
L’avvio in Europa di una politica di difesa comune resta per ora una grande ambizione, più teorica che pratica. Di passi concreti, in tanti anni che se ne discute, ne sono stati fatti pochi. La guerra in Iraq e le profonde lacerazioni che ha prodotto non aiutano a trovare un consenso fattuale. Da una parte Francia, Germania e Belgio vorrebbero accelerare la tabella di marcia puntando su un’eurodifesa con ampi margini di autonomia dalla Nato, alla quale resterebbe comunque legata a doppio filo anche perchè altrimenti non disporrebbe nel breve-medio periodo dello zoccolo minimo di capacità tecnologico-militari necessario a rendere credibili missioni di pace al passo con le crisi contemporanee. Dall’altra, Gran Bretagna, Italia, Spagna, Olanda e il blocco dei Paesi dell’Est che stanno per entrare nell’Unione privilegiano il legame transatlantico, quindi auspicano un’eurodifesa da sviluppare tutta sotto l’ombrello Nato. In mezzo, i Paesi neutrali frenano, sia pure in sordina, e alcuni come la Finlandia senza troppa convinzione. Nonostante tutto questo, qualcosa si muove. Al vertice europeo di Salonicco è stata approvata in giugno l’idea di creare un’Agenzia europea per lo sviluppo di ricerca, capacità e armamenti. Un grosso passo avanti se sarà realizzato in tempi relativamente brevi. Ne parliamo, in questa intervista, con il commissario europeo all’Industria, il finlandese Erkki Liikanen, che è coinvolto in prima linea nell’avventura.
Di creare un’Agenzia europea degli armamenti a Bruxelles se ne parla da ameno dieci anni. Senza esito....
Il mio precedessore Martin Bangemann elaborò addirittura una proposta che inviò al Consiglio dei ministri, ma essa non venne nemmeno mai discussa.
Che cosa le fa pensare che oggi le cose siano davvero cambiate? In Europa si comincia a capire che non si può separare l’industria civile da quella militare.
In che senso? Negli Stati Uniti la rivoluzione di internet è stata un derivato della ricerca militar-tecnologica. In altre parole, la ricerca militare alla fine offre enormi vantaggi per il progresso dell’industria civile. Ma c’è anche dell’altro. Abbiamo un mercato unico che finora non ha potuto mettersi al servizio dell’industria militare europea. L’inesistenza di un mercato integrato fa sì che noi europei, rispetto agli americani, paghiamo di più per avere prodotti della stessa qualità. Inoltre, la circolazione di componenti militari impone costi maggiori. Per non parlare di quelli che sosteniamo per la mancata normalizzazione di standard e prodotti.
L’Europa paga di più rispetto agli Stati Uniti, lei dice. Quanto di più? Nel loro insieme, i Paesi europei spendono meno della metà degli Stati Uniti nella difesa. Il totale del bilancio militare americano tocca i 390 miliardi di dollari l’anno a fronte di un impegno europeo cumulato di 160. Per anni gli investimeni europei nel settore sono stati decisamente inferiori in termini di ricerca - 10 miliardi a fronte di 50 americani - e di appalti pubblici, 40 miliardi annui rispetto a 100. Dietro le cifre assolute del confronto sulle spese, ci sono lacune ancora più gravi. Gli investimenti europei hanno una resa decisamente inferiore, un decimo in certi casi, per la frammentazione del mercato e della ricerca.
Quelli di cui parla non sono problemi nuovi ma palle al piede che l’Europa delle patrie e dei campioni nazionali si trascina dietro da dcenni. Davvero è arrivato il momento della svolta? Se gli Stati vogliono rafforzare il loro potere sul mercato devono agire insieme, non hanno scelta. Per questo il treno finalmente si muove. E il Consiglio dei ministri ora accetta di discutere della proposta sull’Agenzia europea degli armamenti.
Crede che dopo la crisi irachena e le divisioni esplose tra i 25 Paesi dell’Unione, esistano le condizioni politico-psicologiche per far partire quel treno? A guardare le manovre in corso dietro le quinte e Londra, Parigi e Berlino, non si direbbe....
Quando l’Europa decise di accettare le cosiddette «missioni di Petersberg» di peace-keeping e interventi umanitari e quando due anni fa al vertice di Helsinki decise formalmente di darsi una capacità militare europea, sapeva perfettamente che non sarebbe stato possibile farlo senza disporre di un’industria militare competitiva. Che, ripeto, per esistere ha bisogno di massa critica, cioè del mercato unico.
La necessità di essere in grado di competere aiuterà secondo lei i governi a superare le frontiere ipersensibili delle varie sovranità nazionali? Le economie di scala sono indispensabili, altrimenti l’Europa non avrà nè una ricerca nè un’indutria competitive.
E i rapporti con la Nato? Bisogna trovare un equilibrio tra la necessità di crescita dell’industria europea e i legami con la Nato. Per esempio il processo di normalizzazione deve essere aperto.
Non trova che oggi l’industria sembra molto più ansiosa dei governi di creare un’euro-difesa? Sì, su questioni come normalizzazione, ricerca e trasferimenti intracomunitari. Molto meno quando si tocca il problema della definizione di regole comuni a livello europeo per aprire il mercato delle commesse pubbliche.
Non teme che i Paesi neutrali dell’Unione, come il suo, possano frenare il progetto? No. Proprio il governo finlandese non perde occasione per insistere sulla necessità di accelerare, per incassare ulteriori benefici dal mercato unico. E perchè comunque l’industria nazionale punta ad avere una fetta della torta europea degli armamenti.
Resta che senza una visione comune della politica di difesa, in un’Europa spaccata tra filo-atlantici convinti e molto tiepidi, sembrerebbe difficile passare all’integrazione industriale. O no? Sì e no, perchè se vogliamo un’industria militare competitiva dobbiamo metterci insieme. Non c’è alternativa. E poi i due piani, politico-ideologico e industriale, possono essere indipendenti tra loro.
Indipendenti come?
L’inglese Bae-Systems e la francese Thales sono legate tra loro nonostate le divergenze tra i rispettivi governi. C’è dovunque un’interesse all’acquisto di armi ed equipaggiamenti a prezzi ragiovevoli. Il militare e relativo «indotto» creano molti posti di lavoro. Il rafforzamento del mercato unico del resto non presenta rischi per gli interessi nazionali ma promette risparmi ai bilanci pubblici.
L’Agenzia europea degli armamenti sarà intergovernativa e comincerà a lavorare nel 2004. Per fare che cosa esattamente? Avrà diversi compiti: sviluppo di capacità di difesa nel settore della gestione delle crisi, rafforzamento della cooperazione negli armamenti e rafforzamento della base industriale e tecnologica europea, creazione di un mercato europeo competitivo, promozione della ricerca per potenziare le capacità industriali del futuro.
Per realizzare il mercato unico della difesa invece lei che cosa intende proporre? Per favorire la standardizzazione, che consentirà alle imprese di competere ad armi pari, presenterò entro fine 2004 un manuale con l’elenco degli standard più comunemente usati nelle commesse militari. Entro il 2004, uno studio sulle pesanti procedure amministrative che impediscono la circolazione nell’Unione delle componenti degli equipaggiamenti militari, con la speranza di presentare nel 2005 una proposta per semplificare il sistema delle licenza. Sempre per l’anno prossimo ho in cantiere un «libro verde» sulle commesse con l’intento di arrivare a fissare regole comuni. Infine, intendiamo proporre di finanziare la ricerca militare anche con fondi attinti dal bilancio comunitario, a partire dal nuovo programma quadro che partirà nel 2007.