
La Cina è entrata nel terzo millennio come il Paese a maggior crescita economica a livello mondiale. Nel 2002, il tasso di crescita dell’economia cinese ha raggiunto l’8% e la Cina è diventata la principale destinazione degli investimenti internazionali, per un ammontare di 52,7 miliardi di dollari. Il rientro della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), sancito a Doha nel novembre 2001, ha segnato l’integrazione ufficiale del Paese nel commercio internazionale. Nel 2002, ulteriori riconoscimenti del nuovo ruolo cinese sono stati l’idoneità a ospitare a Pechino i Giochi olimpici del 2008 e l’assegnazione a Shanghai dell’Esposizione universale del 2010. Forte di vent’anni di ininterrotta crescita economica, il governo cinese vuole accrescere la propria influenza politica nel mantenere la stabilità politica nella regione. In questo senso vanno letti sia la collaborazione cinese alla guerra contro il terrorismo in Afghanistan, sia i toni pacati con cui il rappresentante cinese al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso il proprio dissenso sull’intervento anglo-americano in Iraq senza tuttavia minacciare mai il ricorso al diritto di veto. In questo senso vanno anche interpretati gli sforzi di Pechino di portare la Corea del Nord a un tavolo negoziale multilaterale con Cina, Giappone, Russia e Stati Uniti, alla presenza della Corea del Sud. L’incontro, tenutosi a Pechino a fine agosto, si è risolto con un nulla di fatto, ma è stato un passo avanti sulla via del dialogo e un punto a favore dell’ascesa diplomatica cinese. Pyongyang aveva infatti sempre rifiutato incontri multilaterali, sostenendo di voler trattare direttamente con gli Stati Uniti. Sembra che per convincere Pyongyang ad accettare questo incontro multilaterale, Pechino abbia fatto ricorso alla sospensione dei flussi di petrolio diretti alla Corea del Nord, alla quale fornisce praticamente tutto il carburante importato e circa un terzo delle importazioni alimentari. La crisi nucleare nordcoreana è iniziata il 12 dicembre 2002, quando la Corea del Nord ha dichiarato di voler riattivare i reattori e i programmi nucleari congelati dall’accordo, firmato nel 1994 con Washington, che prevedeva, in cambio della riduzione delle sanzioni americane, il congelamento di ogni programma nucleare e l’accettazione dei controlli dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea). Per far fronte alla crisi energetica nordcoreana, l’accordo conteneva anche un progetto per la fornitura di carburante e di due reattori nucleari non utilizzabili per scopi bellici, denominato Kedo (Korean peninsula energy development organization). Tale progetto doveva concludersi entro il 2003 ma è stato poi prolungato fino al 2007 e questo ritardo è stato interpretato da Pyongyang come una violazione dell’accordo del 1994. Inoltre, l’amministrazione Bush ha incluso la Corea del Nord tra gli «Stati canaglia» e condannato la sunshine policy con la quale Seul stava cercando di portare avanti un dialogo con la Corea del Nord.
La reazione di Pyongyang è stata decisa: il 31 dicembre 2002, ha espulso gli ispettori dell’Aiea, il 10 gennaio 2003 ha annunciato il ritiro dal Trattato di non proliferazione nucleare sottoscritto nel 1985 e ha chiesto agli Usa di firmare un trattato bilaterale di non aggressione. Il 5 febbraio Pyongyang ha annunciato la riapertura dell’impianto nucleare di Yongbyon, ufficialmente per produzione di energia elettrica, ma che grazie al riprocessamento delle 8 mila spent fuel rods già depositate potrebbe produrre 5 ordigni nucleari in sei mesi. Pochi giorni dopo Colin Powell ha proposto di avviare un incontro multilaterale con la mediazione di Cina e Russia. Proposta ripetutamente rifiutata da Pyongyang, che si ostinava a chiedere un dialogo bilaterale con gli Usa, minacciando il ricorso alla guerra. Per rendere credibile questa minaccia la Corea del Nord non ha esitato a ricorrere a comportamenti aggressivi nei confronti dei Paesi limitrofi, principali alleati degli Stati Uniti in Asia: Corea del Sud e Giappone. Il 20 febbraio una nave nordcoreana ha attraversato la linea di confine con il Sud e il 25 febbraio, giorno dell’insediamento del neo-eletto presidente Roh Moo Hyun, un missile nordcoreano è caduto vicino a Seul. Pochi giorni dopo un altro missile nordcoreano è stato lanciato nelle acque territoriali giapponesi.
Per Pechino, la crisi nordcoreana rappresenta un banco di prova. In caso di conflitto, la Cina non solo si troverebbe con le truppe americane direttamente a ridosso della sua frontiera, ma dovrebbe accettare il riarmo di fatto del Giappone. Inoltre, una penisola coreana unificata rappresenterebbe un temibile concorrente economico. Interesse della Cina è la permanenza a Pyongyang dell’attuale regime ma anche l’avvio di un processo di liberalizzazione economica che favorisca gli investimenti esteri e forse una graduale riforma del regime. Riuscendo a disinnescare la crisi, Pechino dimostrerebbe di poter agire in maniera costruttiva e accrescerebbe il proprio peso nel processo di creazione di un sistema di sicurezza in Asia Nord-orientale. In questo senso l’incontro multilaterale di Pechino ha segnato un punto a favore dell’ascesa diplomatica cinese.