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Adios al mito, Comandante

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 Marx, Lenin, Stalin, Mao sono ormai in soffitta da tempo. I modelli marxisti sono appannati. Un mito invece resta in campo con intransigenza: il mito del Che Guevara. L’unica icona rivoluzionaria che il Duemila ha ereditato dal secolo precedente è quella del Che. La sua leggenda persiste e perfino s’ingrandisce nonostante la serie di smacchi e sconfitte clamorose che ne hanno accompagnato la vita. Un collezionista di insuccessi, con l’unica eccezione della partecipazione alla vittoriosa avventura di Fidel Castro, suscita paradossalmente un fascino autentico, esercita da morto un carisma che non aveva avuto da vivo. Come rivoluzionario professionale Ernesto Guevara è un superfallito. Un suo compatriota, l’intellettuale argentino Pacho O’ Donnell, servendosi di testimonianze di compagni di lotta e di avversari, gli ha dedicato una biografia - Che - che di compiacente ha solo il sottotitolo la vita per un mondo migliore e per il resto registra imparzialmente equivoci e fallimenti. Anzitutto, benché si autodefinisca «comunista», il Che non è un vero militante e si trova in permanente contrasto sia con gli apparati dei partiti comunisti locali, compreso quello cubano, sia con le centrali di Mosca e di Pechino che ravvisano in lui un pericoloso avventuriero. Inoltre, benché si atteggi ad araldo del Terzo mondo, si scontra con la diffidenza dell’indiano Nehru e accusa Nasser di essere un falso rivoluzionario (il colloquio con il leader egiziano finisce con un alterco). Gli unici statisti ad accoglierlo cordialmente sono due moderati presidenti latinoamericani, l’argentino Frondizi e il brasiliano Quadros, ma per l’uno e per l’altro le onoranze tributate all’ospite saranno tra le cause della loro caduta. Come teorico della guerra rivoluzionaria, presenta nei suoi scritti la guerriglia cubana come un movimento rivoluzionario di massa, l’ardimentosa avventura di un’élite di studenti e di volontari, vittoriosa grazie al dissolvimento dell’avversario, un regime, quello dell’ex sergente Batista, corrotto fino alla putrefazione. Questo travestimento delle gesta di una minoranza eroica avrà un effetto boomerang, condannando, come lo accuserà l’intellettuale messicano Jorge Castañeda, al «mattatoio della repressione» una generazione di attivisti latinoamericani, convinti da Guevara che la creazione di focolai tra le Ande e la selva bastasse a provocare un’insurrezione generale.
Inoltre il rapporto tra il Che e Fidel, tra romanticismo e senso pratico, non rispecchia una coppia affiatata. Lettore assiduo nell’infanzia di Salgari e di Cervantes, Guevara sarà un solitario, un Sandokan senza il fido Yanez e un Don Chisciotte senza Sancho Panza. Dopo aver assunto inizialmente la parte del giustiziere, del «Torquemada della rivoluzione», passato alla direzione di organismi economici e finanziari, contrappone inutilmente un progetto di sviluppo industriale al primato attribuito da Castro allo sfruttamento della monocultura tradizionale, la canna da zucchero. A disagio nella gestione della routine quotidiana, Guevara lascerà Cuba e persuaso dagli esempi di Cuba e del Vietnam di una predisposizione rivoluzionaria del Terzo mondo e della fragilità dell’egemonia occidentale, punterà su due Paesi periferici, il Congo ex belga e la Bolivia. Nel Paese africano la guerriglia alimentata da secolari rivalità tribali anticipa sul piano farsesco le guerre etniche, che affliggono tuttora la regione. Il ridicolo assume «una dimensione degna di Chaplin»: le sfilate dei guerriglieri assomigliano a un «brutto film comico» e, come racconterà lui stesso, quando rimprovererà furioso i guerriglieri trattandoli da donnicciole, questi buontemponi, anziché offendersi, risponderanno con un coro di risate, inducendolo ad andarsene. La creazione di un focolaio rivoluzionario in Bolivia parte, a sua volta, da premesse completamente sbagliate: la terra è già stata ripartita tra i contadini, i quadri dell’esercito hanno costruito per loro strade, scuole, ospedali, lo stesso generale-presidente Barrientos viene da un’umile famiglia contadina. Non manca una chiara differenza etnica, tra la pelle bianca di Guevara e quella più scura ma di origine afroamericana di alcuni dei suoi compagni e la carnagione olivastra dei nativi, in maggioranza indios. La localizzazione della zona operativa, nelle vicinanze dell’Argentina, rendeva impossibile l’applicazione delle chiavi del successo della guerriglia, come le aveva definite lui stesso: «movimento costante, cautela costante, vigilanza costante». Semmai queste regole verranno applicate dalle forze repressive nella caccia ai guerriglieri. L’unico nucleo rivoluzionario in Bolivia era rappresentato dai minatori, ma non ci sarà alcun raccordo con loro: del resto il Partito comunista boliviano sconfesserà l’iniziativa del Che e gli negherà qualsiasi appoggio. Inoltre Guevara si era dimenticato di un particolare: la guerriglia a Cuba aveva goduto di una certa benevolenza da parte della Cia, cioè dagli Usa. che stavano ritirando l’appoggio a Batista. In Bolivia la Cia stava dall’altra parte. Battuto e catturato dai rangers boliviani, addestrati dai colleghi statunitensi, il «comandante» (il grado equivalente a maggiore che gli era stato conferito da Castro), Guevara verrà ucciso senza processo. La sua foto da morto non desterà scandalo, ma diverrà un poster, una bandiera per molti giovani dei ceti alti e medi latinoamericani, che in Guevara de la Serna (il secondo cognome è quello della madre) appartenente ad una famiglia decaduta dell’oligarchia agraria, vedevano un modello di vita. Del resto la qualità personale è innegabile: l’uomo supera tra mille disagi una perpetua lotta contro un’infermità cronica, l’asma, che lo sottopone a crisi spossanti. Ma il suo colore politico stinge e O’Donnell lo paragona ad avventurieri di lusso come Lord Byron e Lawrence d’Arabia. A questi indubbiamente lo apparentano la sua passione di memorialista, la registrazione delle proprie vicende, e specialmente un fondo di snobismo, quell’eredità oligarchica che lo porta a disprezzare indios e congolesi. Ma la sua presenza nell’immaginario collettivo non è tanto legata ai suoi scritti, che della sua vita danno un’impressione triste, disincantata e sempre meno trionfale, ma al suo personaggio letterario e sentimentale di eroe perduto e sbagliato, di discepolo, magnificamente sfortunato, della tigre di Mompracem.
 

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