
Da più di due anni ormai il processo di concentrazione dell’industria europea segna il passo, ed è difficile capire se si tratta di un rallentamento momentaneo legato alla convergenza di molteplici fattori negativi o della fine di un ciclo che apre la strada a scenari diversi e, per certi aspetti, imprevedibili. Quello che è a tutti evidente è che, dopo il triennio 1998-2000 di intense trasformazioni della struttura industriale europea, è seguita una fase di assestamento in cui ogni ulteriore tentativo è risultato destinato, fino ad oggi, al fallimento. Nel triennio «virtuoso» al vertice dell’industria europea si sono affermati quattro grandi gruppi che, seppur per strade diverse, hanno distanziato gli altri e si sono avvicinati alle dimensioni di quelli americani. A parte Boeing, il cui giro d’affari (65 milioni di euro) è più del doppio rispetto agli altri, Lockheed Martin ha dimensioni analoghe ad Eads (30 milioni di euro), mentre Northrop Grumman e Raytheon seguono con BAe Systems a breve distanza (20 Milioni di euro). Più distanziata è la fascia che segue (5-10 Milioni di euro): Thales, Finmeccanica in Europa che si confrontano con General Dynamics, Hughes, Honeywell negli Usa. Anche il vertice dell’industria americana è, quindi, costituito da quattro aziende (più tre di dimensioni inferiori) che, però, si differenziano da quelle europee per la loro maggiore specializzazione e, soprattutto, per aver utilizzato la concentrazione al fine di razionalizzare e rendere più competitiva la loro attività.
Per raggiungere le attuali dimensioni alcuni gruppi europei hanno seguito la strada delle acquisizioni: l’inglese British Aerospace con Marconi Electronic Systems diventando BAe Systems e acquistando poi un terzo della svedese Saab; la francese Thomson-Csf con l’inglese Racal diventando Thales. In un altro caso, la francese Aerospaziale-Matra più la tedesca Dasa e la spagnola Casa, si è seguita la strada della fusione, dando vita ad Eads. In un ultimo caso, Finmeccanica, il rafforzamento era avvenuto nella prima metà degli anni Novanta con l’ingresso delle attività elicotteristiche, missilistiche e armamenti dell’ex-Efim, mentre in questo triennio il gruppo italiano ha puntato ad integrare alcune sue attività con altri partners europei: Ams con l’inglese Marconi Electronic Systems nell’elettronica per la difesa (poi acquisita da BAe Systems), Mbda con la franco-tedesca-inglese Mbd (Eads e BAe Systems) nella missilistica, AgustaWestland con l’inglese Gkn nell’elicotteristica. Le motivazioni di questa fase virtuosa, in cui imprese e Paesi sono riusciti a mettere da parte gelosie ed egoismi nazionali, sono rintracciabili nella diffusa consapevolezza che l’Europa doveva cercare di far fronte ad una serie di problemi:
1. concentrazione e razionalizzazione dell’industria americana, già avvenuta nei primi anni Novanta attraverso Mergers & Acquisitions che hanno semplificato e ristretto il vertice della piramide industriale;
2. mancanza o superamento tecnologico degli equipaggiamenti in dotazione alle Forze armate europee, emersi in tutta la loro gravità nel corso delle operazioni di peace enforcing di quest’ultimo decennio;
3. volontà di completare la costruzione europea, accompagnando l’unificazione del mercato e quella monetaria con l’inizio di un processo di integrazione della politica estera e di sicurezza e del mercato della difesa;
4. costo e complessità dei nuovi equipaggiamenti che rende impossibile affrontarne lo sviluppo su base nazionale, ma anche ormai attraverso i consorzi perché, comunque, non possono essere più sopportati gli extra-costi e i ritardi legati alla messa a punto e alla gestione di un programma con questa impostazione. L’attuale situazione è riconducibile all’intervento di una serie di concause negative che possono essere così schematizzabili:
a) La prima, non in ordine di importanza, è un certo clima di titubanza nei confronti dell’integrazione militare europea. Anche se alcune decisioni e iniziative vengono portate avanti, si è registrata una minore spinta propulsiva, riconducibile alla mancata risoluzione di alcuni nodi e al sorgere di qualche preoccupazione per un allargamento certo inevitabile, ma rispetto al quale non ci sente ancora pronti, per lo meno nel campo della gestione di una politica comune di sicurezza e difesa.
Ciò ha prodotto, a cascata, disattenzione e disillusione per quell’azione di integrazione e riorganizzazione del mercato europeo della difesa che, ancora oggi, resta invece impostato su basi nazionali. Sono state avviate alcune importanti iniziative di integrazione (Occar, Loi), ma nel complesso il mercato europeo è rimasto fragmentato. Ben diverso era ed è, invece, il mercato americano in cui si sono potute concentrare le imprese d’oltreoceano, caratterizzato da unicità della normativa e delle procedure, della politica delle acquisizioni, della ricerca e di quella esportativa.
b) Il negativo quadro di riferimento europeo ha impedito che la concentrazione proprietaria in alcuni grandi gruppi consentisse loro di avviare la razionalizzazione della struttura produttiva, concentrando le produzioni, specializzando gli stabilimenti, eliminando le duplicazioni e le sovracapacità produttive. In altri termini, non si è potuto «incassare» uno dei vantaggi della concentrazione e questo, a sua volta, non ha favorito il superamento delle resistenze che un processo di concentrazione comporta. Anche in questo caso differente è stata l’esperienza americana perché alla fase della concentrazione proprietaria è immediatamente seguita quella della concentrazione e razionalizzazione delle imprese coinvolte.
c) Una terza concausa è stata la mancata ripresa degli investimenti da parte dei Paesi europei. La spesa militare è complessivamente rimasta ai bassi livelli precedenti (quando non si è ridotta, come sta avvenendo per Germania e Italia) e i nuovi programmi previsti sono partiti in ritardo, al ribasso e fra molte incertezze. Senza «carburante» e «collante» il processo di integrazione industriale poteva inevitabilmente fare poca strada.
A questo proposito è utile ricordare che negli Stati Uniti la concentrazione delle principali imprese è stata supportata nei primi anni Novanta non solo da una continuità di investimenti che, seppure inferiori al periodo precedente, destavano e destano l’invidia delle imprese europee, ma anche da una modalità di assegnazione che ha consentito di spesare una parte dei costi di razionalizzazione direttamente a carico delle commesse acquisite, fornendo un ulteriore incentivo al processo in corso.
Il processo di concentrazione europeo ha, inoltre, presentato queste limitazioni:
- ha riguardato solo il settore aerospaziale ed elettronico (compresa la missilistica);
- non si è completato (in particolare nel comparto dello spazio, dell’avionica e dei velivoli militari);
- non ha coinvolto il settore terrestre (armamenti e piattaforme) e navale, né la siluristica;
- ha mantenuto una forte connotazione nazionale e, anche quando ha coinvolto più Paesi, ha dato vita più ad un’aggregazione che ad un’integrazione.
Più in generale, anche questa esperienza conferma la peculiarietà del settore della difesa e del relativo mercato, soprattutto europeo.
Sul piano della domanda è, infatti, preponderante il ruolo degli Stati nazionali che sono i principali clienti della loro industria e che indirettamente ne condizionano l’attività attraverso il sostegno alla ricerca e all’innovazione, attraverso la tutela delle informazioni classificate, attraverso il controllo e il sostegno delle esportazioni, attraverso la regolamentazione della produzione di armamenti, attraverso il controllo di quote di proprietà o il mantenimento di diritti speciali. Su quest’ultimo terreno, per altro, sembra necessario avviare una riflessione perché, di fronte alla trasformazione della struttura industriale, con la nascita di gruppi che operano sul fronte militare e civile e in una logica transnazionale, questi tradizionali strumenti di tutela degli interessi nazionali risultano insufficienti. Questo sembra ancora più vero in presenza di una progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari che consente più facili investimenti stranieri nelle società quotate (e i gruppi operanti nella difesa hanno sempre più bisogno di cercare sul mercato i capitali necessari per il loro sviluppo). Ciò detto, è evidente che il passaggio sotto il controllo di una società straniera richiede un’attenta valutazione da parte di ogni governo, prima di tutto per verificare se è effettivamente in gioco l’interesse nazionale e, poi, esprimere, per lo meno informalmente, il suo gradimento nei confronti dell’acquirente, fissando eventuali condizioni per la sua approvazione. Sul piano strategico l’interesse nazionale è quello di assicurare il mantenimento delle capacità tecnologiche e industriali acquisite e non tanto la nazionalità dell’azionista di riferimento. In un’economia sviluppata e tendenzialmente globalizzata, puntare solo sulla proprietà è costoso in termini economici, limitante sul piano della politica industriale, inadeguato rispetto alle aspettative del mercato finanziario. uno strumento un po’ grossolano per guidare processi di sviluppo che, invece, diventano più complessi e richiedono una strumentazione più sofisticata.
Un esempio interessante viene dagli Stati Uniti dove, se viene accettato il passaggio di un’industria ritenuta strategica sotto controllo straniero, sono fissate tutta una serie di condizioni a tutela dell’interesse nazionale. È il caso di BAe Systems North America, controllata dall’inglese BAe Systems, ma che si muove in un’ottica di grande autonomia sia sul piano gestionale (con un vertice obbligatoriamente americano), sia su quello tecnologico (con una forte impermeabilità ad ogni travaso verso l’azionista europeo). Su tutto questo il governo americano ha ottenuto l’impegno dell’azionista inglese e con questa impostazione, sotto l’attenta sorveglianza del dipartimento della Difesa, la BAe americana è potuta diventare un importante fornitore del Pentagono.
Molteplici sono le domande a cui dare preventivamente una risposta se si vuole che l’industria della difesa superi la dimensione nazionale, ma rimanga la base tecnologica e produttiva di un sistema europeo di difesa: è esportabile in Europa questo sistema? Può essere utile per sciogliere il nodo della proprietà dei gruppi operanti nel campo della difesa? Saremmo in grado di applicarlo e gestirlo nel tempo?
Sul piano dell’offerta il mercato della difesa è caratterizzato dalla presenza di gruppi che, anche quando assumono una fisionomia transnazionale, mantengono sempre una forte identità nazionale perché la loro ragione di essere resta nel rapporto con le forze armate del Paese in cui operano (ben evidenziato dall’impermeabilità verso l’esterno del top management, a differenza di tutti i settori civili dove, invece, la multidisciplinarietà delle esperienze è considerata una componente importante del profilo professionale dei dirigenti). Un’altra peculiarietà è data dalla passata divisione fra attività militari e civili che, seppur progressivamente ridotta, ha caratterizzato la nascita e lo sviluppo di questo settore industriale (ben evidenziata dal fatto che esperienze gestionali e organizzative ormai consolidate in campo civile solo recentemente hanno cominciato a diffondersi in campo militare, anche a causa dall’impermeabilità sopra ricordata).
Il mercato militare è caratterizzato da uno stretto e dialettico rapporto fra domanda e offerta, tale da non consentire fughe in avanti di una delle due componenti. Se al passo in avanti di una non corrisponde un cambiamento coerente dell’altra, la situazione si blocca irrimediabilmente. Questo legame si manifesta quasi di più sul piano «qualitativo» che su quello «quantitativo»: in mancanza di domanda interna, le imprese possono, infatti, cercare nuove occasioni di sviluppo sul mercato internazionale e, in ogni caso, le commesse sono caratterizzate da un ciclo pluriennale che lascia qualche margine di manovra in termini di adattamento; ma, se le esigenze di ristrutturazione e di operatività non trovano un tempestivo riscontro nelle trasformazioni delle regole del mercato, le imprese rischiano di rimanere bloccate in mezzo al guado dei processi di trasformazione.
I cambiamenti intervenuti e quelli che interverranno, tutti riconducibili ad una logica di «normalizzazione» del mercato militare, possono allentare i vincoli della peculiarietà, ma non possono eliminarli. Di qui la necessità di una strumentazione sia nazionale, sia europea adeguata alle esigenze di sviluppo ed efficienza del settore militare.
Persino negli Stati Uniti, dove per certi versi il mercato sembra padrone incontrastato, l’esperienza dello scorso decennio evidenzia il ruolo propulsivo e regolatore dello stato in campo militare: le 21 imprese presenti all’inizio degli anni Novanta si sono ridotte a quattro nel giro di un quinquennio su spinta dell’undersecretary for Defence Perry (la leggenda, forse realtà, vuole che, durante una cena nel 1993, poi soprannominata «the last supper», abbia comunicato ad una dozzina di industriali americani che nel giro di cinque anni avrebbero dovuto dimezzarsi). Questo è poi effettivamente avvenuto e in tempi più rapidi del previsto, anche grazie all’azione di sostegno finanziario del Pentagono. Lo stesso supporto è stato dato anche sul fronte delle esportazioni dove, grazie alla «americanizzazione» del mercato mondiale (dal 30% del quinquennio 1985-89 al 45% dell’ultimo quinquennio 1997-2001), le imprese statunitensi hanno potuto trovare uno sbocco alternativo a quello interno, che si era ridotto dopo la caduta del muro di Berlino. Nello stesso tempo sono stati garantiti consistenti finanziamenti alle attività di ricerca e sviluppo al fine di non perdere il vantaggio tecnologico acquisito: nel corso di tutto lo scorso decennio il livello è rimasto vicino ai 40 miliardi di dollari (a valori costanti 2003), poco meno di quanto si spendeva nel 1985, e, in quest’ultimo triennio, è salito a quasi 51 miliardi di dollari, con un incremento del 21% in due anni.
Molti sembrano essersi dimenticati che lo stesso processo di concentrazione dell’industria europea ha preso le mosse da un input politico. È la dichiarazione congiunta dei capi di governo di Francia (Jospin), Germania (Kohl) e Regno Unito (Blair) del 9 dicembre 1997 che da il via sia alle iniziative intergovernative (Loi/Accordo quadro e Occar), sia alla ristrutturazione dell’industria europea. Vale la pena di ricordare, a poco più di cinque anni di distanza, il contenuto di questa mezza pagina in cui per la prima volta e in modo chiaro viene espressa la volontà di costruire una capacità industriale tecnologica a supporto dell’Europa. «Francia, Germania e Regno Unito condividono il vitale interesse politico ed economico per un’industria europea aerospaziale e dell’elettronica per la difesa efficiente e globalmente competitiva. Questo aiuterà a migliorare la posizione dell’Europa sul mercato globale, a promuovere la sicurezza europea e assicurerà che l’Europa giocherà un ruolo completo nella sua difesa. Siamo d’accordo sull’urgente necessità di ristrutturare le industrie aerospaziali e dell’elettronica per la difesa. Questo dovrebbe abbracciare le attività civili e militari nel campo aerospaziale e portare ad un’integrazione europea basata su una collaborazione equilibrata». Poi, dopo la richiesta alle loro tre aziende leader nazionali di predisporre entro tre mesi un piano di ristrutturazione ed integrazione e, in particolare, di trasformare rapidamente il consorzio Airbus in società, il documento prosegue: «Per la nostra parte ci assumiamo l’impegno di sviluppare le necessarie iniziative nelle politiche nazionali riguardanti questa industria al fine di facilitare tale ristrutturazione». E, dopo un invito agli altri Paesi europei e alle loro industrie a partecipare a questo processo di ristrutturazione, la dichiarazione conclude: «Questa iniziativa è un esempio pratico di collaborazione fra i partner europei che noi promuoveremo attivamente». A questa presa di posizione si associano, nelle settimane successive, i capi di governo italiano (Prodi) e spagnolo (Aznar).
Da essa prendono il via due diversi esercizi: quello dei ministri dell’Industria e quello dei ministri della Difesa. Il primo, ad impronta più dirigista, cerca di stimolare, ma in parte anche di guidare, il processo di concentrazione, arrivando quasi ad avvallare l’ipotesi di una superconcentrazione continentale attraverso la prevista costituzione della Eadc-European aerospace and defence company che avrebbe dovuto raccogliere tutte le società aerospaziali e le loro controllate (quindi anche elicotteri, avionica, elettronica, missilistica). Un’ipotesi fortunatamente abbandonata perché si sarebbe creato un mostro industriale ingestibile e si sarebbe rinunciato anche a quel po’ di competizione che il mercato europeo può ancora permettersi. Il secondo, quello delle difese, con un’impostazione più liberista, che si è concentrato sulle modalità per creare condizioni più favorevoli alla concentrazione e alla ristrutturazione industriale e che, dopo aver associato anche la Svezia, ha portato alla firma, nel luglio 1998, della Letter of intent (a cui è seguito, nel luglio 2000, l’Accordo quadro) e, nel settembre 1998, alla costituzione dell’Occar, l’agenzia per la gestione dei programmi di collaborazione fra Francia, Germania, Italia e Regno Unito.
È all’interno di questo alveo politico e governativo che si sviluppa la trasformazione dell’industria europea che ha creato l’attuale situazione. Anche se è vero che l’industria è andata coraggiosamente più avanti di quanto il mancato cambiamento delle regole e delle condizioni di mercato avrebbe dovuto comportare, non si deve sottovalutare il ruolo della volontà politica che ha avviato questa fase virtuosa dell’integrazione europea nel settore della difesa. Il problema è che, in realtà, questa «rivoluzione» si è fermata a metà e, ora, non si riesce ad andare avanti, ma non si può tornare indietro. Questo stallo rischia, così, di favorire la ricerca di un bipolarismo di nicchia: un rapporto di collaborazione in cui, accettando l’attuale forte squilibrio tecnologico e industriale, le imprese e i governi europei rischiano di giocare un ruolo più subordinato di quanto, invece, potrebbe essere presentandosi a valle di un’ulteriore fase di concentrazione transnazionale europea e con un approccio collettivo. Questa impostazione bipolaristica ha già caratterizzato la partecipazione al programma per il velivolo Jsf e rischia di ripetersi per il Programma di difesa missilistica. Nel caso del Jsf ogni singolo Paese ha concordato con gli Stati Uniti la sua partecipazione, perdendo un’occasione importante per ottenere una collaborazione più equilibrata e soddisfacente. Se i Paesi partecipanti (probabilmente, alla fine, tutti tranne la Francia che sembra puntare su un salto generazionale) avessero fin dall’inizio trattato insieme con gli Stati Uniti, il ritorno tecnologico e industriale sarebbe stato certamente maggiore e condiviso. I Paesi europei hanno, invece, compiuto un’infinità di errori, rincorrendo, insieme alle loro industrie, arrogantemente e per troppo tempo il sogno di un programma alternativo europeo che nessun governo è in realtà disposto a finanziare.
La realtà sta dimostrando che più gli Stati europei si arroccano nella difesa del loro ruolo e dei loro interessi nazionali, meno va avanti l’integrazione della difesa e meno le imprese europee possono concentrarsi. Vi è così, di fatto, un ritorno alla logica dei «campioni nazionali», con la conseguente difesa dei propri mercati. Ma le ragioni profonde di un’integrazione continentale non possono essere contrastate e il risultato rischia di diventare solo una battaglia di retroguardia per rallentare un processo ineluttabile, a meno che non si profili un quadro strategico completamente diverso. Se l’Europa non riuscirà a completare la sua integrazione anche sul piano della politica estera e di difesa, oltre che su quello economico e monetario, la «disintegrazione» del mercato e delle imprese della difesa continuerà a rappresentare, come ora, un punto di debolezza e un ostacolo alla concentrazione. La costruzione dell’Europa della difesa richiede, sul piano tecnologico e industriale, una ripresa di iniziativa da parte dei governi e delle istituzioni europee e da parte delle imprese. In quest’ottica è auspicabile si possono avanzare alcune ipotesi di lavoro:
1. Una nuova iniziativa intergovernativa, analoga a quella avviata nel dicembre 1997, per confermare la volontà politica e per meglio indirizzare le scelte alla luce delle esperienze maturate. Il molteplice ruolo degli Stati come regolatori del mercato della difesa, come principali clienti e, in alcuni casi, come comproprietari di alcune imprese, darebbe a questa nuova iniziativa una forte valenza.
2. Una rapida andata a regime dell’Accordo quadro con la consapevolezza che non può, comunque, esaurire gli sforzi europei per arrivare ad un mercato comune degli armamenti. La sua impostazione ne rende molto difficile un allargamento, se non ad altri pochissimi Paesi. Mentre maturerà questa esperienza bisognerà, quindi, pensare anche ad altri strumenti che si muovano nel quadro e nei confini dell’Unione europea. Un primo obiettivo dovrebbe essere quello di omogeneizzare le regole nazionali e, non appena possibile, sostituirle con una normativa comune europea. A questo fine si dovrebbe puntare alla liberalizzazione dell’interscambio intracomunitario di materiale militare, definendo delle procedure di controllo solo per le esportazioni fuori dai confini comunitari (con l’indispensabile coinvolgimento del governo nel cui territorio il mezzo viene realizzato) e definire un percorso di convergenza che porti, in un arco ragionevole di tempo, a ridurre progressivamente l’area di applicazione dell’articolo 296 del trattato in modo da riportare anche i materiali d’armamento dentro le regole europee.
3. Una nuova impostazione dei programmi di collaborazione intergovernativa. Questi sono stati fino ad ora impostati collegando la fase di sviluppo con quella di produzione. Anche quando formalmente le due fasi risultavano distinte i partecipanti finivano col variare eventualmente solo il rispettivo numero di mezzi da acquisire rispetto alle previsioni iniziali. Di qui una forte rigidità dei programmi. Nel nuovo scenario, caratterizzato da una forte imprevedibilità, sembra opportuno procedere in questi programmi separando più nettamente le diverse fasi e riconoscendo alle imprese il maggiore margine di rischio finanziario.
4. Una forte ripresa degli investimenti sia per l’acquisizione, sia per la ricerca e sviluppo. L’Europa,a parte Regno Unito e Francia, non spende abbastanza per garantire la sua difesa e sicurezza e questo la mette in una condizione di rischio e di dipendenza degli Stati Uniti. Per svolgere un ruolo internazionale adeguato al ruolo che intende svolgere, l’Europa deve poter concorrere con il nostro alleato transatlantico nel garantire la difesa della pace e il suo ristabilimento quando necessario. Su questo terreno sono più le carenze che le presenze: equipaggiamenti che mancano o che sono superati o che non sono interoperabili rendono impossibile ogni iniziativa in cui il peso preponderante non sia americano, con tutte le conseguenze politiche che questo comporta. Per dare credibilità alla sua voce in campo internazionale i paesi europei (e soprattutto quelli più grandi e fino ad oggi latitanti sul piano finanziario, come Germania e Italia) devono responsabilmente farsi carico anche degli oneri che la costruzione di un’Europa della difesa comporta.