
La prima cosa che colpisce chi osservi il rapporto fra il nostro Paese e il tema della difesa è probabilmente la sua inerzia. In un mondo in cui tutto cambia o, comunque, sembra cambiare anche con grande rapidità l’Italia mantiene verso la difesa un atteggiamento costantemente schizofrenico: da una parte orgoglioso di svolgere un ruolo importante nel mantenimento e nel ristabilimento della pace nel mondo (con un contributo di uomini che ne fa il terzo Paese, dopo Stati Uniti e Regno Unito); dall’altra indifferente alla richiesta di fornire le risorse necessarie per garantire l’efficienza dello strumento militare.
L’aver sempre mantenuto il bilancio della Difesa a livello fisiologico ha consentito al teatrino della politica di portare avanti in tutti questi anni una farsa basata su alcune costanti:
1) la confusione fra Bilancio della Difesa e spese militari (dove queste ultime assorbono solo il 70%) che migliora artificialmente l’impegno italiano in rapporto a quello degli Alleati, dal momento che le statistiche internazionali considerano il primo dato;
2) un livello talmente basso delle spese militari (la cosiddetta «funzione difesa») che moltiplica gli effetti della benché minima variazione finanziaria (mentre il distacco internazionale si misura in punti percentuali, noi siamo costretti a un surreale dibattito sui millesimi);
3) la volontà di cambiare appena le condizioni del Paese lo consentiranno (il che significa mai perché vi sono sempre delle controindicazioni economiche, finanziarie, sociali, elettorali, legate a calamità o ad altre priorità, ecc.);
4) lo scambio dei ruoli fra maggioranza e opposizione in una logica completamente bipartisan: quando il centrodestra stava all’opposizione criticava il centrosinistra perché non destinava alla Difesa quanto necessario, mentre oggi è il centrosinistra a farlo;
5) un modello di difesa costantemente irrealizzabile perché incompatibile con le risorse effettivamente rese disponibili e, in qualche modo, sempre più lontano nel tempo, nonostante qualche tardiva rettifica (a oggi manteniamo come obiettivo sulla carta 190 mila uomini quando, probabilmente, dovremmo scendere a 150 mila e, cioè, poco meno di un terzo in più dei soli Carabinieri che, essendo nel frattempo diventati la quarta Forza Armata, finiscono con l’alterare il già difficile confronto fra il nostro impegno militare e quello degli Alleati);
6) la resistenza politica-sociale, con qualche complicità militare, a un radicale ridimensionamento delle strutture e delle infrastrutture nell’illusione - o con la scusa - che prima o poi potranno essere utilizzate.
Anche l’attuale governo è caduto in questa trappola e, anzi, nel generale tentativo di rendere più efficiente la sua azione in una logica più aziendalistica di obiettivi da perseguire, l’ha resa ancora più insidiosa fissando nell’1,5% del Pil il traguardo di legislatura delle spese militari.
Nel Dpef presentato nel luglio 2002 questo obiettivo veniva sancito, seppur mitigato dal riferimento alla presenza di condizioni economiche favorevoli. Da allora è stato ripetutamente riproposto, anche se le vicende del Bilancio 2003, con il pesante taglio che ha portato dal 1,090% del Pil all’1,058% avrebbero dovuto suggerire una maggiore cautela. Nel Dpef presentato nello scorso luglio è stato, per fortuna, eliminato all’ultimo momento il secondo volume relativo alle linee di politica economica. Se così non fosse stato, sarebbe stato ufficialmente ribadito che «occorre ridare continuità al percorso di avvicinamento all’obiettivo di legislatura di una disponibilità di risorse finanziarie, strettamente correlate alla funzione difesa, pari all’1,5% del Pil». E, fra i programmi prioritari, sarebbe stata evidenziata la necessità di «procedere, adottando strumenti legislativi che consentano impegni di spesa pluriennali, all’ammodernamento e al rinnovamento di materiali, sistemi d’arma, mezzi e relativi pacchetti manutentivi, allo scopo di colmare l’enorme divario tecnologico rispetto ai maggiori Paesi alleati».
La legislatura è, nel frattempo, arrivata a metà e l’obiettivo è diventato assolutamente irrealistico. Meglio ammetterlo onestamente fin d’ora e riproporlo come obiettivo per la prossima legislatura. Anche così questo comporta un effettivo incremento delle spese militari dello 0,05% del Pil all’anno per l’intero decennio. E, per dimostrare che ci si crede davvero, cominciare a realizzarlo da subito col Bilancio 2004. La credibilità del Paese e del governo vale sicuramente più di ogni presunta compatibilità finanziaria.