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L’eterna Jihad dell’Islam radicale

RISK
di Andrea Tani
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 Walter Laqueur è uno dei pochi storici di chiara fama che si sia dedicato in tempi non sospetti - da almeno tre decenni - a esplorare cause e natura del terrorismo, con un approccio obbiettivo del tutto indifferente ai condizionamenti ideologici del momento. I suoi classici Terrorism e Guerrilla, tradotti in molte lingue, sono diventati riferimenti universali per studiosi e addetti ai lavori. L’ ultima fatica, No end to war, è il settantatreesimo di una lunga serie di importanti contributi alla comprensione dei tempi moderni e finalizza un interesse che è durato quasi una vita. Il saggio è destinato a costituire un punto fermo nella interpretazione di un fenomeno che, dopo aver fiancheggiato la storia fino al crollo del muro di Berlino, determinandone peraltro smarrimenti e accelerazioni di non poco conto, ne è diventato uno dei protagonisti. Il titolo esemplifica bene il probabile divenire del terrorismo, destinato a permanere a lungo sul nostro orizzonte. Il testo offre più domande che risposte (ma entrambe le categorie sono innovative e non convenzionali). Le prime coincidono in larga misura con gli interrogativi che ciascuno di noi si pone dall’11 settembre 2001 circa questo nuovo «cavaliere dell’Apocalisse» che ha fatto una tale clamorosa irruzione nella contemporaneità. Con gli ovvi corollari: matrici, ruolo preminente dell’integralismo islamico, suo coinvolgimento in una guerra (asimmetrica) fra civiltà tutta da dimostrare, responsabili, prodromi e prospettive di un tale dramma, altri potenziali pericoli, possibilità di una tracimazione verso le armi di sterminio, difese possibili, il «che fare» complessivo, etc.
Il poderoso apparato intellettuale di Laqueur demolisce con teutonico rigore (è nato a Breslau nel ’21) molti degli assunti intoccabili che condizionano i dibattiti sul tema. Il medesimo rigore costituisce allo stesso tempo il pregio fondamentale del saggio e l’unico suo neo. Una trattazione più agile sarebbe stata più efficace ai fini della comprensione del fenomeno da parte del lettore ordinario. Viene messo bene in evidenza che quelle che vengono comunemente identificate come le radici del terrorismo – povertà, degrado e oppressione politica – non sono attribuibili alle forme più diffuse della sua estrapolazione contemporanea. Non ne esiste traccia nei 49 Paesi più poveri del mondo. Le sue manifestazioni eclatanti si sono concretizzate in contesti relativamente affluenti, in Europa, Sudamerica, Medio Oriente, Asia. Gli autori dell’11 settembre erano borghesi sauditi ed egiziani, e così i loro colleghi italiani e tedeschi, uruguaiani e statunitensi, baschi, giapponesi e tamil. Nelle dittature più oppressive il fenomeno è stato ed è del tutto assente. Raddrizzando uno degli equivoci più comunemente accettati, Laqueur dimostra altresì che la sua versione suicida non è una dimostrazione di disperazione estrema, ma un lucido strumento di lotta politica concepito a freddo da gruppi altamente organizzati che scelgono, addestrano, guidano e armano gli attentatori prevedendo precise modalità per la loro selezione. Privilegiano individui psicologicamente labili, insicuri e appartenenti a famiglie molto numerose e bisognose, in grado di assorbire la perdita di un congiunto con minor danno emotivo, anche perché ne traggono cospicui vantaggi di status sociale ed economico. I trentacinquemila dollari distribuiti alle famiglie palestinesi dei martiri suicidi da Saddam Hussein, Olp e fondazioni saudite erano ben superiori ai duemila concessi ai parenti di un ordinario caduto in combattimento nell’Intifada. Questa caratteristica ha importanti conseguenze nella repressione del fenomeno perché, come dice l’autore, «mentre il terrorista suicida non può essere quasi mai fermato in tempo, coloro che lo motivano e lo mandano in missione, quasi sempre». Possono essere individuati e messi in condizione di non nuocere, mentre i milieu d’origine sono vulnerabili a sanzioni repressive che vanificano i vantaggi di cui sopra, scoraggiando del tutto le imitazioni. La stessa defenestrazione di Saddam Hussein ha avuto come significativo corollario quello di far cessare gli indennizzi alle famiglie dei «martiri» nei territori palestinesi, trasmettendo anche un chiaro segnale di interdizione alle fondazioni saudite. Analogamente per la politica di demolizione delle loro case da parte degli israeliani, l’effetto si è sentito. La Road Map è anche figlia della rarefazione degli attentati che queste misure hanno contribuito a determinare.
Il cuore del libro e la sua parte più avvincente riguardano l’analisi delle radici e prospettive dell’integralismo fondamentalista islamico nella sua dimensione più fanatica. Particolarmente illuminante è la dimostrazione della natura irriducibile di un largo settore di esso, che vuole veramente la rovina dell’Occidente e la scomparsa di quella modernità che ne è emanazione. Sotto questo aspetto il terrorismo di oggi, e non solo quello di Al Qaeda, differisce grandemente da quello di ieri, che mirava ad azioni selettive di pressocché esclusiva valenza simbolica. È molto più invasivo e devastante, con il suo accanimento indiscriminato su bersagli civili indifesi, l’anelito verso la strage, la crescente paranoia delle basi dottrinali, l’esclusiva enfasi sul risultato diretto a detrimento anche del messaggio propagandistico. Il pericolo specifico della deriva terroristica dell’integralismo nasce dalla combinazione di questa inclinazione con l’immensa disponibilità di risorse economiche e umane dell’Islam, il fanatismo di molta parte degli ambienti confessionali, la natura diffusa e acefala delle infrastrutture di comando, e la vasta rete di istituzioni religiose - extrapolitiche e perciò difficilmente controllabili - dove avviene il proselitismo e spesso anche l’addestramento degli attivisti. Questi padroneggiano le innovazioni delle armi e delle comunicazioni moderne – esplosivi, telecomandi, telefonia mobile, Internet, posta celere, collegamenti aerei - e le coniugano con molta sagacia e con il loro settarismo primordiale.
D’altra parte il terrorismo - e non solo quello islamico - è diventato quello che è diventato perché è stato lasciato proliferare: prima dell’11 settembre era accettato in molti contesti politici come metodo di lavoro e modalità di emancipazione. In particolare, la ridotta consapevolezza della pubblica opinione degli Stati Uniti sulle cose del resto del mondo e sul tema specifico ha certamente contribuito alla sua incapacità di percepire e fronteggiare il fenomeno che ha incenerito le twin towers. Come anche il pregiudizio delle nomenclature occidentali verso i servizi di intelligence, che ha indebolito la loro operatività, inducendo gli addetti ai lavori a preoccuparsi innanzitutto di proteggere se stessi e non rischiare. La cultura del mondo avanzato è sempre stata largamente a favore delle tesi arabo-islamiche, per intellettualismo radical chic, antiamericanismo latente, complesso di colpa post coloniale, persistenza di un riflesso condizionato post comunista e interessi concreti sublimati dal veicolo culturale. La maggioranza degli studiosi era scettica circa la pericolosità di un presunto estremismo islamico militante e nichilista diffuso su scala intercontinentale, o lo sottovalutava alla grande. Dopo la fatidica data ha cambiato idea, ma era troppo tardi. La cultura crea il contesto ideologico nel quale maturano le decisioni politiche operative, ma ci vorrà molto tempo per affermare un diverso clima e un diverso contesto. Anche perché l’innalzamento della vita media al quale dobbiamo questo prezioso saggio di Laqueur mantiene bene in salute anche i pregiudizi di coloro che sono troppo anziani per ammettere di aver sbagliato così tanto e così a lungo.
Qualche nota di speranza complessiva viene, secondo l’autore, dalla evidente assurdità della pretesa fondamentalista di far regredire la modernità su scala planetaria. E quindi dall’inevitabile trasformazione che la stessa modernità imporrà al mondo arabo e islamico in genere come già sta faticosamente facendo. Finchè non sarà completato, tuttavia, questo travaglio continuerà a esacerbare le forze più antagoniste all’Occidente. Prima o poi la parte ragionevole e moderata dell’Islam avrà ragione di questi irrazionalismi, soprattutto se la reazione della parte lesa continuerà a essere ferma come è stata negli ultimi tempi. Per sconfiggere il terrorismo occorrerà monitorare, prevenire, indagare, allertarsi in tempo, proteggersi e reagire tempestivamente. Non basteranno misure militari e repressive, ma non si potrà fare a meno di una loro massiccia dose. I tradizionali formalismi giuridici e polizieschi si sono dimostrati inadeguati a fronteggiarlo, e c’è voluto l’11 settembre per modificarli. Guantanamo sembra un’aberrazione, ma viene seguito e studiato con attenzione da tutte le giurisprudenze perché è più adatto a fronteggiare l’irrazionalismo delle nuove minacce. Altre imitazioni seguiranno. Sarà fondamentale sdrammatizzare le tensioni, e mantenere aperte le comunicazioni fra le ragionevolezze di ambo le parti. Dialogare, soprattutto, a livello politico, culturale, economico, e anche confessionale, dato l’immenso significato strategico che le religioni hanno assunto nei rapporti internazionali. Per lungo tempo, tuttavia, c’è da aspettarsi che i colpi di coda saranno violenti e terribili. Laqueur si chiede, e molti lo fanno con lui, se questa trasformazione provvidenziale potrà completarsi prima che qualche gruppo fanatico metta le mani sulle armi di sterminio che la storia recente e la tecnologia mettono a disposizione a chi ha solo un po’ di iniziativa. Se quest’interrogativo è corretto, l’Occidente è in corsa contro il tempo per la sua stessa sopravvivenza.
 

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