Come dovrebbe essere la Grand Strategy europea? Qual è la posizione degli Stati Uniti e della Nato a questo riguardo?
La Spagna ha sempre appoggiato l’elaborazione di un «Libro Europeo della difesa», che deve avere un carattere fondamentalmente descrittivo e indirizzarsi alle assemblee parlamentari e al pubblico in generale, con l’obiettivo di avvicinare la Pesd ai cittadini europei. In questo senso, la presidenza spagnola dell’Unione europea del primo semestre del 2002 rinnovò il mandato all’«Istituto europeo di studi sulla sicurezza» perché portasse a termine questo lavoro. La Spagna ritiene possibile e necessario sviluppare questa «Grande strategia» europea, che non ha ragione di essere in contrasto con la concezione strategica alleata. Essa deve contenere una concezione strategica europea e le capacità necessarie per realizzarla. Di conseguenza, deve analizzare, da una prospettiva interdisciplinare, a cosa può aspirare l’Unione nel campo della sicurezza internazionale; i principali rischi e minacce e la loro possibile evoluzione futura; le risposte adeguate per fronteggiarli; e infine, i livelli di impegno richiesti. Da questo punto di vista, siamo lieti dell’incarico assegnato dai 15 al segretario generale/alto rappresentante Javier Solana, di presentare al vertice di Salonicco alla fine della presidenza greca una serie di idee basilari per un disegno strategico europeo. Nella misura in cui l’Unione europea desidera diventare un alleato paritario degli Stati Uniti e lavorare di stretta intesa con la Nato, la grande strategia europea deve preservare e sviluppare questa relazione. Di conseguenza, tanto gli Stati Uniti che la Nato devono appoggiarla.
Che opinione ha del lavoro che la Convenzione europea ha svolto fino a questo momento? La possible introduzione della «cooperazione rafforzata» è un elemento positivo per lo sviluppo della nuova politica di sicurezza?
La Convenione europea è giunta a una serie di raccomandazioni in questo senso. Secondo il «Rapporto conclusivo del gruppo VIII sulla difesa», presentato lo scorso 16 dicembre 2002, alcuni Paesi membri dell’Unione - inclusa la Spagna - hanno espresso il loro sostegno alla cooperazione rafforzata per rendere flessibile il processo decisionale politico dell’Unione europea, mentre altri membri del Gruppo si sono mostrati più reticenti . Nelle sessioni che precedono la «Conferenza intergovernativa» , gli uni e gli altri continueranno e ricercare il necessario consenso. In ogni caso, risulta sempre più logico che anche nel settore della difesa l’Unione europea possa promuovere formule come la cooperazione rafforzata, con tutte le sfumature necessarie.
Dall’altro lato, la «Dichiarazione comune franco-tedesca sulla sicurezza e la difesa in Europa», con cui la Spagna in gran parte concorda, mutua molte delle proposte esaminate in seno alla Convenzione. Alla luce di tutto ciò, la Spagna si farà promotrice dell’adozione di una formula di compromesso all’interno delle istituzioni dell’Unione, prima di giugno 2003, quando verranno prese le decisioni finali per questo settore.
Appoggia un futuro dispiegamento dell’Unione europea in Bosnia-Erzegovina o anche un ruolo della Nato in una operazione di stabilizzazione dopo la guerra in Iraq? Rappresenta una specializzazione de facto dell’Europa in missioni di peacekeeping «di basso profilo»? È auspicabile?
La Spagna è dell’avviso che l’Unione europea debba progressivamente assumere la guida di operazioni di gestione di crisi, quando la Nato non sia coinvolta, al fine di accrescere il contributo dell’Unione alla pace e alla sicurezza internazionali, ad esempio in Bosnia-Erzegovina e nell’ex repubblica iugoslava di Macedonia. Ciò non toglie che l’Ue ha bisogno di appoggiarsi ai mezzi e alle capacità Nato, in base agli accordi «Berlin plus», per portare a termine queste missioni. La Spagna è sempre determinata a consolidare questa relazione Ue-Nato, mentre si esplorano altre possibilità per missioni di pacificazione dirette dall’Unione. È certo che la Nato può contribuire con maggiore efficacia a operazioni militari «più impegnative», e che la sua decisione di assumere nella misura del possibile la responsabilità ultima dell’Isaf a Kabul mostra che la Nato si sta trasformando in una alleanza globale di sicurezza. Riguardo all’Iraq, la Nato non si trova adesso nella fase in cui debba decidere di partecipare direttamente al mantenimento della pace, sebbene nessun alleato - Spagna compresa - abbia escluso la possibilità di avere un ruolo in futuro se vi saranno le circostanze appropriate.
Come giudica la proposta di costituire una «Agenzia europea per gli armamenti» responsabile dello sviluppo, dell’acquisizione e della gestione di alcune (se non tutte) le capacità europee più importanti? La Ue dovrebbe creare un fondo separato a questo scopo?
La presidenza spagnola del primo semestre 2002 propose già allora la creazione di un’agenzia europea per gli armamenti, ma risultò che i tempi non erano ancora maturi.
Nel corso della presidenza greca di questo primo semestre 2003, l’idea ha finito con l’essere adottata, inizialmente nel vertice franco-britannico e in seguito nello stesso rapporto del gruppo VIII della Convezione europea. È stata proposta in maniera definitiva la creazione di una agenzia europea per gli armamenti, con responsabilità molto più ampie, che vanno dall’identificazione delle capacità di difesa europea fino all’acquisizione degli armamenti, passando per l’imprescindibile armonizzazione dei requisiti militari. La Spagna, come ha già avuto modo di esprimere, è favorevole alla creazione di una agenzia europea per gli armamenti, elemento importante per raggiungere gli obiettivi attuali e futuri del secondo pilastro della Ue. Questa agenzia dovrà incorporare le iniziative esistenti in questo settore, come la Letter of Intent (Loi) e l’ «Organizzazione comune per la cooperazione in materia di armamenti»(Occar) e, soprattuto, la grande esperienza accumulata dal «Gruppo per gli armamenti dell’Europa occidentale»(Gaeo). Vedo inoltre con favore il contributo economico dell’Ue all’agenzia.
Come dovrebbe operare l’Ue, in particolare la Commissione, per permettere la creazione di una vera base industriale della difesa europea e di un mercato della difesa comune? Quale sarebbe l’impatto della recente (11 marzo 2003) posizione della Commissione europea in questo campo? Cosa fare della dimensione transatlantica dell’industria della difesa e aerospaziale?
La Commissione europea, negli anni 1996 e 1997, presentò due Comunicazioni con l’obiettivo di dare un impulso alla ristrutturazione industriale e al mercato europeo della difesa. Di recente, con una politica europea di sicurezza e difesa molto più sviluppata, è circolata una nuova Comunicazione (11 marzo 2003) che copre tutti gli aspettti di una politica dell’Ue in materia di equipaggiamenti per la difesa, in particolar modo riguardo al mercato europeo della difesa.
Giudico positiva la Comunicazione, poiché propone una serie di azioni in ognuno degli aspetti chiave per la realizzazione di un mercato europeo della difesa.
In ogni caso, la Spagna ritiene che oltre alla Commissione è necessario che siano coinvolti anche gli organi isitituzionali dell’Unione, e a questo rispetto si ritiene che l’apertura del dibattito al Consiglio e negli organi politici come il «Cops» consentirà di occuparsene più proficuamente.
Riguardo alla dimensione transatlantica dell’industria della difesa, credo che bisognerebbe mantenere un dialogo costante a tutti i livelli. Vi sono due aree che ritengo particolarmente importanti per far progredire la cooperazione transatlantica. La prima è l’omogeneizzazione delle regole del mercato degli armamenti in Europa, che permetterà una migliore comprensione tra Europa e Stati Uniti, e la seconda è il rafforzamento delle relazioni tra le industrie della difesa; se fosse possibile, dovrebbero avere una presenza attiva l’una nell’altra, che ciò avvenga attraverso acquisizioni, fusioni o programmi di cooperazione.
Traduzione dallo spagnolo di Mario Rimini