
Pochi argomenti hanno ricevuto, negli anni immediatamente successivi al crollo dell’Impero sovietico, una copertura mediatica più cospicua e martellante del fenomeno della criminalità organizzata in Russia - tanto da ingenerare l’impressione diffusa che l’intero Paese si stesse trasformando in una nuova forma di impero, stavolta del malaffare. A questo fa riscontro, negli ultimi anni, la quasi totale scomparsa dalle cronache dei misfatti del crimine organizzato nella Federazione russa. Non ci si inganni: il motivo di questa sparizione non è la volubilità del giornalismo. Si tratta, piuttosto, di un reale mutamento sociale, semplicemente riflessosi sui mezzi di informazione. Se il dilagare del crimine organizzato ha rappresentato uno sviluppo imponente e inquietante della transizione post sovietica, non si può tuttavia affermare che esso abbia costituito una sorpresa. Occorre tener presente che la società sovietica era un tipo peculiare di società industriale: quella che possiamo definire una società militare-industriale. È proprio nel crollo di quella società che vanno rintracciate le radici del fenomeno. Il militarismo in Urss implicava che ogni cittadino, a partire dalla maggiore età, venisse istruito nell’uso dell armi. Questo non avveniva esclusivamente mediante la leva obbligatoria: persino le università prevedevano corsi obbligatori di addestramento militare. Inoltre, una caratteristica della società sovietica, dominata dal complesso militare-industriale, era l’abbondanza di armi di ogni tipo, e in particolare di armi leggere. Con l’implosione del sistema e la conseguente crisi economica - che lasciò migliaia di quadri militari senza lavoro e senza stipendio - il terreno era fertile per il fiorire del crimine organizzato, a quel punto un esito addirittura scontato: uomini senza prospettiva di reinserimento e riconversione lavorativa trovarono una collocazione all’interno di strutture organizzate che andarono occupando i vuoti lasciati dal collasso degli apparati di sicurezza statali, in questo agevolati dall’universale dimestichezza con le armi e da un’ampia disponibilità di queste ultime - copiosamente svendute dalle fabbriche di armamenti in perenne crisi finanziaria a causa della drastica riduzione delle commesse pubbliche e dei relativi finanziamenti. Ma non è tutto: fu l’introduzione del mercato a determinare le condizioni in cui le società criminali poterono prosperare. In un mercato senza regole, in cui i quadri normativi e istituzionali semplicemente non esistevano e andavano creati ex novo, e in cui le privatizzazioni avevano creato enormi accumuli di capitale, la domanda di sicurezza da parte dei padroni delle nuove fortune crebbe in misura proporzionale alle minacce di cui essi stessi erano diventati besaglio. Da qui la straordinaria diffusione del crimine organizzato: caduto il monopolio pubblico della violenza, questa veniva rapidamente «privatizzata».
Negli ultimi anni la situazione è mutata in maniera evidente. In parte, l’altissima mortalità dovuta al livello estremo di violenza ha decimato la manovalanza criminale assieme alle sue «cupole». Il cambiamento principale, poi, riguarda la società nel suo insieme. La Russia è entrata nella seconda fase della transizione postcomunista, caratterizzata dal riemergere delle istituzioni e dall’introduzione di almeno alcune delle norme - legilsazioni, codici, riordino giudiziario - che mancavano. Torna la funzione dello Stato garante della sicurezza, che si traduce in più ordine e legalità. La competizione favorisce le agenzie di protezione e i servizi di sicurezza apoggiati dallo Stato. Diversi gruppi criminali devono o cambiare il proprio modo d’operazione e lo status legale, o sparire. Alcuni di loro si sono adattati con successo all’economia di mercato investendo i profitti nei business legali, agevolati dallo sviluppo del mercato azionario e delle nuove forme di proprietà. Questa trasformazione richiede infatti un esercito di manager, contabili e altri specialisti, così come nuove forme di organizzazione basate non tanto sulla coercizione quanto sull’accumulazione del capitale. L’economia di mercato con la sua complessa infrastruttura sta insomma maturando in Russia, e lo Stato gradualmente riprende il suo monopolio sull’uso legittimo della coercizione, che aveva perso nel primo decennio della turbolente transizione postcomunista.