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Per un impero più gentile

RISK
di Gianluca Ansalone
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 È deliberatamente polemico il titolo dell’ultimo libro di Michael Hirsh, ex foreign editor di Newsweek. In uno scenario caratterizzato da una preoccupante conflittualità, che assume forme e tipologie nuove e sconvolge la filosofia clausewitziana della guerra come estensione della politica, l’autore mette in luce il più importante dilemma della storia recente degli Stati Uniti: il rapporto tra Washington e il resto del mondo. Già i Padri fondatori ritenevano, con una buona dose di spirito messianico, che gli Stati Uniti sarebbero stati destinati a governare il pianeta e a gestirne le sorti col compito di diffondere pace, libertà e prosperità. Ma il loro peggior incubo era che, un giorno, il loro Paese potesse divenire l’oggetto delle ire del resto del mondo. La fine della guerra fredda ha reso quanto mai attuale questo dilemma; l’11 settembre ha reso concreto quell’incubo; il recente conflitto iracheno ha evidenziato alcuni limiti della strategia americana in politica estera. Cos’è, dunque, che non ha funzionato nell’ultimo decennio? Hirsh dà una versione dei fatti piuttosto convincente: la mancata sintesi tra uno spiccato internazionalismo wilsoniano, intriso di spirito positivo e di fiducia verso il nascente fenomeno della globalizzazione dei valori, oltre che dell’economia (le due presidenze Clinton) e un pernicioso unilateralismo, divenuto militarismo aggressivo dopo gli attentati sul World trade center e il Pentagono (l’attuale presidenza Bush jr.).
Hirsh non crede nella volontà di potenza degli Stati, bensì nella responsabilità delle idee e delle dottrine degli uomini. Ciò sposta il centro dell’attenzione dalla natura dell’arena internazionale a quella dell’intelligenza politica. Sbagliato sarebbe quindi attribuire alla Cina la volontà di fronteggiare militarmente, nel prossimo futuro, gli Stati Uniti per affermare un mondo bipolare (la tesi dell’ultimo libro di Mearsheimer La logica di potenza) o vedere nell’Unione europea il futuro baricentro di prosperità economica e di sicurezza (Kupchan in The end of the american era). Gli Stati Uniti hanno guadagnato la leadership mondiale anche attraverso quelle istituzioni internazionali che troppo spesso l’attuale amministrazione repubblicana deplora. Il futuro della supremazia Usa, quindi, non risiede nel potere di proiezione della forza militare, ma nel rafforzamento delle regole di governo che la comunità delle nazioni si è data. In questo, l’Europa più degli Usa ha dimostrato intelligenza politica, maturando un dibattito politico coerente di fronte alla recente guerra in Iraq. Nel mondo caratterizzato dal cosiddetto «Stato postmoderno», l’unico imperialismo concepibile è quello che tende a tutelare la pace e la sicurezza attraverso il consenso, pur sapendo che a volte è necessario usare la forza. Perdente, quindi, è stato il positivismo clintoniano della globalizzazione della sicurezza che ha troppo spesso abdicato all’uso della forza (la pallida reazione agli attentati contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania). Perdente sarà anche l’attuale unilateralismo di Perle, Wolfowitz, Rumsfeld e dei teorici NeoCons, come Kristol o Kagan.
Se Washington intende mantenere e gestire il suo status di überpower, come la definisce Hirsh, l’establishment politico deve realizzare il virtuoso giusto mezzo tra soft e hard power, tra rafforzamento della comunità delle nazioni e prontezza nell’utilizzo dello strumento militare. Se è vero che l’Onu ha scarsa o nulla influenza sull’arena mondiale, che le sue agenzie spesso si perdono in burocrazie retrograde, che il Wto o il Fmi non sempre usano la flessibilità che la complessità del nostro mondo richiede, tutte queste istituzioni, insieme, possono essere la chiave per garantire il controllo dell’agenda politica ed economica e l’ordine istituzionale nel mondo. Un ordine che dovrebbe essere fondato sull’accordo e non su un’obbedienza riluttante.
 

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