
Le operazioni militari in corso in Afghanistan e in Iraq hanno portato alla ribalta le Forze Speciali, anche grazie a una tambureggiante campagna mediatica. Rispetto a quanto avvenne nel 1991, nel corso della prima guerra del Golfo, quando il generale Shwarzkopf considerava i suoi stessi snake eaters come una banda di incontrollabili spacconi, da tenere al guinzaglio per evitare guai, molte cose sono cambiate. Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld è un entusiasta delle Forze speciali e del resto il terreno favorevole era già stato predisposto dall’ex capo della comunità, il generale Hugh Shelton, che ha guidato per diversi anni la macchina militare statunitense. Il generale Tommy Franks, responsabile per Iraqi Freedom ed Enduring Freedom, non ha avuto alcuna remora nell’impiegare al massimo le unità speciali a sua disposizione in entrambi i teatri di operazione, 17 mila uomini su un totale di 47 mila. I risultati ottenuti sono stati straordinariamente positivi. Basta pensare al salvataggio delle infrastrutture petrolifere irachene dal sabotaggio oppure al ruolo di direzione e guida ravvicinata quando gli aerei da combattimento attaccano bersagli in ambiente urbano o quando c’è il rischio di colpire civili o amici.
La ricompensa è arrivata: il comando delle Forze speciali, l’Ussocom, è stato promosso al rango di comando principale, il suo bilancio è stato enormemente potenziato. Ormai è diventato quasi una Forza Armata indipendente. Del resto i reparti speciali delle forze armate sono particolarmente utili nell’attuale contesto: la guerra al terrorismo richiede la cooperazione con le forze armate e le unità speciali di Paesi alleati, con la possibilità, a seconda delle situazioni, di passare dal ruolo di consiglieri e istruttori a quello operativo, come accade ad esempio nelle Filippine o in Sudamerica o in centro Asia. I team dei reparti speciali sono tra gli strumenti più efficaci quando si tratta di condurre con discrezione azioni volte a contrastare la proliferazione delle armi per la distruzione di massa e relativi vettori. La nuova strategia statunitense di intervento preventivo contempla tra l’altro il ricorso ad azioni militari chirurgiche per neutralizzare in anticipo queste minacce e le Forze speciali sono candidate a eseguirle, anche se il loro impiego comporta il rischio di subire perdite o prigionieri che il ricorso agli aerei o ai missili consente di evitare o ridurre.
Quando si arriva poi alle azioni di guerra vere e propria o alle operazioni di peacekeeping questi elementi possono cominciare ad agire prima dell’inizio «ufficiale» della missione e svolgere una serie di attività, dal supporto d’intelligence, alla vasta gamma delle cosiddette azioni dirette, offensive. Anzi, il rapporto stretto tra organismi intelligence civili e militari e reparti speciali è in via di potenziamento. In parte perché frequentemente i servizi attingono al bacino degli ex membri dei reparti speciali per alimentare gli organici del proprio braccio paramilitare, poi perché le operazioni congiunte militari-intelligence sono sempre più frequenti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno potenziando tali legami e forse sarebbe il caso che anche in Italia, dove una riforma dei servizi di sicurezza è alle porte, si affrontasse senza preconcetti la questione. Questa tendenza generalizzata si scontra però con una oggettiva difficoltà: nel campo delle operazioni speciali i quattrini sono importanti, le tecnologie avanzate utilissime, ma il sistema d’arma essenziale rimane il singolo operatore/incursore. La formazione di questo personale richiede candidati con caratteristiche psicologiche, culturali, professionali e una maturità fuori dal comune, un processo di selezione severissimo e un periodo di addestramento e preparazione che richiede anni. Non è possibile quindi aumentare gli organici, a meno di non abbassare gli standard qualitativi. E gli Usa, che vogliono rinforzare il Comando operazioni speciali con altri 5 mila uomini avranno problemi, almeno per quanto riguarda il personale operativo.
Per rispondere alle crescenti esigenze si può solo ricorrere alla ottimizzazione delle risorse: utilizzando in modo intelligente il personale esclusivamente per i compiti e le missioni prioritarie, cercando nel contempo di allargare l’ambito dei reparti in grado di svolgere alcune delle operazioni speciali meno impegnative e fornendo ai reparti di fanteria leggera almeno un know how basico. In questo contesto l’Italia sta compiendo alcuni passi avanti: dopo anni di stallo si è riusciti a imporre la costituzione di un comando interforze per le operazioni speciali, superando le resistenze delle singole Forze Armate. Il comando risponderà direttamente al vertice interforze. In questo modo il nostro Paese si allinea con la prassi internazionale. In effetti però solo Esercito e Marina hanno vere unità Forze Speciali, di altissima qualità e ridotta consistenza, e questa situazione sta creando qualche problema, mentre manca completamente una componente aerea specializzata in grado di garantire l’infiltrazione, il recupero e il supporto dal cielo dei team operativi. In compenso ci si sta dando da fare per potenziare le forze cosiddette di secondo anello. E i risultati ottenuti in Afghanistan sono ampiamente positivi. Le nostre Forze Speciali sono rimaste sotto controllo nazionale, questo ha creato qualche malumore, ma in realtà ha consentito ai reparti «standard» di affrontare quella che rappresenta la prima missione di guerra per l’Esercito nel dopoguerra con maggiore tranquillità e guide esperte. L’esperimento è riuscito: gli stessi comandanti locali americani non mancano di esprimente il loro apprezzamento.