientifici e tecnologici. La Strategic Defence Iniziative lanciata da Reagan agli inizi degli anni Ottanta fu un tentativo per costruire una strategia di difesa su una piattaforma scientifico-tecnologia talmente complessa e costosa da non poter essere imitata (almeno questa era la missione americana) dai sovietici (che invece avevano sviluppi simili, talora con soluzioni anche più brillanti).
Il collasso dell’Unione Sovietica rese inutile il programma: la sua recente ripresa da parte dell’amministrazione Bush ha obiettivi di pura protezione della homeland, richiede impegni tecnologici minori e almeno in una prima fase (non inferiore a dieci anni, comunque) si basa sull’integrazione di tecnologie e sistemi già sviluppati.
Ciò che conta è che gli Stati Uniti non hanno più rinunciato all’obiettivo della superiorità tecnologica. Ormai da quarant’anni gli investimenti pubblici e privati in ricerca degli Usa sono sempre superiori a quelli europei e in un gran numero di settori industriali high tech le imprese americane sono ai primi posti nel mondo. Lo stesso dicasi per altri indicatori: dalle pubblicazioni ai brevetti alla bilancia tecnologica, al numero di premi Nobel.
La qualità dell’insegnamento superiore americano è eccellente e la capacità del Paese di attrarre ricercatori da tutte le parti del mondo è ben nota. E non dobbiamo dimenticare gli aspetti quantitativi: nella sola università di Berkeley vi sono più professori di microelettronica che in tutta l’Olanda.
Anche in momenti di profondi cambiamenti, l’attenzione americana alla scienza e alla ricerca si è mantenuta altissima: negli anni immediatamente seguenti alla caduta del muro di Berlino, gli Usa, come tutti gli altri Paesi occidentali, avviarono una forte riduzione delle spese militari: l’unica voce che non venne toccata fu la R&S e il suo peso sul procurement della difesa raggiunse il 70% nel 1995 e oggi è vicino al 100% (in Francia e Regno Unito tale percentuale è del 50%; in Italia è vicina allo zero).
Gli Stati Uniti hanno, da molti anni, una lista di key strategic technologies (prevalentemente di interesse militare) ridefinita annualmente. L’amministrazione federale americana non può acquisire all’estero sistemi basati su tali tecnologie ma deve obbligatoriamente rivolgersi ad aziende operanti negli Usa.
Qualche anno fa, ad esempio, il servizio meteorologico americano decise di acquistare in Giappone (dalla Nec) un supercalcolatore (un sistema basato su tecnologie incluse in tale lista). Il Governo impose la cancellazione del contratto, costringendo questo servizio a rivolgersi a fornitori Usa, a favore dei quali, nel frattempo, aveva varato un forte programma di incentivi denominato Pathfinder.
L’Europa, che pure aveva ancora agli inizi degli anni Novanta un piccolo numero di enti e imprese attivi nel settore, lo ha completamente trascurato: oggi l’unica azienda di livello internazionale – la Quadrics, facente capo a Finmeccanica e leader mondiale nel software d’interconnessione – sopravvive grazie ad un accordo strategico di collaborazione con il maggior operatore americano del settore.
Esempi simili sono rintracciabili per altre tecnologie incluse nella citata lista. Si potrebbe quindi concludere che gli Stati Uniti hanno oramai raggiunto il loro obiettivo di essere superpotenza politica e militare, gigante economico, leader nella scienza e nella tecnologia. L’Unione Sovietica è scomparsa e il suo grande potenziale scientifico umiliato e disperso; il Giappone è ben lontano dai giorni in cui credeva di poter dire di no. La Cina è il vero punto interrogativo: ha un potenziale gigantesco, si appresta a inviare un uomo nello spazio, ha un apparato industriale in forte crescita. Ma non è chiaro se prima o poi vorrà usare questo suo potenziale in termini di rivalità reale verso gli Usa.
Tempo fa, comunque, sono uscite indiscrezioni (forse parte di una più complessa operazione di information warfare) su un documento strategico della Cia secondo il quale la ripresa del progetto di difesa antimissilistico da parte del governo americano, prima ricordata, sarebbe pensata essenzialmente in termini anti-cinesi: e occorre dire che, per usare una loro espressione, «it makes sense». Manca in questa analisi un ultimo protagonista, forse il più complesso e ambiguo: l’Europa (ammesso che in questa materia l’Europa possa essere considerata un soggetto unitario). Riprendendo il tema della recente guerra irachena, si può affermare che in questa circostanza, così come nelle precedenti occasioni nelle quali forze americane ed europee si sono trovate ad operare fianco a fianco (Somalia, guerra del Golfo, Bosnia, Kosovo), non sono emerse differenze davvero rilevanti tra i sistemi d’arma sviluppati al di qua e al di là dell’Atlantico (naturalmente nei casi in cui questo paragone è stato possibile). E questo sembra essere un paradosso, visto che tutti sanno che gli Usa investono nella ricerca e sviluppo orientata alla difesa quattro o cinque volte (e secondo alcuni il rapporto vero è 1 a 8) più che l’Europa nel suo insieme. Se ne può quindi concludere che l’Europa ha trovato il modo di utilizzare in modo straordinariamente efficace le poche somme dedicate alla R&S tanto da poter disporre di mezzi con prestazione comparabili a quelle degli Usa, pur avendo una struttura scientifico–tecnologica assai più gracile? Siamo davvero così bravi e furbi? E questo vale solo per le tecnologie militari o si applica anche ai settori duali o civili?
Per cercare di rispondere a queste domande occorre nuovamente fare un passo indietro di mezzo secolo. All’epoca della seconda guerra mondiale il livello scientifico e tecnologico di Europa e Stati Uniti era comparabile. Questo sostanziale equilibrio riguardava anche le tecnologie militari. La vera differenza era semmai sui volumi produttivi: gli Usa erano già allora un grande mercato continentale mentre l’Europa era frammentata in una miriade di mercati nazionali. In un certo senso la seconda guerra mondiale è stata vinta da chi aveva l’apparato industriale più forte.
Il divario indotto da questo fattore strutturale ha dispiegato tutti i suoi effetti negli anni successivi: tutti i Paesi europei ebbero danni gravissimi e alcuni di essi (quelli usciti sconfitti) dovettero accettare forti limitazioni al loro sviluppo settoriale (ad esempio il divieto di investire nell’aeronautica e nell’industria militare). In pratica, mentre gli Usa hanno cominciato a beneficiare delle ricadute tecnologiche connesse allo sforzo bellico, l’Europa ha dovuto investire le sue risorse soprattutto nella ricostruzione delle sue infrastrutture distrutte. Il gap tecnologico ha cominciato a crearsi.
A questa spinta iniziale se ne è aggiunta un’altra più complessa e controversa. La ricostruzione europea ha implicato anche la rimessa in piedi di un sistema di ricerca scientifica legato alle strutture universitarie e alle istituzioni di ricerca pubblica: e questo è stato fatto con denaro pubblico. L’industria, al contrario, ha puntato in via prioritaria ad adeguare i suoi impianti produttivi, importando tecnologia (e questo trova conferma nella lunga storia di pesanti deficit della bilancia tecnologica), chiedendo ai governi una forma di protezione del mercato e dichiarando ai medesimi la propria «disponibilità» a investire in «ricerca e sviluppo» solo se adeguatamente sostenuta da fondi pubblici. Si è andata, cioè, costituendo una mentalità assistenzial-protezionistica di cui, a tanti anni di distanza, siamo ancora parzialmente vittime. Un ulteriore portato negativo di quegli anni sta nella separatezza tra università e imprese, reciprocamente concorrenti nell’ottenere fondi pubblici.
I governi, invece di correggere questo stato di cose attraverso le molte leve a loro disposizione (a cominciare da quelle fiscali), hanno reagito assecondandolo con leggi incentivanti di tipo diretto, talora supportate da piani pluriennali e da «strategie nazionali»: il mercato non ha avuto, in questa partita, nessun ruolo. Queste considerazioni trovano ovvio riscontro nella situazione italiana, ma si applicano anche agli altri Paesi dell’Europa occidentale continentale, l’unica eccezione essendo rappresentata dal Regno Unito che, per affinità storiche e culturali è sempre stato il Paese europeo più simile al «modello americano». La percezione delle implicazioni a lungo termine di tale divario è sempre stata chiara, ma la capacità dei governi europei di reagire è stata modesta.
Fin dagli inizi l’Unione Europea ha cercato di operare nella giusta direzione, anche con l’obiettivo di combattere gli effetti negativi delle economie di scala: già nel trattato Euratom si prevedeva un coordinamento delle politiche europee in materia di energia nucleare, poi rapidamente vanificato dal prevalere degli «interessi nazionali» (per inciso, l’unica parte del programma di ricerca Euratom che è stata sempre e interamente coordinata a livello europeo è quella sulla fusione nucleare, ed è quella in cui l’Europa vanta una vera leadership mondiale).
Una ventina d’anni fa si partì con il «Programma quadro di ricerca e sviluppo», dotato di risorse aggiuntive rispetto agli investimenti nazionali. Malgrado il valore politico e simbolico dell’iniziativa, la sua importanza dal punto di vista della crescita tecnologica europea è piuttosto controversa. Quello che, viceversa, è indiscutibile è l’esiguità delle risorse investite in questo programma, specie se le si compara con quelle destinate alla Politica agricola comune che da sola assorbe quasi il 40% delle risorse comunitarie ma i cui meriti sono tutti da scoprire (evidentemente le lobby dell’agricoltura sono molto più potenti di quelle dei ricercatori e delle industrie messi insieme).
Il Programma quadro di ricerca e sviluppo è stato a sua volta vittima delle tante lobby settoriali, con una enorme frammentazione e con una dimensione media dei contratti assegnati assai modesta (meno di due milioni di euro). Anche la sua più recente edizione (la sesta), malgrado partisse da premesse condivisibili (chiare priorità tematiche e scelte a favore di progetti di dimensioni più grandi e con un riconoscibile valore aggiunto europeo) rischia di non differenziarsi molto da quelle precedenti. Forse il vero contributo del Programma quadro è quello di avere insegnato agli europei a lavorare insieme e a comprendere davvero che il mondo non finisce ai propri confini nazionali.
Eppure le lezioni sono chiare: ogni volta che l’Europa decide di operare in modo unitario (o come minimo coordinato) i risultati sono evidenti: giusto per fare qualche esempio oltre al già ricordato programma sulla fusione nucleare possiamo ricordare il Cern nel campo della fisica delle alte energie, i programmi scientifici della European space agency e, in campo industriale, le leadership nell’aeronautica commerciale (Airbus), nel nucleare da fissione (Framatome e Bnfl) e nella telefonia mobile (grazie in questo caso allo standard vincente Gsm).
Talora si tratta di vittorie temporanee, sempre esposte al rischio di ribaltamento in occasione di salti generazionali nelle tecnologie chiave. Ad esempio l’industria Usa, espulsa dal mercato dell’elettronica di consumo in primis dai giapponesi ma anche dagli europei, ha riguadagnato posizioni puntando sull’informatica (o meglio sulle tecnologie digitali). E ora sta tentando un’operazione analoga nel campo della telefonia mobile. Questa voglia di reagire ad una perdita di posizioni in aree tecnologiche chiave è ben illustrata dalla storia dell’energia nucleare. Dopo una serie di esperimenti e tentativi avviati nel mondo durante gli anni Cinquanta, il mondo occidentale, sulla base soprattutto della forza delle imprese che li sostenevano e promuovevano, si orientò decisamente verso i reattori ad acqua leggera bollente (Ge) o pressurizzata (Westinghouse). I reattori ad acqua pesante (filiera Candu) mantennero la loro posizione di terza opzione. Dei 400 reattori in funzione nel mondo oltre 300 sono ad acqua leggera di origine Usa.
Nei primi anni Settanta, la Francia decise di avviare un grande programma nucleare civile, favorendo la formazione di un campione nazionale, la Framatome, e puntando sul progressivo controllo della tecnologia Westinghouse ad acqua pressurizzata. Nel 1978 si ebbe l’incidente di Three Miles Island che – pur senza conseguenze esterne – indusse le autorità di sicurezza americane a imporre norme di costruzione assai più rigide. L’effetto fu: aumento dei costi e allungamento dei tempi di costruzione. Da allora, in tutto il mercato americano non è stata avviata la costruzione di alcun nuovo reattore.
In assenza di un mercato domestico, i due maggiori gruppi americani hanno deciso di abbandonare l’ingegneria nucleare, e Westinghouse in particolare, nel quadro del suo programma di conversione, ha venduto la sua divisione nucleare alla britannica Bnfl. Oggi, quindi, la leadership mondiale nell’ingegenria nucleare è in mani europee visto che, già ormai da quindici anni, Framatome si è totalmente affrancata dall’originaria tecnologia americana.
Ma l’energia nucleare da fissione continua ad avere, nel contesto energetico mondiale, un potenziale significativo e il governo americano, con il dichiarato obiettivo di «regain leadership» ha lanciato il programma di ricerca «generation four», con l’intento di rianalizzare fin dalle sue fondamenta la tecnologia nucleare per individuare nuove soluzioni (più sicure e meno costose) per produrre grandi volumi di elettricità e ridare agli Usa la supremazia in questo settore, che hanno detenuto per trent’anni. Una delle filiere candidate a risorgere a nuova vita è quella dei reattori Htgr espulsa dal mercato dai giganti industriali americani oggi scomparsi (almeno da questo settore). Tentando, quindi, una sintesi, si può affermare che l’Europa ha il potenziale per misurarsi alla pari con gli Usa: non per rivaleggiare nel dominio del mondo ma per dialogare nel quadro dei valori condivisi che – in mancanza di tale dialogo – rischiano talora di essere dimenticati (le recenti vicende internazionali potrebbero ispirare qualche utile riflessione su questo punto). Ma questo è un ruolo che può essere ricoperto dall’Europa nel suo insieme: nessun Paese, da solo, ha tale possibilità. E il caso delle tecnologie orientate alla difesa si presta bene ad illustrare questo punto. Il divario tecnologico Europa/Usa generato dalla diversa intensità di sforzi ha raggiunto proporzioni notevoli. La comparabilità dei mezzi oggi impiegati è illusoria: nei sistemi di nuova concezione gli Usa sono certamente in vantaggio. E questo divario sarà sempre più percepibile nelle future (non auspicabili ma probabili) operazioni militari. In assenza di decisioni importanti e urgenti, l’industria europea della difesa sarà fuori mercato nel giro di una generazione (cioè una decina d’anni). È questo d’altronde il senso della dichiarazione congiunta dei leader delle maggiori imprese europee della difesa rilasciata nelle scorse settimane. Già oggi vediamo che – malgrado resistenze soprattutto francesi – ci si sta avviando ad avere un unico programma mondiale di aerei da combattimento di nuova generazione (l’ F35 americano). Gli enormi sforzi che il governo Usa ha compiuto negli ultimi anni su temi quali le comunicazioni protette, il comando e controllo, l’osservazione della terra, la «digitalizzazione del campo di battaglia» (aree sulle quali investono dieci volte più dell’Europa), stanno generando un divario incolmabile nella cosiddetta network centric warfare.
Una reazione è però ancora possibile. Si tratta di operare in tre direzioni: aumentare in modo consistente (almeno del 100%) gli attuali stanziamenti per la ricerca, e ponendo queste risorse addizionali in un fondo centralizzato; costruire una strategia selettiva che punti su comparti alternativi rispetto ai trend attuali (ad esempio investendo tutto sui velivoli senza pilota da combattimento, invece di inseguire gli americani nello sviluppo di un improbabile concorrente dell’F35); valorizzare tecnologie di uso duale che sono alla base anche di alcuni settori civili (dalla radaristica alle comunicazioni mobili) nei quali l’industria europea è particolarmente forte. Ad esempio, numerose tecnologie per la sicurezza e la lotta al terrorismo. Vi è, poi, l’opzione di una progressiva integrazione tecnologica (e, forse, industriale) con la Federazione russa, che possiede ancora un elevato potenziale scientifico, largamente complementare con quello europeo. Siamo di fronte ad una piccola «finestra di opportunità» che si sta rapidamente chiudendo: occorre muoversi in fretta e con grande decisione. E soprattutto bisogna evitare che gli aspetti metodologici e organizzativi (ad esempio il voler agganciare le decisioni su questi temi alle soluzioni allo studio per la nuova Costituzione europea) introducano ulteriori ritardi. Studi e proposte sul tappeto ce ne sono molti: si scelga – in fretta – una strada e la si persegua con volontà.