
Alla fine degli anni Ottanta intervistai a Tunisi Yasser Arafat. L’intervista ebbe luogo nei giorni del Ramadan. Il fotografo e io fummo prelevati a sorpresa dall’albergo del centro e accompagnati in una villa in periferia, la sede dell’Olp, dopo svariati giri che avevano lo scopo di disorientarci. Là aspettammo per molte ore il raìs, senza mangiare e senza bere data la festività musulmana; Arafat era di ottimo umore. L’intervista proseguì per più di un’ora, ma rischiò di interrompersi bruscamente. Arafat ebbe infatti un’incontenibile esplosione d’ira quando io tirai fuori dalla mia borsa un pennarello e una mappa del Medio Oriente, e gli chiesi di disegnare la Palestina con i confini che lui avrebbe voluto. Per poco non mi buttò fuori dalla stanza, e ci sono le foto che testimoniano la sua rabbia e la mia sorpresa: io non capii né allora, né per molti anni in seguito il motivo di quella furiosa reazione. Per lungo tempo, nel corso del processo di pace che culminò nell’accordo di Oslo del 13 settembre 1993, e che vide poi Arafat nel 2000 rifiutare le proposte di Barak e scatenare l’ondata di attacchi terroristi detta «seconda Intifada», ho seguitato a non capirla: ciò che mi aveva comunicato con quell’esplosione d’ira era proprio quello che non volevo sapere. Come tutto il mondo, ho ascoltato solo la voce del mio cuore occidentale, per il quale la pace tramite il compromesso è la strada che si deve percorrere quando si esclude di schiacciare il nemico con la forza delle armi. Il peace process tanto lodato dal mondo intero, onorato col premio Nobel, registrato nei manuali e insegnato nelle università, che ebbe inizio subito dopo la guerra del Golfo nel 1991, e che nasceva dalla debolezza dei palestinesi dopo la prima Intifada e dalla clamorosa gaffe internazionale del loro appassionato appoggio a Saddam Hussein, ebbe come primo indirizzo gli incontri di Madrid. Subito si istituzionalizzò un’illusione ottica, dovuta alla complessità delle delegazioni, al loro carattere plurilaterale, e soprattutto al fatto che la delegazione palestinese era costitutita da una nuova leadership proveniente dalla West Bank, e non dall’Olp in esilio - la couche in cui Arafat organizzava gli attacchi terroristi. In realtà, Hana Ashrawi e gli altri della delegazione venivano prelevati quasi ogni notte da Madrid con un aereo che li conduceva dal comandante supremo a Tunisi: Arafat di fatto guidò la delegazione secondo i princìpi della Carta dell’Olp e del suo programma politico, mai abbandonato in seguito: alla sua base, l’idea della guerra di popolo, con le sue strategie che programmavano di distruggere Israele moralmente oltre che con le armi, e soprattutto col terrorismo.
Così, quando Rabin arrivò alla firma dell’accordo di Oslo credendo che esso sarebbe stato concluso con un gruppo simile alla delegazione di Madrid, di fatto si ritrovò di fronte all’imposizione di Arafat di firmare gli accordi sulla fase dell’interim con l’Olp, pena la rottura di ogni contatto. Rabin non era pronto a porre la richiesta dell’impegno antiterrorista, e a mettere in testa alle richieste israeliane la rinuncia al primo punto della Carta dell’organizzazione fondata da Shukeiri, e poi divenuta la casa di Arafat: la conquista di tutta la Palestina storica, dal Giordano al Mediterraneo, e il ritorno dei profughi del ’48. Arafat e Israele, nelle sue varie espressioni, hanno una percezione completamente diversa del conflitto e della sua soluzione. Per Israele il compromesso era (ed è) basato sull’abbandono dell’intera «Eretz Israel» da una parte, cui corrisponda l’abbandono del sogno dell’intera «Palestina» dall’altra. L’idea base è appunto quella di un compromesso, così come il progetto di Barak era un compromesso su Gerusalemme - che nel suo piano veniva suddivisa per essere la capitale di due popoli - in cambio del compromesso sul tema dei rifugiati, il cui ritorno (compreso quello dei loro discendenti) vanificherebbe l’esistenza stessa dello Stato d’Israele. In definitiva, si trattava di trovare un compromesso che portasse a un accordo finale, e alla fine del conflitto. Della diversità dell’approccio palestinese vi sono tracce in molteplici documenti, oltre che nei tragici dati fattuali, ovvero gli attacchi terroristici che subito dopo il ritorno di Arafat da Tunisi si susseguirono e la riorganizzazione segreta dei gruppi terroristici, nonché la riconversione della polizia in funzione antisraeliana e l’opera di indottrinamento sistematico dei bambini e dei ragazzi delle scuole. «L’esperienza - dice a nome di Arafat Sakher Habash, membro del Comitato centrale, sul foglio ufficiale Al hayad al Jadida nel gennaio 2001 - insegna che senza stabilire uno Stato palestinese su tutta la terra, nessuna pace può essere raggiunta...Stiamo organizzando una lotta in cui costringeremo la società sionista a liberarsi del sionismo, perché non può esservi coesistenza fra sionismo e movimento nazionale palestinese...Gli ebrei debbono diventare cittadini dello Stato del futuro, lo Stato palestinese democratico». Così un «memo» interno del comitato centrale del Fatah: «Oh combattenti ed eroi del Fatah, non c’è ritorno al grande peccato (quello del sionismo ndr)... il mito del sionismo si arrenderà, ed essi se ne andranno dalla nostra terra...i confini della Palestina stanno prendendo forma. Da ogni casa, da ogni petto, da ogni pianto, da ogni goccia di sangue emergono i confini della Palestina...non ci sarà riconciliazione fra la nostra diaspora e quello che si chiama “processo di pace”...questa è l’Intifada del ritorno al villaggio originario, alla casa, alla chiave». Fu allora che i palestinesi impararono a distinguere, nei loro discorsi, fra la «soluzione politica» e «la soluzione storica» - una distinzione che trae la sua legittimità da un vecchio documento (1974) santificato quasi quanto la carta dell’Olp, detto della «dottrina degli stadi». Qui nasce l’idea dell’uso intermittente del terrorismo e della contemporanea esaltazione della «pace dei bravi» (pace politica) e dei terroristi suicidi, i martiri della «pace storica». La pace politica che il documento del ’74 consentiva pavimentò la strada di Arafat per il suo famoso discorso all’Onu; ma nonostante la famosa uscita di Feisal Hussein in Kuwait, in cui il defunto capo palestinese spiegava che l’accordo di Oslo era un «cavallo di Troia», nonostante Arafat più volte abbia pubblicamente spiegato che si trattava di una fase minore della battaglia palestinese per il ritorno alla Palestina storica, sulla scia di Maometto che fece la pace di Qudeiba con i Kureish per poi romperla quando si presentò l’opportunità della vittoria totale, nessuno ha avuto voglia di ascoltare. In questo periodo, nel suo infausto ritorno alla scena mondiale, Arafat ha esaltato nel corso di un unico discorso la «pace dei bravi», che è quella politica, e due martiri suicidi, che preparano la «pace storica». Quella in cui Israele non esiste più.