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Pakistan/ Musharraf contro il potere degli Imam

RISK
di Riccardo Redaelli
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 Il 12 ottobre del 1999 - giorno dell’incruento colpo di Stato del generale Musharraf - ero in Pakistan per delle ricerche storiche. Era impossibile, dall’interno del Paese, non accorgersi del vasto consenso popolare che si andava formando attorno al generale, della eccitata soddisfazione per la caduta del governo di Nawaz Sharif e delle speranze provocate dal «ritorno dei militari» al potere. Del resto, il livello di corruzione, degrado e incapacità del sistema politico pakistano aveva raggiunto livelli inconcepibili, che avevano portato il Paese sull’orlo della bancarotta finanziaria e organizzativa. Musharraf, in effetti, cercò subito di attuare un programma di riforma dello Stato e dei meccanismi di governo che puntava a ridurre la corruzione endemica, a rendere la burocrazia più efficiente e a frenare l’estremismo etno-religioso dilagante fra le molte componenti del Paese (programma conosciuto come i «sette pilastri della rinascita nazionale»). Nel 2000-2001, tuttavia, l’azione del generale si scontrava con alcune limitazioni che sembravano invalicabili: la gravissima crisi finanziaria, le accuse internazionali per la presenza di gruppi islamisti violenti, il sostegno dato ai talebani afghani (creatisi proprio in Pakistan grazie al sostegno dei servizi segreti militari e di parte del potere politico-militare), la diffidenza verso un generale golpista, e così via.
I tragici attentati dell’11 settembre 2001, paradossalmente, hanno fornito a Musharraf l’occasione per superare quell’impasse, e per sconfessare la precedente politica di interferenza nelle vicende afghane e di stretta alleanza con i talebani. Appoggiando l’intervento militare Usa, il suo governo è anzi riuscito a reinserirsi a pieno titolo nell’agenda politica regionale, ottenendo anche la concessione di nuove linee di credito e di aiuti economici indispensabili per la boccheggiante economia pakistana. Ma soprattutto, la decisione di appoggiare l’operazione Enduring Freedom ha permesso a Musharraf di bilanciare a proprio vantaggio anche gli equilibri interni alle forze armate e ai potentissimi servizi segreti militari (l’Isi), con la sostituzione dei generali più vicini ai movimenti islamisti radicali e più compromessi con il movimento talebano. Tutto il 2002 è stato dedicato da Musharraf alla lotta contro i movimenti dei radicalisti islamici e per «moderare» gli insegnamenti delle numerosissime scuole religione (madrase) del Pakistan, troppo spesso su posizioni dottrinali estreme e collegate a gruppi terroristici.
Nonostante l’impegno del suo governo, i risultati sembrano essere deludenti. Il Paese continua a essere scosso da attentati e violenze religiose contro gli sciiti e contro le minoranze cristiane. La fine del regime dei talebani paradossalmente ha accentuato i problemi del Pakistan: nella North-West frontier province (Nwfp), la provincia a maggioranza pashtun (il gruppo etnico principale dell’Afghanistan), si sono progressivamente accentuate le pressioni per imporre una visione dell’islam più dogmatica e rigorosa (sul modello dei Talebani), pressioni favorite dalla propaganda anti-occidentale e dalla presenza di truppe internazionali in Afghanistan e nel Paese. Alle elezioni generali dell’ottobre 2002 - che hanno sancito il parziale ritiro dei militari dalla gestione dello Stato, pur lasciando nelle mani di Musharraf i veri poteri decisionali - la coalizione dei partiti religiosi (Mma) ha ottenuto la maggioranza relativa nel Paese, raggiungendo anzi la maggioranza assoluta proprio nella Nwfp. I ripetuti appelli del presidente Musharraf a favore di una visione più moderata dell’islam - è stato proprio Musharraf a paventare i rischi di una «talebanizzazione» del Paese - si sono scontrati con le pressioni crescenti degli islamisti. Nella Nffp, i partiti religiosi al potere si ispirano esplicitamente alla scuola teologica «Deoband», la stessa che aveva ispirato i Talebani, tanto che nel 2003 il governo locale ha approvato una serie di norme e leggi restrittive delle libertà personali e delle minoranze religiose. Musicisti e attori sono stati di fatto banditi dalla provincia, mentre si vanno intensificando gli attacchi contro i venditori di musica «corrotta», di videocassette - un copione già visto nell’Afghanistan della seconda metà degli anni Novanta, con l’ascesa dei talebani. Le evidenti connessioni dei partiti al potere con il movimento talebano afgano hanno spinto Musharraf a inviare le forze armate regolari all’interno delle aree tribali - un evento mai verificatosi in tutta la storia del Pakistan (le aree tribali erano controllate tramite milizie tribali locali – istituite dagli inglesi e conosciute come Levies).
L’unico argine all’islamizzazione radicale della provincia (ma tendenze simili si vedono in tutto il Pakistan) sembra quindi essere rappresentato dagli ampi poteri discrezionali che il presidente si è ritagliato per sé e per i suoi rappresentanti (come i governatori delle province). Il che suona un poco paradossale: proprio il mantenimento di ampi poteri nelle sue mani aveva suscitato aspre critiche interne e internazionali, con l’accusa di voler impedire il ritorno a una «piena democrazia elettiva». Per tutti quelli che conoscono quel Paese - e il ruolo negativo che ancora oggi giocano i molti capi tribali, feudali, la corrotta oligarchia burocratica-industriale, le scuole religiose islamiche massimaliste e dogmatiche - non una decisione da dittatore, bensì un atto di coraggio.
 

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