
La politica estera e di sicurezza comune (Pesc) e la politica europea di sicurezza e di difesa (Pesd) hanno attraversato tempi difficili anche in passato. Mai, però, come durante la recente crisi irachena. La manifestazione più evidente delle loro crisi è consistita nel silenzio in cui si è chiuso molto diplomaticamente Javier Solana, ministro degli Esteri in pectore dell’Unione europea. Solo il britannico Chris Patten – Commissario europeo per le relazioni esterne – ha parlato, ma senza proporre politiche per l’Europa. Si è limitato ad auspicarne la coesione, di cui i recenti summit europei e dei ministri degli Esteri hanno salvaguardato soltanto una parvenza. Si è trattato di una sorta di cosmesi, su cui nessuno si è ingannato. La realtà è che l’Europa - almeno per quanto riguarda la sua componente politica e strategica - è stata un «danno collaterale» della guerra, come d’altronde lo sono state la Nato e le Nazioni Unite; ed è rimasta al post-1989, mentre gli Stati Uniti sono entrati nell’era del post 11 settembre. Per quanto riguarda la Pesd, è emersa ancora una volta l’ambiguità dell’espressione «difesa europea». L’Europa è stata protetta per cinquant’anni dalla Nato e dalla garanzia americana, cui una maggioranza degli europei, nelle turbolenze del Ventunesimo secolo, non intende rinunciare, esattamente come all’idea dell’unità dell’Occidente. Tuttavia, se diciotto dei venticinque membri dell’Ue hanno sostenuto l’azione americana in Iraq, soltanto il Regno Unito ha combattuto a fianco degli americani. La Nato, nel frattempo, si è trasformata assumendo contenuti politici piuttosto che militari. L’Unione, nonostante i progressi compiuti nel campo dell’integrazione economica e della moneta unica, a livello politico rimane un accordo intergovernativo. È soprattutto una la caratteristica che continua a distinguerla da un’entità politica vera e propria: l’incapacità di gestire gli «stati di eccezione». Mancando questa dimensione, emergono necessariamente le tendenze centrifughe determinate dalle differenti percezioni e rappresentazioni geopolitiche dei singoli Stati europei. E l’appello all’ «unità dell’Europa» è sovente un sotterfugio per giustificare l’inazione.
Sono probabilmente veritiere le pessimistiche affermazioni espresse recentemente al Financial Times da Jacques Delors, uno dei fautori più attivi dell’integrazione europea, secondo cui «il peso della storia e le tradizioni geopolitiche rendono vano immaginare che si possa creare una politica estera comune europea nei prossimi vent’anni. Ancora una volta si fanno su di essa grandi discorsi, ma vi è una grande differenza tra le parole e i fatti».
La politica di difesa, d’altronde, non è una politica – come lo è invece la politica estera. È semmai la difesa di una politica. Pertanto, se la Pesc è un traguardo arduo, le possibilità che possa consolidarsi una Pesd efficace è ancora più remota. Ciò sarà tanto più vero quanto maggiori saranno le sue ambizioni.
Probabilmente oggi l’unica via praticabile consiste nel limitarle entrambe al comun denominatore delle posizioni dei vari governi, per salvaguardare l’obiettivo minimo di non regredire dai pur modesti traguardi finora raggiunti. Non sono molto ottimista circa la possibilità che la marginalizzazione dell’Europa nell’affare iracheno produca un sussulto di orgoglio da parte dei Paesi europei, e li sproni ad elaborare una Pesc e una Pesd efficaci. Tutto sommato, gran parte dell’Europa è soddisfatta di come vanno le cose. È sicuramente confortevole vedere la propria sicurezza garantita dagli americani, senza per questo dover rinunciare a protestare contro gli Stati Uniti. Il sostegno verbale o la dissociazione critica dalle posizioni americane sono divenuti motivo di litigiosità politica in quasi tutti Paesi. Ciò che accade riecheggia un po’ gli scontri partigiani fra guelfi e ghibellini, fra i fautori del papato e quelli dell’impero. Con una differenza, però, rispetto al Medioevo: allora il papato esisteva, ed era potente. Oggi l’Onu è soltanto l’ombra di quello che dovrebbe essere un’autorità morale mondiale. A confondere ulteriormente le acque si è aggiunta in Italia la Santa Sede, arruolata – verosimilmente controvoglia – dai «movimenti per la pace», anche da quelli più radicali. È probabile che la caduta di Saddam abbia fatto tirare al Vaticano un sospiro di sollievo. Ne fanno fede le dichiarazioni del cardinale Ratzinger, che ha definito la brevità del conflitto «una benedizione di Dio». L’Europa si è spaccata sull’Iraq e sul problema dei rapporti con gli Stati Uniti. Inutile impegnarsi in una caccia ai colpevoli. La realtà è che un po’ tutti ne portano una responsabilità. Il britannico Blair, che si è subito allineato agli Stati Uniti, secondo la politica adottata da Londra sin dopo la crisi di Suez del 1956. La Germania e soprattutto la Francia, con la loro forsennata opposizione alla politica di Bush. Gli otto Paesi facenti parte dell’Europa «atlantica» o «peninsulare», che hanno reagito alla dichiarazione franco-tedesca con una lettera di sostegno agli Stati Uniti. Infine, gli stessi americani, forse per semplice reazione emotiva a quanto veniva percepito come un «tradimento» europeo, oppure deliberatamente, per spaccare un’Europa che non sembrava unita da nulla, fuorché dall’opposizione all’egemonia americana. Preoccupati della direzione in cui si stava avviando l’Europa sotto l’impulso francese, taluni responsabili americani hanno colto l’occasione per porre i vari Stati europei di fronte alla scelta tra Washington e Parigi. Le provocazioni del segretario alla Difesa americana Donald Rumsfeld sulla «vecchia» e la «nuova» Europa hanno scatenato la «furia gallica» del presidente Chirac, che ha sentenziato che i nuovi membri dell’Ue non sono «buoni europei». Se il suo scopo era di approfondire le divisioni dell’Europa e mettere in difficoltà la Francia, Rumsfeld lo ha senza dubbio raggiunto. L’ambizione di ottenere il plauso del movimento «no war» ha trascinato il presidente francese nel tranello. Ritengo che a nessun politico ragionevole un asse Parigi-Berlino-Mosca possa apparire un’alternativa realistica alla supremazia mondiale degli Stati Uniti.
Ciò che conta è interrogarsi su quali effetti la scissione europea potrà avere sul futuro della Pesd e sugli interessi nazionali dell’Italia. Il nostro Paese si trova in una situazione particolarmente delicata. L’ideale sarebbe, come ha affermato il ministro degli Esteri Frattini, «combinare integrazione europea e solidarietà euro-atlantica», tendenza quasi connaturata alla diplomazia italiana degli ultimi cinquantacinque anni. In caso di contrapposizione tra l’Europa e gli Stati Uniti, l’Italia sarebbe infatti obbligata a scegliere. Gli appelli un po’ patetici alle Nazioni Unite e all’articolo 11 della Costituzione - risuonati per tutta la durata del conflitto – non sarebbero una soluzione. La contraposizione emersa al riguardo fra la presidenza della Repubblica e il governo, pur se giustificata e comprensibile sul piano della politica interna, ha impedito di trarre tutti i vantaggi diretti e indiretti della scelta iniziale – sicuramente corretta sotto il profilo degli interessi nazionali – di sostenere gli Stati Uniti.
Le spaccature dell’Europa non sono marginali, né destinate a svanire con la fine della guerra in Iraq. Aggravate in parte da talune azioni di disturbo – peraltro rapidamente rientrate - di Francia e Germania, come la minaccia di mantenere le sanzioni nei confronti dell’Iraq fino alla fine del regime di occupazione militare americano, esse sono apparse evidenti con l’iniziativa del primo ministro belga, che ha convocato il 29 aprile una riunione con Parigi, Berlino e Lussemburgo, mirante a dar vita a forze congiunte europee.
Tralasciando i risvolti ridicoli di tale iniziativa - assunta dal primo ministro belga soprattutto per ragioni elettorali, cioè per trarre vantaggio dall’anti-americanismo dilagante in Belgio – essa potrebbe perpetuare e forse anche approfondire le divisioni dell’Europa. Forse impedirà di mantenere nel testo costituzionale in corso di preparazione nella Convenzione europea addirittura l’«acquis communautaire» esistente nei trattati di Maastricht, di Amsterdam e di Nizza in fatto di Pesc e di Pesd.
L’iniziativa belga non fa altro che consolidare le differenze fra la «vecchia» Europa continentale e la «nuova» Europa periferica - sia del rimland atlantico e mediterraneo sia dei Paesi europei centro-orientali, che diverranno fra il 2004 e il 2007 nuovi membri dell’Unione.
Se dovesse avere successo, verrebbero neutralizzati i risultati del summit franco-britannico tenutosi il 4 febbraio 2003 a Le Touquet fra Chirac e Blair. Svoltosi in piena crisi irachena e praticamente ignorato dalla stampa, distratta dagli avvenimenti del Golfo, esso aveva prodotto accordi rilevanti, avallando di fatto le proposte del gruppo VIII di lavoro della Convenzione europea, presieduto dal Commissario Michel Barnier. Le Touquet era stato una specie di St. Malò II per rilanciare la Pesd su basi più realistiche rispetto agli Headline Goal di Helsinki. Particolarmente importante è stato l’accordo fra Gran Bretagna e Francia sull’interoperabilità delle loro portaerei, la riduzione dei tempi di schieramento del primo contingente delle Forze europee di reazione rapida da 60 a 5-10 giorni, e la creazione dei pool di capacità, ad esempio nel trasporto aereo e navale (i Paesi dell’Unione posseggono 136 velivoli C130 Hercules).
Gli accordi di Le Touquet costituivano un logico seguito delle proposte franco-tedesche presentate a Praga il 21 novembre 2002, e a cui si sono ispirate le proposte del gruppo di lavoro Barnier. Il Premier Blair aveva addirittura accettato un orientamento della Forza di reazione rapida europea per interventi nell’Africa sub-sahariana.
Sembrava insomma che la Pesd sopravvivesse alla crisi della Pesc, della Nato e delle Nazioni Unite. L’incontro a quattro del 29 aprile ha invece rischiato di affossarla definitivamente. Certo, la Germania non sembra molto orientata a seguire una linea neogollista, e a mettere in gioco i suoi rapporti preferenziali con gli Stati Uniti. Non è neppure molto disponibile a trasformare le sue capacità di reazione rapida in una specie di Africa Korps al servizio della maggior gloria e influenza di Parigi. Anche la Francia, fortunatamente, sta correggendo talune delle sue posizioni più radicalmente anti-americane. L’idea che la Nato assuma un ruolo per il peacekeeping in Iraq si iscrive nel tentativo di trovare un accomodamento con Washington. È forse una dimostrazione della giustezza delle tesi sostenute da Pierre Hassner in un interessante articolo nell’ultimo numero di Aspenia, secondo cui la politica francese non è tanto anti-americana, quanto anti-europea: è rimasta una politica gollista, contraria ad ogni cessione di sovranità, e che concepisce l’Europa non tanto come uno «Stato post-moderno» – per usare l’espressione di Robert Cooper – quanto come una semplice occasione per aumentare l’influenza di Parigi nel mondo. Non si può dire che questa volta le sia andata molto bene! Le questioni sul tappeto sono comunque di fondo. Nella Pesc e nella Pesd si gioca la visione dell’identità e del futuro dell’Europa. Il fronte del no, che ha per il momento arruolato il presidente russo Vladimir Putin, mira più o meno esplicitamente a creare un polo di potenza alternativo – e quindi contrapposto - agli Stati Uniti. Presuppone perciò la rottura della coesione dell’Occidente, già turbata dalle decisioni del presidente Bush di non dar seguito alla dichiarazione Nato di applicabilità dell’art. 5 del trattato di Washington dopo gli attentati dell’11 settembre.
Si impone una riflessione su come la crisi della Nato e dei rapporti euro-americani – con la crescita dell’anti-americanismo in Europa e dell’anti-europeismo negli Stati Uniti – influisca sul futuro della Pesc e della Pesd, e sulla possibilità di rafforzare l’Ue, congiuntamente o anche separatamente dalla Nato.
A parer mio, solo un’azione congiunta volta alla ridefinizione delle due organizzazioni e dei rispettivi ruoli potrebbe far superare le attuali difficoltà di entrambe. Ciò potrà avvenire solo con uno spirito di apertura e di tolleranza, soprattutto da parte degli Stati Uniti, che non dovrebbero lasciarsi trascinare dalla volontà di rivalsa e di punizione della posizione franco-tedesca riguardo alla guerra in Iraq. Determinante sarà il premier britannico Tony Blair: la Gran Bretagna potrà riprendere il ruolo di ponte fra l’Europa e gli Stati Uniti se si farà paladina della Francia, contribuendo a farla uscire dall’impasse in cui si è cacciata.
Un ruolo di qualche rilievo potrà essere svolto al riguardo anche dalla diplomazia italiana. La scelta di non allinearsi alle posizioni franco-tedesche sull’Iraq è stata sicuramente coerente con gli interessi e le vocazioni del nostro Paese. Ha però incontrato resistenze e difficoltà interne, per talune improvvide dichiarazioni delle gerarchie vaticane e soprattutto per la disomogeneità del Polo delle Libertà. Molti suoi esponenti si erano già opposti alla prima guerra del Golfo, recandosi addirittura alla corte di Saddam Hussein.
Le prospettive di Pesc e Pesd e le soluzioni adottabili al loro riguardo nella Convenzione europea, nonché l’efficacia del semestre di presidenza italiana dell’Unione, dipenderanno dalle capacità di ricucire almeno in parte gli strappi che si sono prodotti. Una precondizione è che il governo francese freni l’attivismo del suo ministro degli Esteri, che ovunque sembra seminare errori rendendo più difficile il ritorno alla normalità per i rapporti transatlantici. Durante la guerra fredda, essi erano importanti sia per gli Usa sia per l’Europa. Oggi lo sono molto più per gli europei che per gli americani.
Il primo punto riguarda l’organica connessione esistente fra destino della Nato e destino della Pesd. Nonostante le quasi soddisfatte affermazioni del presidente Chirac secondo cui «la Nato sarebbe morta», mentre l’Ue non può morire, a parer mio la possibilità di avere una Pesc e una Pesd vitali dipendono proprio dal superamento delle difficoltà in cui versa la Nato. Certo, gli interessi che legano gli europei sono di maggiore spessore di quelli interatlantici. Ma senza una rivitalizzazione della Nato, occorrerebbe rimandare Pesc e Pesd a tempi migliori. Ogni tentativo di tingerle di anti-americanismo avrebbe un effetto lacerante sull’Europa. Il progetto belga di fare una Pesd della Kern-Europa - lasciando fuori britannici, italiani e spagnoli - creerebbe non un’Europa a due velocità, ma due Europe, poiché l’esercito europeo a quattro si collocherebbe necessariamente fuori dalle strutture istituzionali dell’Ue.
Ben pochi europei – forse nessuno - sono disposti a scegliere fra Europa e Stati Uniti. La globalizzazione della Nato e la sua investitura della responsabilità dell’Afghanistan e auspicabilmente dell’Iraq potrebbero fornire un quadro sia per una più significativa partecipazione europea in essa (con la «Forza di risposta» decisa al Summit atlantico di Praga) sia per una migliore definizione degli spazi di applicazione della Pesd. Quest’ultima, almeno in un primo tempo, dovrà limitare le proprie ambizioni alle periferie dell’Europa e all’Africa; non potrà essere globale come la Pesc o come la Nato.
Se riuscirà a provocare tale presa di coscienza, la crisi irachena avrà avuto un effetto benefico sulla costruzione dell’Europa. Pur avendo funzionato come catalizzatore delle divergenze esistenti fra gli europei, stavolta potrebbe avviare un adeguamento dell’Alleanza e dell’Unione alla nuova situazione.
L’alternativa – sostenuta sia dai nazionalisti europei che dalla destra più radicale americana – è quella di prendere atto di tali divergenze di fondo. Si dovrebbe rinunciare anche in Europa a organizzazioni intergovernative permanenti, (cioè alla Nato e all’Ue politica e strategica) limitandosi ad alleanze a geometria variabile. Si adotterebbe quindi anche per Pesc e Pesd la formula di Donald Rumsfeld: «sono le missioni a creare le coalizioni, e non le alleanze a creare le missioni». In sostanza, si rinuncerebbe forse definitivamente al sogno federalista e a quello dell’Europa «potenza», in condizione di influire sui destini del mondo. I singoli Stati europei si dovrebbero orientare a coalizioni contingenti con una minor connotazione integrativa, ma che massimizzino i diversi interessi nazionali, spesso in concorrenza.
Ciò non segnerà naturalmente la fine dell’Unione europea. Essa rimarrà sicuramente una zona di pace – un «paradiso kantiano» per usare l’espressione di Robert Kagan - ma sarà soprattutto uno spazio economico, anziché un attore geopolitico.
Questa soluzione – giova sottolinearlo – è indipendente dalle capacità militari dei singoli Stati europei, anche qualora fossero messe in comune per la Pesd. A determinarla è la politica, nonché la decadenza demografica europea e il ridotto tasso di crescita dell’economia dell’Unione rispetto a quella americana. In una prospettiva geopolitica l’Europa potrebbe divenire potenza - e quindi avere una Pesc e una Pesd che abbiano peso - solo se si mettesse a fare figli e a privilegiare la crescita economica. Una volta che si saranno realizzate tali condizioni, si potrà passare alla costruzione di un esercito europeo, tendenzialmente autonomo dagli Stati Uniti. Se, invece, tali condizioni non si realizzassero, per garantirsi benessere e sicurezza l’Europa non avrebbe altra scelta che quella di puntare sul mantenimento della coesione dell’Occidente e, quindi, adattarsi a convivere con l’egemonia americana.
Tutto questo dipende solo dagli europei, non dagli Stati Uniti, anche se forse con ragione può essere attribuito a taluni americani l’intendimento di dividere l’Europa, ponendo in secondo piano l’Alleanza atlantica e privilegiando i rapporti bilaterali con i singoli Stati.
Se per qualche motivo – ad esempio per un improvviso collasso della potenza americana – tali rapporti bilaterali perdessero forza, non è comunque affatto detto che si determinerebbe un nuovo impulso all’integrazione europea. Verosimilmente, invece, il livello di coesione dell’Europa diminuirebbe proprio per il venir meno di tale rete di rapporti bilaterali transatlantici.
In sostanza, a parer mio, il rafforzamento dell’Europa politica passa per quello della Nato, e viceversa. Il caso dell’Iraq lo ha messo in evidenza.
Resta da vedere che cosa fare in concreto per l’integrazione politica e strategica dell’Europa, ammesso che essa non venga fatta ulteriormente regredire dall’avventatezza del presidente francese e dalla sconsideratezza del suo ministro degli Esteri. L’ipotesi più promettente appare quella che i Paesi membri dell’Unione, prima di tutti la Germania del cancelliere Schröder, scelgano la linea britannica. Essa consiste nel considerare che l’unica possibilità di avere una Pesc e una Pesd efficaci è quella di elaborarle in modo compatibile e convergente e non in contrapposizione con gli Stati Uniti. In primo luogo occorre individuare quali siano gli interessi comuni alle due sponde dell’Atlantico, le possibilità europee di influire sulle scelte di Washington e le modalità con cui farlo. Solo in tal modo può aver significato un dibattito sulla Pesc e sulla Pesd e si può chiarire l’alternativa fra l’essere «partner» e l’essere «sudditi» dell’ «impero» americano. Solo un’Europa forte – costruita grosso modo secondo gli accordi di St. Malò o di Le Touquet – potrebbe divenire un alleato utile - e quindi necessario - per gli Stati Uniti. Anche le tendenze unilateraliste, che naturalmente dominano negli Stati Uniti per la loro supremazia, ne verrebbero smussate. Le lamentele o la retorica non vi possono nulla; gli uomini politici americani che, come Colin Powell, si sforzavano di costruire un consenso multilaterale intorno agli Stati Uniti, più rispettoso quindi delle suscettibilità e degli interessi europei, sono stati marginalizzati. L’unipolarismo è una realtà. Interesse dell’Europa è che non si trasformi in unilateralismo.
Per contare di più l’Europa deve inoltre rafforzare le istituzioni europee. Ritorna qui il problema di fondo della Pesc e della Pesd. Il problema è di identità, cioè dell’esistenza di una visione di lungo periodo e di una strategia comune europea. Il problema della mancanza di capacità militari è secondario. Invero, nemmeno istituzioni più integrate o comunitarie risolverebbero tale difficoltà di fondo. Senza volontà politica non è possibile governare gli stati di eccezione, né decidere, gestire e controllare l’uso della forza. Le realtà geopolitiche, come ci ha ricordato Jacques Delors, impediscono di perseguire obiettivi troppo ambiziosi. La Pesc e la Pesd migliori sono quelle possibili, non quelle auspicabili. Saranno tanto più efficaci, almeno nei prossimi decenni, quanto più saranno inquadrate nel contesto transatlantico.
Ma che cosa possono essere - e cosa non possono - oggi la Pesc e la Pesd? Non possono essere vere e proprie politiche estere e di difesa. Dovranno riferirsi non tanto all’high politics, quanto alla low politics, con la parziale eccezione dell’area balcanica, del Maghreb e dell’Africa sub-sahariana. Anche nella crisi dell’Iraq, la Pesc e la Pesd hanno continuato il loro corso nei Balcani. L’Ue ha assunto la direzione dell’intervento militare in Macedonia e della Forza di polizia internazionale in Bosnia. In futuro, potrà proporsi di dirigere il peacekeeping negli interi Balcani, non solo in Bosnia, ma anche in Kosovo. In ciò l’Europa asseconderà le tendenze degli Stati Uniti di sganciarsi da una regione destinata prima o poi ad essere integrata nell’Unione europea. L’Ue potrà poi intervenire in Africa, a sostegno delle forze di pace mobilitate dall’Organizzazione per l’unità africana. Questa estensione degli interventi europei dovrebbe però superare lo scoglio delle diverse percezioni esistenti fra gli Stati ex-coloniali, come la Francia e la Gran Bretagna, e gli altri Stati europei.
Per quanto riguarda il terrorismo e la proliferazione, è molto improbabile che l’Europa possa elaborare una European Security Strategy simile a quella Usa, che prevede il ricorso alla forza per distruggere le minacce prima che si manifestino. Sembra cioè escluso che l’Europa possa adottare una qualsiasi strategia di guerra preventiva. Potrebbe invece elaborare concetti di homeland security comuni a tutti gli Stati dell’Unione. Essi dovrebbero estendersi ai settori propri del controllo degli spazi marittimi che circondano l’Europa, in particolare dei traffici migratori nel Mediterraneo.
Tali azioni di solidarietà dovrebbero integrare i compiti di Petersberg, definiti dall’Ueo nel 1992 e recepiti dal trattato di Amsterdam. Il rapporto Barnier più volte citato raccomanda l’adozione di tale «clausola di solidarietà» in caso di attacco terroristico, ma non in caso di attacco da altro Stato, fatto a cui si sono opposti sia i quattro Paesi neutrali dell’Ue sia i Paesi più «atlantisti»: i primi per il timore di compromettere il loro status di neutralità (per quanto tale termine possa ancora avere significato); i secondi per il timore di marginalizzare la Nato. Inoltre, sicuramente l’Europa dovrà compiere grossi sforzi nel settore della cooperazione nella ricerca e sviluppo e degli approvvigionamenti, cioè dell’industria per la difesa, attraverso una razionalizzazione della domanda, con la costituzione di una European Armament and Strategic Research Agency, che dovrebbe assorbire sia l’Occar che la Loi (Letter of intent) e quanto rimane della Weag (Western European Armament Agency). Anche in questo settore le difficoltà da superare non sono poche. L’Ue non è sufficientemente matura per «comunitarizzare» la politica di difesa, tanto più che le minacce sono imprevedibili e il contesto internazionale molto incerto. Quindi, le iniziative comuni saranno possibili più con accordi ad hoc che permanenti. Forse qualche progresso potrà essere effettuato con l’istituzione di un vice dell’alto rappresentante per la Difesa, mentre sicuramente positiva è la pratica di designare rappresentanti speciali dell’Ue per i vari interventi, con l’autorità di coordininare le componenti sia civili che militari degli stessi. Ciò rischia sì di emarginare la componente militare del Cops, ma è tuttavia una misura realistica, anche perché le circostanze impongono l’adozione di un «basso profilo» degli interventi armati dell’Ue.
A fianco di tali limitate missioni da effettuare in proprio – più simili a cooperazioni ad hoc per la gestione delle crisi e per la ricostruzione post conflitto – l’Ue dovrebbe poi recuperare il concetto dell’«Identità europea di sicurezza e di difesa» (Esdi) nell’ambito della Nato, che aveva cercato di far uscire l’Europa dalla bancarotta del concetto di difesa europea perseguito dall’Ueo. Anche ciò contribuirebbe a rendere più vitale la Nato, premessa – come si è ricordato – anche per il rafforzamento della Pesc e della Pesd nel contesto internazionale del post Saddam. Durante la guerra fredda, la Nato aveva eguale importanza per gli americani e per gli europei. Oggi ha maggior importanza per i secondi. Gli Stati Uniti sono tentati di sostituirla con accordi bilaterali con i singoli Stati membri. Non intendono subire i condizionamenti conseguenti alla partecipazione ad un’organizzazione internazionale senza riceverne un’adeguata contropartita. L’obiettivo che dovrebbero porsi gli europei che intendono salvare l’unità dell’Occidente – interesse particolarmente importante per l’Italia – è quello di rendere la Nato nuovamente importante per gli Stati Uniti. Oltre a una partecipazione dignitosa agli interventi globali degli Usa, la possibilità concreta di conseguire tale obiettivo si basa su una divisione dei compiti. Gli europei dovrebbero specializzarsi per intervenire nei ruoli (quali il peacekeeping) o nelle aree geografiche (quali l’Africa), dove Washington è riluttante ad impegnarsi, sì da acquisire maggiore importanza strategica per gli Stati Uniti.
Tale soluzione potrebbe essere sperimentata dalla Nato in Afghanistan e eventualmente in Iraq e in Palestina, per salvaguardare un futuro accordo di pace nel Vicino Oriente. Il vantaggio che ha l’Ue negli interventi anche in tale contesto Nato è quello di essere capace di azioni multidimensionali – che coprono tutti i settori: da quello economico, a quello istituzionale, a quello militare. Gli Stati Uniti, beninteso, devono avere una ragionevole certezza che nessuno Stato europeo saboti la loro azione, per perseguire propri interessi economici contingenti o aumentare il proprio prestigio. Inoltre, Washington vorrà mantenere il controllo globale, almeno inizialmente, e quello sulla componente militare per tutta la durata dell’operazione. Gli europei dovranno prendere atto di questa realtà, senza trincerarsi dietro l’illusione di improbabili aumenti dei bilanci della difesa - che solo quando un missile sarà caduto sul territorio europeo potranno essere realizzati.
Un altro settore in cui andrebbe ricercata una collaborazione è quello della preparazione delle forze e dei programmi di armamento. Per quanto riguarda la prima, un’azione a parer nostro necessaria è l’addestramento negli Stati Uniti del nucleo di forze terrestri della Response Force della Nato, destinato ad essere interoperabile con le forze americane in interventi ad alta intensità operativa. La capacità di garantire livelli addestrativi compatibili con le esigenze della «network centric warfare» non è disponibile in Europa. Anche le forze inglesi in Iraq sono state impiegate in un settore separato, proprio per ovviare a tale carenza di interoperabilità. Per quanto riguarda il secondo punto, l’unico programma che potrebbe mobilitare una cooperazione transatlantica si riferisce alle difese antimissili. Lo si potrebbe pilotare in ambito Nato, in modo da garantire compatibilità fra le realizzazioni europea e americana e da rafforzare i legami tecnologici e industriali nel campo della difesa fra le due sponde dell’Atlantico. L’argomento è sul tappeto. Lo ha recentemente proposto in Germania l’onorevole Schaüble, persuaso che solo il legame transatlantico dia una certa prevedibilità e sicurezza al futuro. Per concludere, solo un approccio al tempo stesso transatlantico ed europeo potrebbe far superare la crisi che la vicenda irachena ha aperto non solo nella Nato, ma anche nell’Ue. La prima non è morta, e al contrario la sua vitalità è necessaria affinché l’Ue non si trasformi in una semplice area di libero scambio.