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Iraq 1920

RISK
di Virgilio Ilari
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 La presenza inglese nel Golfo Persico risale al 1619, quando lo Scià accordò alla Compagnia delle Indie il monopolio del commercio della seta. Nel 1622 forze anglo-persiane espulsero i portoghesi dall’isola di Hormuz e nel 1766, con la chiusura dell’emporio olandese di Kharag, il monopolio inglese fu esteso a ogni tipo di commercio. Dal 1758 era a Baghdad un residente inglese, con una piccola guarnigione indiana. Dissoltasi la minaccia napoleonica sulla via della seta (col fallimento della spedizione in Egitto del 1798-1801 e dei progetti di spedizione franco-russa dopo la pace di Tilsit del 1807) ed eliminata la pirateria dal Golfo (spedizioni del 1806, 1809 e 1819 e trattato di pace generale del 1820) gli inglesi consolidarono anche il controllo dell’Eufrate, installandovi agenzie della Compagnia delle Indie (1822) e una stazione navale permanente (1834). In seguito, rafforzata la loro supremazia politica nel Golfo (trattato di pace perpetua del 1853 e guerra anglo-persiana del 1855-56), ottennero nel 1860 anche il monopolio del commercio mesopotamico (ditta Lynch Brothers di Baghdad). Gli inglesi bloccarono poi le ambizioni russe con la convenzione del 1907 che divideva la Persia in aree di influenza e riconosceva gli speciali interessi dell’Inghilterra nel Golfo Persico. Restava però in campo la Germania, che nel 1898 aveva ottenuto dal sultano la concessione della ferrovia fino a Baghdad. Nel 1908 il governo coloniale dell’India riconobbe che il protettorato commerciale sul Golfo aveva natura strategica e nel 1911 Lord Curzon dichiarò che gli interessi strategici inglesi includevano anche Tigri ed Eufrate fino a Baghdad. Nel 1913 la Turchia riconobbe la Bassa Mesopotamia (Baghdad e Bassora) come zona d’influenza inglese, rinunciando a far proseguire la ferrovia da Baghdad al Kuwait, concedendo privilegi alla compagnia di navigazione Lynch-Line, delegando agli inglesi lo sviluppo del porto di Bassora e riconoscendo la Royal Navy come unica forza di polizia marittima nel Golfo Persico. Da questa posizione di forza, nel 1914 l’Inghilterra negoziò con la Germania vari accordi di cooperazione - poi travolti dallo scoppio della guerra mondiale - per la ferrovia orientale, il porto di Bassora e la produzione ed esportazione del petrolio. In particolare ottenne il riconoscimento dei diritti dell’Anglo-Persian Oil Company e del monopolio inglese sui pozzi a Sud di Bassora, dello Shatt el-Arab e di tutta la Persia meridionale e centrale, ottenendo il 50% della partecipazione alla Società turca per il petrolio, contro quote del 25 ai tedeschi e agli olandesi. Era però solo la geopolitica a determinare il «Grande Gioco» nel Golfo, non il petrolio persiano e arabo, divenuto strategico solo con la seconda guerra mondiale.
Nel frattempo si andava consolidando il movimento nazionalista arabo, promosso soprattutto da siriani e libanesi educati in Europa e di ispirazione liberale. Deluse le speranze autonomiste inizialmente riposte nella rivoluzione dei Giovani Turchi (1908), la politica di «ottomanizzazione» (1910) e la proclamazione della guerra santa da parte dello sceicco al-Islam di Costantinopoli (1914) fecero maturare l’idea di un’indipendenza non solo politica, ma anche religiosa, con la pretesa di ripristinare, alla Mecca, il Califfato (la suprema autorità religiosa dell’Islam, vacante dal 1258). Sulla base del Protocollo di Damasco, nell’agosto 1915 l’emiro Faisal, figlio dello sceriffo hashemita della Mecca, offerse l’alleanza araba all’alto commissario inglese in Egitto, Sir Henry MacMahon. Imposto da Lord Kitchner contro il parere dei militari e dell’India Office, l’accordo anglo-arabo del gennaio 1916 impegnava l’Inghilterra a riconoscere uno Stato arabo indipendente, in cambio della temporanea occupazione della Mesopotamia.
Per gli inglesi, però, l’indipendenza dalla Turchia non significava l’autogoverno degli arabi. Il famoso accordo anglo-francese (Sykes-Picot) del 16 maggio 1916 riconobbe infatti uno Stato (o confederazione di Stati) arabo sotto la sovranità degli sceriffi della Mecca, ma limitato all’Arabia Centrale (parte dell’attuale Siria e Giordania e regni della Penisola arabica). Le altre province erano invece poste sotto diretta amministrazione straniera, internazionale per la Palestina, francese per la costa siro-libanese e Mossul e inglese per la Bassa Mesopotamia. Francia e Inghilterra si riservavano inoltre diritti di priorità su imprese e prestiti locali anche all’interno dello Stato arabo, suddiviso a tal fine in zona A (francese) e zona B (inglese). La Mesopotamia era rimasta ai margini del movimento nazionalista. La mancanza di una classe media, l’orientamento filo-turco dei commercianti ebrei e armeni, l’atteggiamento conservatore della minoranza sunnita, limitavano i fermenti manifestatasi nelle città maggiori, mentre la struttura tribale e latifondista delle campagne e il conflitto religioso coi sunniti bilanciavano il risentimento antiturco del clero sciita. Il settore più ricettivo erano gli ufficiali arabi dell’esercito turco, in maggioranza mesopotamici formati all’accademia militare turca di Baghdad.
Nondimeno nel 1912 vari gruppi politici antiturchi formarono una «Società patriottica» segreta e nel 1913-14 le fazioni di Bassora presero contatti con lo sceicco di Muhammarah (suddito persiano) e l’emiro del Kuwait. Durante la prima fase della campagna di Mesopotamia (v. riquadro) vi furono rivolte antiturche nelle città sante sciite di Nagiaf (aprile 1915), Kerbala (aprile 1916) e Hilla (novembre 1916), ma le grandi città rimasero neutrali. I capi e i militanti nazionalisti combatterono nell’Higiaz e in Siria con le forze hashemite guidate da Faisal e da Lawrence, ma i dirigenti più importanti accettarono l’esilio volontario a Ceylon. La campagna di Mesopotamia fu infatti diretta da funzionari e militari del governo di Delhi, dove la questione araba era vista in un’ottica «indiana», nettamente contrapposta alla prospettiva «mediorientale» (o «sceriffale») di Lawrence e Gertrude Bell e del generale Allenby, comandante delle forze inglesi in Medio Oriente. Quest’ultima considerava uno Stato arabo indipendente e alleato come il modo migliore per assicurare il collegamento strategico tra Mediterraneo, Golfo Persico e Oceano Indiano. I funzionari e i militari «indiani» consideravano invece la Mesopotamia come il bastione occidentale dell’Impero, analogo a quello orientale birmano, e temevano che il sostegno all’indipendenza araba potesse offrire un pretesto ai movimenti «califfali» dell’India per accusare i cristiani di volersi ingerire negli affari religiosi islamici. Inoltre erano abituati a esercitare il governo diretto, senza deleghe sostanziali alle autorità locali tradizionali, e tentavano di sabotare la politica araba di Allenby appoggiando strumentalmente la dinastia wahhabita di Negd, nemica giurata di quella hashemita dell’Higiaz. L’indipendenza e l’unità politica araba, promesse dall’accordo anglo-arabo del 1916 e dal 12° dei «Quattordici punti» del presidente americano Wilson, erano state confermate nel marzo 1917 e a fine guerra dai comandanti inglesi in Mesopotamia e dalla dichiarazione congiunta anglo-francese del 7 novembre 1918. L’Inghilterra ottenne però la rinuncia francese al wilayet di Mosul e la sua riunione con quelli di Baghdad e Bassora in uno Stato («Iraq»), indipendente da quello arabo. Come l’alto commissario Sir Perry Cox telegrafava il 10 dicembre 1918 al governatore dell’India, lo scopo era di «porre un cuneo nel mondo arabo» per impedire un’unione musulmana nel Medio Oriente, potenzialmente ostile. Pur scartando l’annessione, Cox sosteneva inoltre che l’Inghilterra doveva mantenere il controllo diretto dell’Iraq, recidendo ogni suo legame col mondo arabo. Un referendum, tenuto nel 1919 col sistema di voto tribale, approvò la creazione di uno Stato autonomo iracheno, ma solo Baghdad votò per un sovrano hashemita e per la tutela inglese; gli sciiti votarono contro il controllo straniero, mentre curdi e yazidi rifiutarono un governo arabo, invocando la protezione inglese.
Nel gennaio 1919 la delegazione araba alla Conferenza di pace, guidata da Faisal, rivendicò l’indipendenza completa, in nome dei 20 mila caduti per la causa Alleata, delle regioni arabe dell’ex-Impero ottomano (Higiaz, Negd, Yemen, Djazirah, Siria e Mesopotamia) riunite in un’unica monarchia, da sviluppare con l’assistenza finanziaria e tecnica di «una Potenza europea». Tuttavia l’unità araba non resse alle rivalità interne e alle manovre dei governi europei; il referendum iracheno e la richiesta di indipendenza formulata dal Comitato siriano di Parigi consentirono alla Francia e all’Inghilterra di imporre il regime dei mandati internazionali. Ignorata la protesta formale di Faisal, l’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni frammentava infatti la nazione araba in stati regionali, sottoposti, fin quando non fossero stati ritenuti maturi per l’autogoverno, alla tutela di una potenza mandataria, scelta tenendo conto delle aspirazioni della comunità interessata.
Il regime dei mandati entrò in vigore il 10 gennaio 1920, con la ratifica del trattato di Versailles. L’8 marzo il partito nazionalista iracheno (Al-Ahad) proclamò l’indipendenza sotto l’emiro Abdallah, fratello di Faisal, proclamato re di Siria il 20 marzo. Ma nella sessione di San Remo del 15 aprile il Consiglio della S. d. N. designò come potenze mandatarie la Francia per Siria e Libano e l’Inghilterra per Palestina, Transgiordania e Mesopotamia. Il 25 luglio le truppe francesi entrarono a Damasco: Faisal si rifugiò alla Mecca, mentre Abdallah organizzava la resistenza antifrancese col segreto appoggio di Winston Churchill, segretario di Stato alle Colonie.
Intanto in Iraq era scoppiata la rivolta delle tribù beduine e sciite, innescata dalla politica inglese di imporre tasse e corvées e di emancipare i fellahin e - si disse - fomentata da agenti kemalisti e bolscevichi. La guerra santa proclamata a Nagiaf non contagiò le città principali, salvate dalla milizia assira e poi sbloccate dai rinforzi arrivati dall’India. Dal 2 luglio al 17 ottobre gli inglesi ebbero 426 morti, 1.228 feriti e 615 prigionieri e dispersi contro 8.450 vittime irachene. Il 23 ottobre, per agevolare la pacificazione, Cox nominò un governo iracheno presieduto dall’anziano capo sceriffo (Naqib al-Ashraf) di Baghdad, privo di un ministro degli Esteri e chiuso ai nazionalisti come agli sciiti. Naturalmente i dicasteri restavano di fatto in mano ai consiglieri inglesi affiancati a ciascun ministro. Il 12 aprile 1921, alla Conferenza del Cairo, Churchill formalizzò l’abbandono dei controproducenti criteri «indiani». Il 16 Cox reagì facendo arrestare e confinare a Ceylon il capo dei nazionalisti iracheni, ma in maggio dovette concedere un’ampia amnistia ai ribelli sciiti. Il 14 giugno Churchill dichiarava ai Comuni che in Mesopotamia non esistevano interessi inglesi «diretti e strategici». Abbandonata la visione «indiana» dell’Iraq come «cuneo» inglese nel mondo arabo, Churchill avviava inoltre un processo al tempo stesso costituzionale e geopolitico, offrendo a Faisal e Abdallah, i figli del re hashemita dell’Higiaz e gli eroi della nazione araba detronizzati dai francesi, i regni dell’Iraq e della Transgiordania. Nominato re dal governo iracheno e confermato da un plebiscito tribale, il 23 agosto Faisal annunciò la convocazione di un’assemblea costituente e un negoziato per definire su base paritaria i rapporti con l’Inghilterra. Quest’ultima gelò tuttavia le speranze dei nazionalisti dichiarando il 17 novembre al Consiglio della Società delle Nazioni che il trattato doveva solo regolare e non sostituire il regime del mandato: il 21 i nazionalisti rivolsero un appello al re per sospendere i negoziati fino all’elezione dell’assemblea costituente, reclamando la fine della tutela inglese e la formazione di un governo patriottico sorretto dalla fiducia popolare.
In realtà il testo del trattato non fu affatto negoziato, ma imposto unilateralmente dall’amministrazione inglese in Iraq. Il 22 agosto 1922 la maggior parte dei ministri si dimisero per protesta e Cox assunse tutti i poteri, sciolse i partiti nazionalisti e fece deportare sette loro capi (incluso il ministro del Commercio, che era ebreo). Il 10 ottobre il nuovo governo firmò il trattato, che riconosceva la sovranità e l’indipendenza ma confermava il diritto dell’Inghilterra di intervenire negli affari interni. Il re aveva il diritto di stabilire relazioni diplomatiche con Londra e altre capitali scelte di comune accordo. L’Inghilterra garantiva la rappresentanza negli altri Paesi e la difesa esterna. L’alto commissariato doveva essere consultato per tutte le questioni amministrative, militari e finanziarie. Il trattato aveva durata ventennale, con scadenza anticipata in caso di ammissione dell’Iraq alla Società delle Nazioni. Il protocollo del 30 aprile 1923 ridusse l’efficacia a quattro anni dalla ratifica della pace con la Turchia, firmata poi a Losanna in luglio. La Turchia rinunciava a tutte le province arabe, e dunque anche a Bassora e Baghdad, rinviando però alla Società delle Nazioni la questione di Mosul, a maggioranza turco-curda. Il trattato anglo-iracheno congelò anche l’assemblea costituente promessa da Faisal. Quella eletta il 12 luglio 1923 era infatti una semplice assemblea dei rappresentanti e il progetto di costituzione (Organic Law) fu elaborato in autunno dai consiglieri inglesi del ministro della Giustizia iracheno e approvato dal Colonial Office britannico. Il 25 marzo 1924 il governo firmò anche gli accordi aggiuntivi al trattato (militare, giudiziario, finanziario e sul ruolo e condizioni dei funzionari inglesi), che imponevano la copertura di tutte le spese dell’amministrazione con fondi iracheni, riservandone un quarto alle spese per la difesa. Il 10 giugno l’assemblea approvò la ratifica del trattato con 36 voti (24 contrari, 8 astenuti e 42 assenti), denunciando la durezza delle clausole e appellandosi all’«onore» del governo e alla «generosità» della nazione inglese. Il 10 luglio approvò anche lo statuto organico. Intanto si dissolveva il sogno di riunire almeno una parte degli Stati arabi sotto la dinastia hashemita: in ottobre i wahhabiti conquistarono la Mecca e, detronizzato il padre di Faisal, Ibn Saud riunì l’Higiaz al Negd.
Il 16 dicembre 1925 il Consiglio della Società delle Nazioni assegnò Mosul all’Iraq, a condizione di accettare la proroga del mandato inglese per altri 25 anni, con scadenza anticipata in caso di ammissione nella Società delle Nazioni. La condizione fu recepita nel nuovo trattato anglo-iracheno del 13 gennaio 1926, approvato il 18 dal parlamento con 58 voti e la protesta dei 20 deputati nazionalisti. Cedendo alle pressioni inglesi, la Turchia accettò la decisione della Società delle Nazioni in cambio di concessioni petrolifere e il 5 giugno firmò il trattato di buon vicinato anglo-turco-iracheno. Sostenuto dal re, il nuovo governo di Giafar pascià ottenne però di negoziare un nuovo trattato anglo-iracheno, firmato a Londra il 14 dicembre 1927, che riduceva i poteri dell’alto commissariato e impegnava l’Inghilterra a presentare nel 1932 la candidatura irachena alla Società delle Nazioni e a rivedere gli accordi militare e finanziario. La revisione fu però bloccata dall’intransigenza irachena. Il 10 settembre 1929 l’alto commissario ammonì lo stesso re di cessare di sostenere il movimento nazionalista e il 20 dicembre il segretario di Stato alle colonie dichiarò non più vincolante l’accordo di Londra. Fu il nuovo alto commissario Sir Francis Humphrey a porre fine al regime del mandato, sostituito da un trattato di alleanza e amicizia firmato il 30 giugno 1930 e approvato dal parlamento iracheno il 16 novembre. L’Inghilterra trasferiva tutte le sue responsabilità all’Iraq, che si impegnava a sua volta a consultarsi in politica estera, a mettere a disposizione il territorio in caso di guerra e a consentire il mantenimento di truppe e basi aeree. Il 3 ottobre 1932 l’Iraq fu ammesso alla Socieyà delle Nazioni, previa accettazione di una dichiarazione di garanzia dei trattati e accordi conclusi a suo nome dall’Inghilterra, dei diritti delle minoranze e degli stranieri e della libertà di coscienza, di culto e di istruzione e con l’impegno ad accordare il trattamento della «nazione più favorita» ai Paesi membri della Società delle Nazioni. Abile regista della politica irachena, sostenitore del movimento panarabo in funzione dinastica, persecutore degli sciiti ma protettore delle minoranze non islamiche, Feisal morì in una clinica svizzera l’8 settembre 1933, con l’amarezza di dover assistere alla sconfitta dei suoi sforzi di pace. Dopo i massacri di cristiani a Nord di Kirkuk, i bombardieri della Royal Air Force e le Assyrian levies appoggiarono la feroce repressione delle tre rivolte tribali curde del 1930-33, compiuta dal generale curdo Bakir Sidqi (1890-1937), in seguito autore della repressione della rivolta sciita e del colpo di stato «kemalista» e anti-panarabo del 1936. Le accuse alla RAF di aver impiegato i gas contro i villaggi curdi non sono mai state, finora, ammesse o provate.



Per chi vuole approfondire: David L. Bullock, Allenby’s War, London - New York - Sidney, Blandford Press, 1988. David Fromkin, Una pace senza pace. La caduta dell’Impero Ottomano e la creazione del moderno Medio Oriente, Milano, Rizzoli, 1992. Mark Heller, «Politics and the Military in Iraq and Jordan 1920-1958», in Armed Forces and Society, IV, N°. 1, Nov. 1977, pp. 75-99. Lady Kathleen Liddell-Hart, Lawrence d’Arabia (1932), Milano, Bompiani, 1984. James Lunt, The Arab Legion 1923-1957, London, Constable & Coy, 1999. Robert Mantram, Storia dell’Impero Ottomano, Lecce, Argo Ed., 2000. Costanzo Marinucci de Riguardati, Iraq, Centro per le relazioni italo-arabe, Roma, 1955, 2 voll. Janet Wallach, La regina del deserto (G. Bell), Talese-Doubleday, 1996.
 

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