
I temi della difesa e della sicurezza sono al centro del dibattito transatlantico, ma anche in ambito Europeo, con la presentazione di proposte e iniziative, come quella elaborata dalla «banda dei quattro» formata da Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo subito dopo la conclusione del conflitto iracheno. L’Italia che assume la guida semestrale dell’Unione potrà avere un ruolo importante per determinare la direzione degli sviluppi in questo campo, mentre prosegue nella trasformazione del proprio strumento militare. Di questi temi abbiamo discusso con il ministro della Difesa, Antonio Martino.
Nel semestre italiano alla guida dell’Unione europea il tema dell’eurodifesa sarà al centro delle attenzioni; quali sono gli obiettivi che l’Italia si propone di raggiungere?
Ho già parlato con i miei colleghi per preparare un’agenda, ma il punto essenziale consiste nel definire cosa vuol fare l’Europa in questo campo. A mio avviso l’Europa della difesa deve essere complementare - e non può porsi il velleitario obiettivo di diventare alternativa - alla Alleanza atlantica. Se questo è vero, allora la cosa essenziale consiste nel pervenire a una definizione delle competenze e a una sorta di divisione del lavoro tra le due organizzazioni. In particolare, dobbiamo davvero stabilire quali sono i compiti militari che vogliamo affidare all’Europa della difesa. In genere quando si pone questa domanda la risposta automatica fa riferimento alle cosiddette «missioni di Petersberg». Ora, in questo elenco le prime missioni non suscitano perplessità, si va dalla evacuazione di civili, alle operazioni umanitarie, al peace-keeping. Problemi nascono con la formula omnicomprensiva finale, che fa riferimento al peace-enforcing. Sotto questa etichetta c’è un po’ di tutto, persino la guerra vera e propria ad alta intensità. Dobbiamo quindi concordare in modo preciso e non equivoco che cosa intendiamo per «imposizione della pace». In secondo luogo, dobbiamo anche chiarire qual è l’effettivo ambito geografico nel quale le forze europee potranno essere chiamate a operare. Al momento si parla genericamente di «4 mila km da Bruxelles», ma questo parametro è al tempo stesso troppo vago e, di nuovo, troppo ambizioso. Tra l’altro, una volta definite le missioni assegnate con precisione, ne discende direttamente quali devono essere le capacità necessarie per assolverle. Non si può fare il contrario, indicare le capacità che desideriamo e sulla base di queste stabilire a che cosa servono.
Tradizionalmente si suol dire che la dimensione europea della difesa dovrebbe costituire il pilastro europeo della Nato. Tra l’altro le forze disponibili sono sempre le stesse…
Esatto, è proprio questo il punto. Tra l’altro, grazie al cosiddetto «accordo Berlin-plus», è stato anche eliminato l’ostacolo che poteva portare a una duplicazione Nato-Ue. Non ha proprio senso pensare di poter fare a meno della Nato. A questo proposito ho fatto qualche piccolo studio per quantificare il vantaggio derivante dalla partecipazione alla Nato per l’Italia. Utilizzando criteri conservativi, si può ritenere che senza Nato avremmo dovuto dedicare alla spesa per la difesa almeno 2,5 punti percentuali di Pil in più rispetto a quanto abbiamo potuto fare grazie allo «scudo» Nato. Si tratta di circa 15 miliardi di euro per 50 anni, una cifra astronomica. Rinunciare alla Nato, ammesso che sia possibile e che sia davvero desiderabile, comporterebbe anche oggi uno sforzo finanziario addizionale di questa entità. Chi mai è disposto a farlo, chi andrebbe a raccontarlo ai contribuenti?
Non di meno c’è in Europa chi sostiene con forza la necessità di una maggiore autonomia nel campo della difesa e della sicurezza. Anche se, a ben vedere, non mi sembra che il documento elaborato al termine del vertice dei quattro Paesi, che ha attirato un vero e proprio fuoco di sbarramento, da Washington e da diverse capitali europee, avesse poi un contenuto così esplosivo o proponesse eresie, se si esclude la proposta di duplicare le capacità di pianificazione e comando.
In realtà oltre a quello citato c’è un altro punto critico: per ben tre volte viene menzionata l’acquisizione del velivolo da trasporto militare europeo A400M, al punto che sorge il legittimo dubbio se sia trattato di un documento sulla difesa europea o di un’azione di promozione commerciale di un prodotto. A mio avviso non è accettabile né il «contenitore» né l’insistenza su questo specifico programma. Forse è indispensabile che i diversi Paesi abbiano lo stesso velivolo da trasporto? Se andiamo a un picnic, dobbiamo arrivarci tutti a bordo dello stesso modello di automobile? Io stesso avevo proposto di costituire un’agenzia europea per il trasporto militare, ma a questo punto è meglio non parlarne più, se la condizione per partecipare deve essere l’acquisizione di questo aereo.
Insomma, non si torna indietro, non ci sono ripensamenti da parte italiana, nonostante le forti pressioni di chi ci chiede di riconsiderare il nostro no all’A400M, chiedendoci di «fare qualcosa di europeo»?
No, non si torna indietro, solo over my dead body, abbiamo altre priorità che richiedono tutte le risorse disponibili.
Durante il semestre cercherete comunque di mettere insieme i cocci, dopo le divisioni e le polemiche suscitate dalla crisi e della guerra in Iraq?
Ma, vede, paradossalmente le fratture sono meno marcate proprio nel settore della difesa, rispetto a quello della politica estera. I rapporti in questo ambito sono molto meno conflittuali, soprattutto quando si parla di cose concrete, sulle quali è meno arduo riuscire a trovare accordi.
A proposito di risorse, qualche tempo fa proprio lei aveva proposto di autorizzare uno sfondamento dei limiti Maastricht per consentire quegli investimenti per la difesa che nessun Paese riesce a effettuare in misura adeguata nell’attuale contesto. L’idea piacque, ma ora a che punto siamo?
Si, ha ottenuto consensi, al punto che qualcuno ha persino cercato di assumerne la paternità. Quando l’avevo proposta nutrivo però serie preoccupazioni, perché mi rendo conto che quando si crea un’eccezione si apre un vero «vaso di Pandora». Oggi il rischio è ancora più grave, perché molti e non secondari Paesi non rispettano i parametri del patto di stabilità. Quindi non insisterò ulteriormente. Mi sembra ancora una buona idea, non però se viene considerata come un primo passo per superare il patto di stabilità, il che sarebbe un vero disastro. Deve essere una eccezione, l’unica.
L’italia in realtà è tra i Paesi che spendono meno per la difesa, in rapporto al Pil e alle ambizioni sbandierate. Sono state fatte promesse, ma gli anni passano e la realtà non cambia. So che lei non è contento per la dotazione del suo dicastero, i militari ancora meno, però restiamo inchiodati all’1% del Pil per la funzione difesa propriamente intesa (1,5% includendo Carabinieri, pensioni provvisorie e funzioni esterne). Si era parlato di una crescita degli stanziamenti fino all’1,5% del Pil per la funzione difesa.
La cifra dell’1,5% l’avevamo inserita come obiettivo da raggiungere per la fine della legislatura. Come dice Stigler «gli obiettivi di carattere economico hanno la caratteristica di non poter mai essere completamente realizzati». Ciò detto, è chiaro che spendiamo troppo poco. Le Forze armate hanno fatto miracoli per far fronte agli enormi impegni alle quali sono state chiamate e dobbiamo spendere di più. Ci muoviamo verso Forze armate che complessivamente saranno molto più piccole, ma nel contempo risulteranno molto più efficaci e questo comporta investimenti. Dobbiamo anche considerare che gli impegni di oggi richiedono un minor impiego di personale, tuttavia questo deve essere perfettamente addestrato. Pertanto occorre un investimento in quello che io chiamo il «capitale umano». Nel contempo deve migliorare anche la qualità degli equipaggiamenti, il capitale fisico. Concretamente, noi dobbiamo fare quello che ha già fatto da tempo la Francia, con le leggi di programmazione quinquennali delle spese per gli investimenti della difesa. La legge attuale dovrebbe portare nell’arco di un decennio il Paese transalpino a eguagliare le capacità militari della Gran Bretagna. Questo è il loro obiettivo. È uno strumento importante perché la difesa non solo ha bisogno di maggiori risorse, ma soprattutto ha bisogno di risorse certe, che consentano di programmare sul lungo periodo. Dobbiamo sapere con ragionevole certezza cosa potremo avere nel prossimo lustro. Se questo non accade, si finisce per sommare spreco a spreco.
La situazione di incertezza consente spesso fughe in avanti, il coinvolgimento in grandi programmi che poi qualcuno dovrà pagare, senza averne la disponibilità.
Nell’interpretare la realtà ho sempre presento quello che mi disse Friedman: «puoi essere certo di una sola cosa, che gli altri anteporranno il loro interesse al tuo». Io avevo proposto una legge di programmazione quinquennale al Consiglio supremo di difesa, era stata vista favorevolmente, non la ho ancora presentata al Consiglio dei ministri perché la situazione economica non lo consente, ma non demordo.
Il presidente di Finmeccanica, Guarguaglini, ha proposto la realizzazione di un tavolo comune - politica, industria e militari - proprio per coordinare gli investimenti e armonizzare le politiche, anche quelle relative alle alleanze: potrebbero sedervi i ministri della Difesa, dell’Economia, delle Attività produttive, della Ricerca scientifica e università, nonché i vertici militari e delle industrie del settore. Che ne pensa?
Credo che sia una buona idea. Bisogna cercare di realizzarla. E l’industria ha la legittima aspettativa di ricevere certezze sulle linee strategiche del governo nel settore della difesa.
Oggi mi sembra che l’Italia continui a partecipare a troppi programmi rispetto alla capacità finanziaria di acquistare i prodotti finiti dopo aver condotto una costosa fase di ricerca e sviluppo. Continueremo così?
In passato forse si è deciso con un po’ di leggerezza di prendere parte a progetti e oggi ne patiamo le conseguenze. Pensi al settore trasporto aereo: furono acquistati i C-130J, poi si è deciso di affiancargli i C-27J e addirittura eravamo stati coinvolti anche nell’A400M. Tre programmi per il trasporto aereo quando tutte le altre linee di volo dell’Aeronautica erano in condizioni disastrose.
Ci sono anche programmi che si trascinano per decenni, come l’Eurofighter. Noi manterremo i nostri impegni?
Guardi, se non mi è venuta un ulcera è solo perché prendo opportuni farmaci! Più seriamente, questo progetto va avanti da decenni, ha comportato spese per migliaia di miliardi e a oggi non ne abbiamo in servizio neanche uno e dobbiamo prendere aerei in leasing per tappare i buchi. Peraltro questo vale anche per tanti altri progetti (pensiamo all’F-22 americano). Tutti questi grandi programmi non rispettano né tempi né costi. Posso peraltro confermare che non sono previsti tagli a questo programma da parte nostra.
Non mi dirà che il programma relativo al caccia statunitense F-35, al quale abbiamo deciso di prendere parte, rispetterà i tempi e il budget?
No, sarà verosimilmente in ritardo e costerà più del previsto. Ma saranno sforamenti ragionevoli, per il semplice fatto che se il cliente domestico si impegna ad acquistarne 3.000 esemplari il programma deve andare avanti in modo corretto, è interesse di tutti che questo avvenga.
Rimane il fatto che la scelta di diversi Paesi europei di partecipare a questo progetto statunitense è stata ed è aspramente criticata dai fautori della via europea. Recenti documenti sulla difese europea redatti a Bruxelles, in particolare dalla Commissione, criticano i Paesi che hanno deciso di partecipare al Jsf perché costituirebbe un indirizzo dei fondi errato, anti-europeo. Non crede che il neoprotezionismo europeo nel settore della difesa sia sbagliato, così come del resto quello statunitense?
Supponiamo che un tempo avesse senso il concetto di autosufficienza completa di un Paese nel settore militare. Personalmente non credo sia mai stato così, ma ammettiamolo. Oggi però le cose sono certamente cambiate. Perché la difesa è diventata sicurezza, non si devono soltanto difendere le frontiere e non si fa più da soli, ma si affrontano le sfide attraverso le alleanze. Ed è un problema globale che richiede quindi risposte globali. Parlare di autosufficienza è antistorico e produce sprechi di risorse già scarse. Ci dobbiamo quindi tutti adoperare per ottenere il meglio là dove lo possiamo trovare e ai prezzi più convenienti. Ho sempre detto che l’industria deve essere al servizio della difesa, non il contrario. Se l’industria realizza prodotti che convengono e valgono si comprano, altrimenti si cerca altrove.
Parlando di progetti americani, come definirebbe lo status dei rapporti con gli Stati Uniti?
Sono eccellenti, ne ho avuto conferma in un recente viaggio negli Stati Uniti durante il quale ho incontrato Condoleeza Rice, Colin Powell, Donald Rumsfeld. I rapporti bilaterali tra i nostri due Paesi sono ottimali, a livelli che non hanno precedenti, e questo riguarda anche il mio ministero. E di tutto questo abbiamo dimostrazioni concrete continue. Faccio due esempi: l’intelligence americana ha pubblicamente elogiato il contributo importante della nostra intelligence nella contingenza irachena e ho anche avuto la soddisfazione di sentir dire dal comandante statunitense della Task Force 180 in Afghanistan che i nostri si stanno comportando benissimo, al punto che se avesse la possibilità di sostituirli con contingente Usa, da comandante sul terreno… direbbe di no.