
In America abbiamo un detto: “quando sei in un fosso, smetti di scavare«. Significa che quando si è nei pasticci, non bisogna peggiorare le cose. È una briciola di saggezza popolare che, a quanto pare, Parigi e Berlino non hanno pienamente afferrato. Nei loro sforzi d’impedire alla coalizione guidata dall’America di muovere guerra all’Iraq, le due massime potenze europee non solo hanno creato una crisi senza precedenti all’interno della Nato, ma hanno anche fatto risaltare le fatali debolezze delle due organizzazioni che speravano di promuovere quali limiti al primato globale americano: le Nazioni Unite e l’Unione europea. Alla fin fine, nessuna di esse ha fatto da freno all’uso del potere militare americano. Nel caso dell’Unione europea, il contraccolpo da parte di altri Stati europei contro gli sforzi tedeschi e francesi per fermare gli Stati Uniti ha mandato in soffitta l’idea che vi sia dietro l’angolo qualche nascente visione «comune» della sicurezza.
Con la fine della guerra, gli esperti a Washington e in Europa hanno previsto che Parigi e Berlino avrebbero compiuto ogni sforzo per riparare i danni che avevano causato alle relazioni transatlantiche e interne all’Europa. E in qualche misura ciò è accaduto. Entrambi i governi hanno manifestato un desiderio di essere più cooperativi nella ricostruzione dell’Iraq e in merito a una gamma di questioni legate alla Nato.
Ma questi piccoli passi avanti sono stati completamente superati dal mini-vertice che i leader di Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo hanno tenuto a Bruxelles alla fine di aprile. In quell’occasione, i quattro Paesi si sono trovati d’accordo sull’andare avanti coi piani volti a creare una difesa comune pienamente funzionante tra gli Stati dell’Unione europea. Le misure proposte comprendevano: la creazione di un quartier generale militare del tutto indipendente dalla Nato; l’inserimento di un articolo nella nuova costituzione dell’Ue che preveda esplicitamente l’istituzione di una politica comune in tema di sicurezza e difesa; una clausola nella costituzione che vincoli gli Stati membri a un programma comune sulla sicurezza; e la creazione di una forza militare europea in grado di affrontare un intero spettro di contingenze militari.
Il fatto che queste proposte vengano dai quattro Stati più fortemente avversi alla guerra contro Saddam, e che il vertice si sia svolto subito dopo la campagna militare in Iraq, non è passato per una coincidenza. A dispetto delle dichiarazioni che il vertice non sia stato un tentativo di porre in discussione il ruolo della Nato e, dunque, il ruolo dell’America nella difesa europea, ben pochi l’hanno bevuta. Prevedendo di creare un quartier generale di comando indipendente, i quattro leader hanno direttamente attaccato l’accordo vigente tra l’Unione europea e la Nato di non avere elementi di pianificazione concorrenti. Sotto questi accordi, la relazione Ue-Nato aveva un carattere cooperativo, con la Nato alla guida nella maggior parte dei casi. Le nuove proposte avanzate a Bruxelles semplicemente ignorano questi punti.
Non è stato necessario insistere molto perché fosse svelata la vera logica delle proposte. Quando il primo ministro britannico Tony Blair espresse la preoccupazione che i piani del vertice mettessero a repentaglio «la partnership euro-americana» e potessero condurre a un mondo di «divisioni di cui abbiamo voluto sbarazzarci alla fine della guerra fredda», il presidente francese Jacques Chirac rimproverò Blair di voler vivere in un «mondo unipolare» e di non riuscire a capire l’inevitabilità di «un mondo multi-polare».«Perché vi sia equilibrio – egli aggiunse – dovrà esserci un’Europa forte». In breve, lo scopo di fondo dei quattro non era semplicemente rafforzare le difese europee; piuttosto, le proposte erano volte a compiere i primi passi concreti verso la creazione di un blocco destinato a bilanciare il potere americano nel mondo.
Naturalmente, molti dubitano che l’America o la Nato abbiano qualcosa di cui preoccuparsi su questo fronte. A parte la Francia, tra quegli Stati non v’è alcuna vera potenza militare; e anche la Francia spende poco più del 2,5% del suo prodotto interno lordo (Pil) per la difesa. La Germania vi dedica l’1,5% del Pil, il Belgio l’1,3% e il Lussemburgo meno dell’1%. I bilanci militari di tutti e quattro gli Stati sono crollati nel corso dell’ultimo decennio. La Germania ha dimostrato il patetico stato della sua difesa quando ha voluto inviare truppe in Afghanistan lo scorso inverno. Non solo Berlino ha avuto difficoltà a spedire quelle poche migliaia di soldati necessari a compiere una missione dignitosa, ma invero ha dovuto affittare dall’Ucraina gli aerei per il trasporto.
Né l’immagine è molto migliore se la si allarga fino a includere i restanti membri europei della Nato. Per formare forze altamente tecnologizzate e ben addestrate come quelle schierate dagli Stati Uniti in Iraq, Washington spende in media circa 200.000 dollari all’anno per ogni soldato; per contro, la maggior parte dei più ricchi Stati europei spendono solo 80.000 dollari all’anno per soldato. Quest’anno, gli Stati Uniti spenderanno più del doppio di ciò che il resto della Nato sborsa per la difesa, e la maggior parte degli esperti concorda che Washington lo fa in maniera più oculata. A dispetto delle speranze del presidente Chirac di creare un autentico contrappeso al potere americano per mezzo dell’Unione europea, questo non accadrà nell’arco della sua vita.
Ciò nonostante, quanti sono preoccupati del futuro della Nato e della stabilità delle relazioni transatlantiche non dovrebbero scambiare ciò che è accaduto a Bruxelles per «tanto rumore per nulla». Dati i vincoli di bilancio sotto cui la maggior parte degli Stati europei operano, ogni euro speso per rendere una realtà la politica comune in tema di difesa e sicurezza è un euro sottratto al miglioramento delle capacità operative della Nato. Nessuno in Europa può permettersi di contribuire pienamente sia alla Nato, sia alle proposte di una difesa comune. Inoltre, un nuovo comando europeo che coinvolga le due maggiori potenze del continente non può aiutare, ma complicare la struttura di comando e pianificazione della Nato. Infine, come l’Unione europea ha dimostrato ripetutamente nel corso degli anni, una volta che una nuova istituzione sia pronta a partire, è improbabile che si levi di mezzo. Al contrario, si radicherà tra le strutture permanenti dell’Unione europea, a prescindere da quanto o quanto poco funzioni. Come minimo, la difesa comune sottrarrà energia necessaria alla Nato in un momento critico della sua storia. Nella peggiore delle ipotesi, in questa maniera essa farà tanta confusione nel processo decisionale in tema di sicurezza tra le potenze transatlantiche da uccidere lentamente la Nato dall’interno.
Ironicamente, questa sfida alle relazioni transatlantiche giunge in momento di rinnovato interesse per la Nato da parte dell’amministrazione Bush. Perso nel dibattito sull’Iraq c’era il programma positivo per la riforma e il rinnovamento della Nato avanzato dall’amministrazione americana al vertice di Praga lo scorso novembre. Oltre all’usuale invito a rafforzare le capacità militari dell’alleanza, la squadra del segretario alla difesa Donald Rumsfeld ha raccomandato la creazione di una nuova forza di reazione rapida della Nato, composta da 20.000 uomini, e una serie di cambiamenti nel comando volti a rendere la Nato un’entità più attiva dal punto di vista tecnologico ed efficace nel combattimento.
Le ragioni delle iniziative americane sono abbastanza chiare. In risposta agli attacchi dell’11 settembre 2001, l’amministrazione Bush ha adottato un corposo pacchetto di misure sulla sicurezza – formalmente contenute nella National Security Strategy annunciata nel settembre 2002 – che si sono aggiunte al già ampio insieme di responsabilità militari globali in Asia, Europa e altrove. Per rispondere al problema posto dal terrorismo globale, la proliferazione di armi di distruzione di massa e gli Stati canaglia che fanno da cerniera tra i primi due, l’amministrazione ha proposto di espandere gli sforzi volti a sostituire i regimi, dove possibile, e colpire preventivamente, dove necessario. Non eravamo più in quell’epoca che alcuni strateghi americani avevano chiamato un periodo di «pausa strategica». Al suo posto, la Casa Bianca stava adottando un nuovo piano secondo cui gli Stati Uniti si sarebbero mossi per plasmare l’ambiente della sicurezza e prevenire un mondo in cui le Coree del Nord erano la norma e i terroristi avevano a propria disposizione armi in grado di uccidere non già 3.000, ma 30.000 persone in una volta sola. Questo piano, però, richiede più risorse di quante gli Stati Uniti ne abbiano attualmente a propria disposizione. Per quanto sia larga, la capacità militare degli Stati Uniti era già estesa al massimo per compiere le proprie missioni pre-11 settembre. Aggiungete l’Afghanistan, l’Iraq e la guerra globale contro il terrorismo alle sue responsabilità ed è assai evidente che l’esercito americano ha bisogno dell’assistenza dei suoi alleati democratici.
Inoltre, come suggerisce la proposta degli Usa di creare una nuova forza di reazione rapida all’interno della Nato, l’amministrazione Bush non ha interesse a una stretta divisione del lavoro militare in cui gli americani combattono le guerre e i loro alleati europei si occupano delle conseguenti operazioni di peacekeeping e stabilizzazione – e con buone ragioni. Uno dei maggiori problemi che l’alleanza oggi deve affrontare è il fatto che la differenza nelle capacità militari tra gli Stati Uniti e la maggior parte dei loro alleati nella Nato sta creando un baratro tra le prospettive strategiche. Essendo a corto di strumenti di guerra, gli alleati sono costretti a non vedere di buon occhio la minaccia di muovere guerra, e ancora meno l’andare in guerra, allo scopo di cambiare il comportamento dell’avversario. Come Robert Kagan ha notato nel suo Of Paradise and Power (Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine mondiale, Mondadori - la sua gettonatissima analisi della differenza nelle prospettive strategiche americane ed europee): «un uomo armato di solo coltello, al quale si pari un orso nella foresta, può anche decidere che si tratta di un pericolo tollerabile, perché l’alternativa – dare la caccia all’orso con quell’arma – è in effetti più rischiosa che restarsene immobile e sperare che l’orso non aggredisca. Ma date a quell’uomo un fucile e la sua valutazione del pericolo cambierà. Perché correre il rischio di farsi azzannare se può evitarlo?». Contro il comune buonsenso in gran parte dell’Europa, gli Stati Uniti non sono alla ricerca di alleati che possano solo lavare i piatti dopo che il pranzo è stato servito. Stanno cercando compagni che possano contribuire alle capacità reali negli anni a venire.
Tali compagni invero avranno pure un maggior peso nelle decisioni americane. Basta osservare l’influenza di Tony Blair su George Bush per vedere che gli Stati in grado di offrire una vera capacità militare hanno molta più autorità degli altri in merito a cosa fare. Per contro, meno capacità un’alleanza ha da offrire, e più è probabile che Washington agisca unilateralmente per risolvere quelli che percepisce come problemi di sicurezza.
Il desiderio di porre sotto controllo il potere americano è naturale. Ma i rimedi proposti da molti in Europa non sono volti a quell’obiettivo, o sono decisamente meno attraenti. Le Nazioni Unite sono un’istituzione che funziona solo quando si può raggiungere un consenso sull’azione. Data l’ampia varietà di governi nel Consiglio di sicurezza, e il conseguente ampio raggio di opinioni sulle questioni di sicurezza, le Nazioni Unite sono largamente incapaci di agire in modo abbastanza deciso da sistemare i problemi quotidiani. Basta pensare al Kosovo negli anni scorsi e alla Corea del Nord oggi per vedere che le Nazioni Unite non possono essere una guida affidabile per decidere se e quando il potere americano dovrebbe essere spiegato.
Né un mondo multipolare, in cui altri tentino di bilanciare il potere degli Stati Uniti, costituisce un’alternativa particolarmente attraente. In primo luogo, non è un sistema stabile. Ogni blocco di alleati vorrà costantemente anticipare guadagni o perdite di potere da parte dei suoi membri e dei suoi avversari e, dunque, cercherà senza sosta nuovi partner che possano concedere un margine di tranquillità. Inoltre, esso richiede il più cinico tipo di arte del governo. Poiché quel che conta di più in un sistema multipolare, fondato sull’equilibrio delle potenze, è il potere reale che uno Stato può mettere sul tavolo, emergeranno alleanze coi più deprecabili regimi. Davvero qualcuno vuole tornare a un sistema internazionale ove ciò costituisca la regola e non l’eccezione?
No, l’unica via razionale per influenzare la potenza americana oggi è attraverso le strutture già testate e autentiche delle alleanze del passato, come la Nato. E il vero problema che nasce dalle proposte di approntare una difesa comune europea indipendente non è che presto l’Unione Europea creerà una forza militare in grado di controbilanciare quella americana, ma che manderà all’aria gli sforzi per ricostruire e riformare la Nato allo scopo di metterla in condizione d’affrontare le sfide alla sicurezza che ci troviamo di fronte. Dunque, quelli di noi che pensano che quelle sfide siano mortalmente serie, saranno sempre meno tolleranti verso quanti a Parigi e Berlino sono più preoccupati dell’esercizio del potere americano che dalle minacce che abbiamo davanti. Il mio consiglio per loro è: quando siete in un fosso, smettetela di scavare.
(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)