
Crescita e sviluppo: questi i due obiettivi apparentemente irraggiungibili per l’Africa. Secondo il rapporto Accelerating the pace of development pubblicato il 30 luglio scorso dalla Commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite (Uneca), la crescita sarebbe passata dal 4,3% del 2001 al 3,2% nel 2002. Diverse le cause indicate per tale calo percentuale: la fuga di capitale (pari a 297.741 milioni di dollari nel periodo 1970-1996), la scarsa applicazione della logica della privatizzazione delle imprese pubbliche, il basso flusso di commercio intra-regionale, i conflitti armati, le calamità naturali, l’Aids. In tale studio si evidenzia come solo cinque Stati abbiano raggiunto o superato il 7% di crescita economica richiesto per realizzare gli obiettivi della «Dichiarazione del Millennio» (New York, settembre 2000): Angola, Ciad, Mozambico, Guinea Equatoriale e Rwanda. Come realizzare un sviluppo sostenibile e durevole per gli altri Paesi? Come trainarli e impedire un rallentamento ulteriore della crescita africana, nonché disinnescare meccanismi perversi che potrebbero riverberarsi sulle economie degli stessi Paesi industrializzati (in termini di incontrollabili flussi migratori, per esempio)? Diverse sono state le ricette proposte dagli anni dell’indipendenza a oggi, che si sono rivelate tutte catastrofiche e distruttive per le fragili economie del black continent. A nulla sono valsi i «Piani di Lagos», i «Programmi di aggiustamento strutturale» o le formule vendute come panacee dalla Banca mondiale o dal Fondo monetario internazionale. Tra queste, alla fine degli anni Novanta, è stata enfatizzata l’importanza del commercio quale motore per lo sviluppo dell’Africa. Un commercio, sfortunatamente, basato sulle regole dei Paesi industrializzati che ha spiazzato la concorrenza di molti Paesi africani. La liberalizzazione del commercio non ha riguardato i prodotti agricoli, dell’allevamento e del tessile, in cui le economie africane sarebbero potenzialmente competitive. Unico risultato a oggi è stato quello di strozzare i piccoli produttori locali e amputare enormi potenzialità agricole.
I Paesi sviluppati spendono un miliardo di dollari al giorno in sussidi alle loro agricolture inefficienti (vale a dire sei volte la spesa in aiuti allo sviluppo) e i surplus delle produzioni americane ed europee vengono successivamente riversati sui mercati mondiali a prezzi che non hanno nessun rapporto con i costi reali di produzione, generando una vera e propria concorrenza sleale verso i produttori africani. Emblematici in tal senso il caso del Mozambico e del Mali. L’esecutivo di Maputo, dopo aver raggiunto un equilibrio politico preso a esempio dall’intero continente e dopo le devastanti inondazioni del 2000, ha cercato di sostenere l’industria dello zucchero raggiungendo il tal modo un costo di produzione tra i più bassi nel mondo. Tale operazione non è valsa a nulla in termini di competitività, poiché si è venuta a scontrare con i sussidi dati dall’Unione europea ai propri agricoltori e con le tariffe create per bloccare l’accesso di tale bene alla «fortezza dei 15».
Il medesimo problema si pone, per esempio, con i sussidi dati dagli Usa ai suoi agricoltori. Un solo produttore di cotone in Arkansas che coltiva 40 mila acri ha ricevuto 6 milioni di dollari nel 2001, vale a dire la somma che ricevono 25 mila agricoltori in Mali. A cosa serve allora l’Agoa (African growth and opportunity act), vantato enormemente dall’amministrazione statunitense, ispirato al principio del trade rather than aid? Le enormi ricchezze del caffè, del cotone, dello zucchero sono praticamente nulla rispetto al potere e alle regole del gioco decise e dettate nelle «arene» di Londra o New York.
Secondo i dati pubblicati nell’aprile scorso dal Wto le esportazioni africane sono state di appena 140 miliardi di dollari nel 2002, su un valore complessivo di 6.240 miliardi di dollari (contro i 2.648 miliardi di dollari dell’Europa occidentale e i 1.610 miliardi di dollari dell’Asia), mentre le importazioni africane sono state pari a 134 miliardi di dollari su un totale di 6.501 miliardi (contro i 2.644 miliardi di dollari dell’Europa occidentale e i 1.457 miliardi di dollari dell’Asia). In queste condizioni, una spinta forzosa verso la globalizzazione potrebbe avere effetti devastanti. Tra le numerose voci africane contrarie alle attuali regole del gioco, si distingue Aminata Traorè (ministro della Cultura del Mali dal 1997 al 2000). In una recente pubblicazione ha affermato che «l’ideologia egemone, che funge da filo conduttore per i nostri dirigenti, sostiene che l’Africa debba obbligatoriamente inserirsi nella globalizzazione per stroncare la povertà. Non c’è nulla di più falso: lo stato di decadenza in cui versa l’Africa è l’inevitabile conseguenza della violenza del sistema mondiale e del suo disegno mercantilista e disumano. I termini delle relazioni commerciali con l’Occidente non ci sono mai stati favorevoli. L’Africa non ne può più di assicurare materie prime, combustibili e pietre preziose a una minoranza di vincenti».