archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Stati Uniti/ Se l’America ha bisogno di Monrovia

RISK
di David Smith
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

Torna al sommario
risk2 In agosto non si fa molta politica. Con le prime pagine dominate dall’oscuramento di New York e dalle ultime notizie dall’Iraq, sulla spiaggia di Ocean City non si sentiva molto del dibattito che si svolgeva tra quella classe di persone incapace di staccarsi da Washington (l’autore incluso) se l’America sarebbe dovuta intervenire in Liberia.
Con il rientro in città dopo la festa del primo settembre, sembra che la questione si sia risolta con l’invio di 2.300 marines imbarcati a largo della capitale Monrovia per supportare in caso di necessità la forza regionale Ecowas diretta dalla Nigeria. Ci siamo convinti con sollievo che la Liberia è un problema africano, che è meglio venga risolto dagli africani. Eppure, l’America avrebbe dovuto fare un discorso geopolitico assai piu ampio. «Siamo interessati - ha dichiarato il Segretario di Stato Colin Powell - ad assicurare che l’Africa occidentale non cada a pezzi.»
Avremmo dovuto sbarcare i marines anche solo per ragioni umanitari e storiche. Su una popolazione di tre milioni, la guerra civile fra le forze dell’ex-presidente Charles Taylor e i due gruppi d’opposizione ha lasciato 250 mila morti e un milione di profughi. Fame e colera tormentano i sopravissutti. Per ora, sembra che la forza nigeriana se la cavi abbastanza bene nei dintorni della capitale. Si spera che i racconti di combattimenti, omicidi, stupri e saccheggi che ci raggiungono dalla campagna non diventino una catastrofe tipo Rwanda. Il fatto è che ogni tanto bisogna intervenire nel Terzo mondo – come la Gran Bretagna in Sierra Leone, e la Francia in Costa d’Avorio. Fondata nel 1847 da schiavi americani liberati, la Liberia considera l’America come suo mentore. La Liberia del 2003 non è la Somalia del 1993 - al contrario, la gente per strada sventolava bandiere americane chiedendo il nostro aiuto.
Ma è l’interesse geopolitico che avrebbe dovuto convincere l’America a intervenire. «Cio che non vogliamo vedere in Africa è un altro Afghanistan, un cancro che cresce alla fine del mondo», ha detto il Generale Jeffrey Kohler dell’ Eucom, il comando militare americano responsabile per l’Africa. Infatti, il comando è impegnato nella creazione di relazioni - addestramento militare, accesso a basi, punti di rifornimento di carburante - con Chad, Mali, Mauritania e Niger nell’Africa occidentale, e fino al Mediterraneo con Algeria, Marocco e Tunisia. Nel frattempo, Taylor ha creato in Liberia proprio il genere di cancro che attira tipi come Osama bin Laden. E chi controlla la Liberia gestisce il secondo registro di marina mercantile del mondo, copertura perfetta per i movimenti di un gruppo terrorista. In una regione già poco stabile, Taylor ha destabilizzato i vicini - Guinea, Costa d’Avorio, Sierra Leone e persino la Nigeria, la nazione piu popolosa dell’Africa e fonte di un quinto del petrolio Usa. «Se Dio vorrà, ritornerò», ha proclamato Taylor all’imbarco sull’aereo nigeriano che lo avrebbe portato in esilo. Ma anche se resterà a Calabar, il suo lascito è fatto di brutalita, corruzione, soldati bambini, diamanti di guerra, droghe e armi libiche.
Un intervento dei marines americani sarebbe stato – interessi umanitari e storici a parte — un colpo decisivo per spezzare il circolo vizioso e per avviare la necessaria ripesa nella regione, compito che oltrepassa le capacità di Ecowas. Inoltre, lo sbarco dei marines avrebbe inviato due messaggi a nemici potenziali, e una rassicurazione ad alleati e amici: l’America non lascerà terreno fertile per i terroristi, e sì, siamo capaci d’intraprendere varie missioni militari contemporaneamente. Invece, le navi Iwo Jima, Carter Hall e Nashville rimangono in vista della costa di Monrovia, pronte a spedire i marines se la forza africana risultasse incapace d’impedire un vero e proprio disastro. In ottobre arriverà una forza Onu. Ma in realtà, il dibattito estivo sulla Liberia ha conseguenze che vanno oltre l’Africa occidentale. Dopo la fine della guerra fredda, chi di noi avrebbe previsto una guerra americana contro i talebani? O l’aiuto all’esercito filippino per recuperare il controllo di isole lontane? O ancora l’addestramento dell’esercito georgiano per cacciare terroristi e criminali dalla valle di Pankisi? E soldati americani in Colombia? Eppure, è tutto accaduto. Dopo l’11 settembre 2001, il presidente George W. Bush ha lanciato la guerra mondiale contro il terrorismo. La logica della sua prima campagna – la guerra in Afghanistan — è stata di cacciare i terroristi da qualunque luogo, e negare loro ogni rifugio. Si tratta di un compito enorme, che richiede una strategia globale. Tale strategia dovrebbe includere la raccolta di dati accurati su Paesi sull’orlo del collasso o che rischiano di perdere il controllo di una parte del proprio territorio; l’individuazione di mezzi di sostegno prima che si sviluppino problemi di antiterrorismo o militari; la programmazione di una reazione rapida, nonchè varie modalità d’intervento militare e non militare e la cooperazione con Paesi alleati, amici regionali e organizzazioni internazionali. Certo, il comando Eucom e altre unità hanno già incominciato questo lavoro, ma esso dovrebbe essere svolto a livello nazionale ed internazionale. Purtroppo la Liberia non ha potuto costituire il primo passo di tale strategia. La crisi liberiana ora dovrebbe diventare lo sprone per Washington - in collaborazione con tutte le nazioni che partecipano alla lotta al terrorismo - a elaborarla e implementarla.
 

web agency Done Communication