
A nove mesi dall’assunzione in carica, Luis Inácio «Lula» da Silva si sta confermando come il nuovo leader dell’America meridionale, e dal successo del suo governo in materia economica e sociale dipenderà in parte la crescita dell’intera regione. Concluso il decennio dell’ubriacatura liberista degli anni Novanta, e lasciata finalmente alle spalle la crisi del biennio 2001-2002, oggi la nuova dottrina per lo sviluppo si chiama, di fatto, integrazione regionale. Integrazione delle infrastrutture nel settore dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell’energia, e integrazione commerciale attraverso un progressivo potenziamento del Mercosur. La prospettiva di un’Area di libero scambio delle Americhe (Alca) costituisce lo stimolo per cercare di avvicinare i Paesi andini al Mercosur (composto da Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay, con Cile e Bolivia come Paesi associati). Nel caso in cui l’America meridionale non riuscisse a raggiungere una posizione unitaria in materia commerciale, gli Stati Uniti potranno negoziare singolarmente con ciascun Paese, ottenendo le condizioni commerciali a loro maggiormente favorevoli. Il pragmatismo di Lula ha portato il presidente brasiliano a instaurare un vero e proprio patto con il governo Bush: da un lato il Brasile accetta di ammorbidire la propria posizione nei confronti dell’Alca, e dall’altro il governo statunitense riconosce de facto la leadership brasiliana in America meridionale. Si tratta di un passaggio rilevante nella storia del continente: mai finora il Brasile aveva accettato di assumersi la responsabilità del ruolo di guida regionale.
Uno dei teatri principali in cui si mette in scena questo nuovo copione è la protezione e lo sviluppo dell’Amazzonia. Il bacino amazzonico rappresenta, al contempo, un enorme corridoio commerciale in grado di collegare l’Atlantico al Pacifico, lo scenario in cui sviluppare le decennali ambizioni dei governi brasiliani in campo aeronautico e satellitare, il luogo dove la sfida della lotta alla povertà e al sottosviluppo lanciata da Lula è più stringente, una miniera ancora inesplorata di risorse naturali. L’Amazzonia è la più grande riserva minerale del mondo, racchiude il 30% del patrimonio genetico del pianeta e contiene il più vasto bacino d’acqua dolce dopo i poli, articolata in 20 mila chilometri di vie navigabili. La prima azione del governo brasiliano per la conoscenza e la valorizzazione dell’Amazzonia risale al 1952, con la creazione dell’Istituto nazionale di ricerche amazzoniche. Da allora, si sono susseguiti innumerevoli tentativi di risolvere l’equazione che lega la conservazione dell’ambiente e delle popolazioni indigene allo sviluppo economico e allo sfruttamento delle risorse naturali. La costruzione della città di Brasilia e del collegamento stradale con Belém, Cuiabá e Santarem, oltre alla costruzione della Transamazzonica e della strada che collega Cuiabá a Porto Velho, hanno spostato nel corso degli anni verso Nord-ovest la frontiera agricola, i cui prodotti potevano venir trasportati per via fluviale ed esportati in Europa e negli Stati Uniti. La regione era strategicamente protesa verso l’Atlantico, giacché a Ovest la cordigliera andina era considerata una barriera invalicabile.
Oggi lo scenario è differente. Lo spostamento della popolazione verso le zone più interne, con annessi gravi problemi urbani e sanitari, ha provocato una forte pressione sull’ambiente circostante. Per tale ragione lo sviluppo economico dell’Amazzonia è ora inquadrato in una prospettiva regionale e non più solo nazionale. Per porre un freno all’avanzata di campi e pascoli estensivi o all’apertura di illegali miniere a cielo aperto, è diventato imperativo offrire un’alternativa di lavoro e condizioni di vita accettabili. Di qui muovono i grandi progetti di integrazione delle infrastrutture elettriche e stradali con le Guiane, il Suriname e il Venezuela orientale, e soprattutto la costruzione e il potenziamento di vie di trasporto transandine, in grado di collegare gli affluenti del Rio delle Amazzoni con i porti del Pacifico, passando per il Sud della Colombia, l’Ecuador e il Nord del Perù. Recentemente i governi brasiliano e peruviano hanno sottoscritto un trattato di libero commercio, impegnandosi a realizzare le opere infrastrutturali necessarie per garantire l’accesso del Brasile al Pacifico.
Il più ambizioso progetto del governo brasiliano nella regione amazzonica non riguarda tuttavia l’aumento degli scambi commerciali, bensì la protezione stessa dell’immensa foresta. La colonna vertebrale di tale progetto è costituita dal Sivam, il Sistema di vigilanza dell’Amazzonia, una complessa maglia di raccolta e analisi delle informazioni ottenute da tutti gli organismi governativi presenti nella regione, entrato in attività nel 2002. Il Sivam è destinato a costituire un sistema di difesa territoriale in grado di reprimere le attività illegali, proteggere il territorio e favorire uno sviluppo sostenibile. Con un centro di coordinamento generale a Brasilia, tre centri regionali di vigilanza a Manaos, Belém e Porto Velho, e centinaia di «organi remoti» deputati a inviare le informazioni ai centri regionali, il Sivam dovrà vigilare non solamente sullo spazio aereo - con radar di superficie, cinque aerei Erj 145 della Embraer dotati di radar planari tipo Ericsson Erieye e tre aerei Erj 145-B con sensori in grado di captare finanche i movimenti umani al suolo in qualsiasi condizione meteorologica - ma anche fornire informazioni sul clima, la meteorologia, il territorio, lo spettro elettromagnetico. L’identificazione di ogni emissione radar e la localizzazione di tutte le comunicazioni radio, anche nelle fasce di frequenza della telefonia mobile, costituisce un elemento fondamentale nella prevenzione di attività delittuose. In totale si tratta di 132 radar e 66 stazioni di comunicazione, 70 stazioni meteorologiche di superficie e 11 in quota (montate su sonde) per un impiego di 12 mila militari dell’aeronautica e 1.500 civili. In realtà, questa politica è il depositato di una cultura pluricentenaria. A differenza degli spagnoli, che utilizzavano i missionari come avamposti e fonti di informazioni, fin dal 1700 i portoghesi intrapresero una conquista della foresta manu militari, stabilendo guarnigioni e marcando il territorio. E, di fronte ai pericoli di un contagio del «narcoconflitto» colombiano, tale politica ha raggiunto il suo culmine con la costituzione di un vero e proprio blocco militare a guarnigione dei 1.600 chilometri di confine che separano Brasile e Colombia. La collaborazione tra i due ministeri della Difesa (ma lo stesso vale con Perù e Venezuela) è ottima, con i militari colombiani a istruire i colleghi brasiliani in tecniche anti-guerriglia e questi a insegnare ai primi a operare nella selva. La capillare vigilanza dei corsi d’acqua che scorrono verso il Rio delle Amazzoni è assicurata dal Comando amazzonico di stanza a Manaos, che conta su quattro brigate di fanteria della selva, un comando navale e una compagnia del genio per un totale di 22 mila uomini. Ciò ha permesso di ridurre il traffico di droga per via fluviale del 75%, e oggi la quasi totalità della cocaina entra in Brasile per via aerea. S’intende quindi l’importanza per il Brasile di costruire un vero e proprio «muro» anche nel cielo, uno degli obiettivi principali del Sivam, così come si comprende l’ambiziosa volontà del governo di Brasilia di rappresentare il primo Paese latinoamericano a mandare in orbita un satellite nazionale, un’ambizione pagata con il tragico incidente della base aerospaziale di Alcântara il 22 agosto scorso.sd (Politica europea di sicurezza e difesa).