
Penelope disfaceva segretamente di notte ciò che aveva diligentemente tessuto di giorno: doveva prendere tempo, per evitare un esito voluto da altri e che lei aborriva. In modo analogo, nell’odierno contesto europeo, c’è chi proclama ad alta voce la propria totale e incondizionata adesione a una sempre più spinta integrazione dell’Unione europea, salvo poi, talvolta anche alla luce del giorno, operare concretamente per seminare il percorso, già di per sé arduo e a volte tortuoso, di insidiose trappole, mascherate da agevoli scorciatoie. Un caso esemplare si sta verificando in tema di Pesd. Che gli intendimenti dei vari Paesi fossero a volte non coincidenti è stato sempre chiaro per tutti, fin dai tempi del fallimento della Ced, ma noi crediamo, e ne siamo tuttora ben convinti, che sia comunque possibile trovare un minimo comun denominatore, di valenza non insignificante, su cui fondare solidamente un edificio che potrà crescere, man mano che le condizioni politiche renderanno possibili ulteriori sviluppi. Tale convincimento trova alimento nei fatti che si sono succeduti a partire dal vertice franco-britannico di Saint Malo del dicembre 1998, culminati nelle decisioni assunte a Helsinki, dopo soli dodici mesi, con i risultati operativi di cui stiamo misurando la portata (forse ancora un po’ al di sotto delle aspettative) proprio in queste settimane. Ebbene, in tutto questo esercizio, l’assunto di base sta nell’appartenenza della maggior parte dei Paesi dell’Unione, e in particolare dei maggiori, all’Alleanza atlantica, che ha assolto e continua ad assolvere per questi Stati la funzione primaria della difesa collettiva. Da qui la permanente validità delle «tre D» da evitare nella costruzione della dimensione militare dell’Unione, secondo la felice formulazione di Madeleine Albright alla vigilia del vertice del cinquantenario Nato dell’aprile 1999: nessuna discriminazione nei confronti dei Paesi dell’Alleanza che non fossero membri dell’Ue; no a qualsiasi politica che portasse al decoupling e quindi all’allentamento del rapporto transatlantico; nessuna duplicazione di strutture organizzative, non solo pericolose sotto il profilo politico, ma anche inaccettabilmente dispendiose sotto quello delle risorse. Da tutto ciò consegue la presunzione di disponibilità dei mezzi e delle strutture dell’Alleanza per le finalità condivise dell’Unione, presunzione che ha trovato formale sanzione nella sottoscrizione dell’accordo tra le due istituzioni noto come Berlin plus. Accordo il cui conseguimento è stato particolarmente complesso e faticoso. Le difficoltà che si sono dovute superare per giungere a questo accordo potevano ben giustificare un senso di frustrazione, soprattutto da parte di chi aveva dedicato le proprie migliori energie alla definizione e al conseguimento dell’Helsinki headline goal. Ma nulla può spiegare e tanto meno motivare fughe in avanti che non solo non siano il meditato risultato di una concertazione ampia e trasparente, ma che addirittura violino apertamente i presupposti politici alla base di ogni iniziativa volta a concretizzare una dimensione militare operativa dell’Unione.
Grande è stato quindi lo sconcerto quando è stata resa nota la convocazione di quello che poi è stato chiamato il «minivertice» del 29 aprile 2003 a Bruxelles, inizialmente fra tre Paesi - Belgio, Francia e Germania - cui poi si è aggiunto, a fare da quarto, il Lussemburgo. Lo sconcerto, alimentato dalle indiscrezioni abilmente lasciate filtrare circa gli argomenti in discussione, ha poi trovato piena giustificazione e conferma nel comunicato finale del minivertice, comunicato che vale la pena di commentare nel dettaglio. La prima parte è un inno rituale all’atlantismo e all’europeismo come valori inscindibili e imprescindibili. Questo sfoggio di retorica non può tuttavia mascherare il tono generale, permeato da un latente antagonismo. Segue poi quella che a una prima lettura può apparire una riformulazione di concetti e principi dati ormai per scontati in ambito Convenzione. Si devono, peraltro, avanzare una serie di riserve di carattere sostanziale, alcune delle quali sono di tale portata da rendere assai difficoltosa la ricerca di un compromesso accettabile. In primo luogo viene evocata una «clausola di solidarietà», con una formulazione molto estensiva rispetto a quanto finora elaborato in sede di Convenzione, che rappresenta il limite oggi non superabile se si vuole un consenso ampio e generalizzato. Si parla, infatti, di all kinds of risks, con ciò sconfinando anche nella difesa comune in senso classico, che finora, per i Paesi che ne fanno parte, è competenza esclusiva della Nato. Coerentemente con questa impostazione, che nella migliore delle ipotesi costituisce una consapevole forzatura, viene quindi introdotto il concetto di European security and defence union, dando forma a un’idea che nell’attuale testo elaborato dalla Convenzione è adombrata come un obiettivo di lungo termine, obiettivo che potrà essere perseguito solo quando e se si verificheranno tutta una serie di condizioni. Tra i presupposti per appartenere a questa «Unione» viene citata la partecipazione a programmi d’armamento europei, il che può certamente apparire come un ragionevole auspicio (anche se vi si può leggere un atteggiamento protezionistico), specificando subito, però, «come l’ A400M». È qui evidente l’intento discriminatorio verso Paesi, come l’Italia, da sempre in prima linea nei programmi di cooperazione, ma che hanno rinunciato al coinvolgimento in un progetto, appunto il velivolo da trasporto militare A400M, dai nebulosi contorni tecnico-operativi e i cui oneri finanziari e di gestione rischiano di far saltare qualsiasi compatibilità di bilancio.
L’elencazione, poi, delle correlate iniziative concrete risulta illuminante: vengono infatti indicati sette progetti, alcuni dei quali perfettamente coerenti con gli intendimenti Nato e quelli dell’Unione nell’ambito dello Helsinki headline goal, mentre altri appaiono di rottura, se non addirittura provocatori:
- la proposta di migliorare la capacità di reazione rapida europea mediante una formazione che abbia come nucleo la brigata franco-tedesca non solo si pone in concorrenza con la Nato Rapid reaction force di Praga, ma addirittura in alternativa allo stesso Helsinki HG.
- la proposta di vincolare all’ A400M la costituzione di un comando europeo per il trasporto aereo strategico, oltre a evidenziare nuovamente gli intendimenti in tema di politica industriale, come già sottolineato, è palesemente e dichiaratamente discriminatoria nei confronti dei Paesi che potranno contribuire con altri tipi di velivolo a soddisfare le comuni esigenze di trasporto militare.
- la preconizzata costituzione, a partire dal 2004, di un «Comando di proiezione multinazionale», proposta francamente incomprensibile, dal momento che molti Paesi dell’Unione hanno negli ultimi tre anni pesantemente investito per creare proprio strutture di questo tipo (in Italia il comando di Solbiate Olona) e che i Paesi partecipanti al «minivertice» già dispongono, in modo più o meno ampio, di Eurocorps (cui partecipa anche la Spagna) e del «Corpo tedesco-olandese», entrambe strutture identiche a quella che viene proposta.
Ma il punto cruciale e assolutamente inaccettabile - oltre che velleitario - è quello in cui si avanza la proposta di costituire entro l’estate del 2004 un «nucleo di capacità collettiva di pianificazione e condotta delle operazioni per l’Unione europea», in buona sostanza un contraltare a Shape. In tal modo non solo verrebbe violato il principio in base al quale la Pesc/Pesd deve essere realizzata senza inutili duplicazioni, ma soprattutto si creerebbero le premesse per attività militari di pianificazione e condotta paritetiche e separate rispetto alla Nato e quindi per una potenzialmente irrimediabile divaricazione politica. Quali che siano gli intendimenti dei governi che hanno assunto queste iniziative, è a tutti evidente il rischio che si inneschi un processo tale da condurre a una inarrestabile deriva dell’Europa verso posizioni antagonistiche rispetto agli Stati Uniti e che comunque potranno generare forti divergenze in seno alla stessa Unione, rallentando con ciò il processo di integrazione europea. I seguiti del cosiddetto minivertice di fine aprile non sono stati caratterizzati da un particolare attivismo, né si sono avute notizie di specifici sviluppi. Vero è che non ci sono stati neanche degli arretramenti, ma l’iniziativa è ben lungi dall’essere accantonata e potrebbe trovare rinnovato vigore prima della fine dell’anno, con il rischio di costituire una pericolosa attrattiva per i Paesi dell’Unione che mantengono una storica posizione di neutralità. È giusto quindi che, nell’adempimento delle sue responsabilità istituzionali quale titolare della presidenza semestrale dell’Unione, l’Italia abbia assunto l’iniziativa di un chiarimento, in un’ottica di ricucitura e allo scopo di rendere tra loro compatibili visioni che a un primo esame appaiono divergenti. L’occasione e la base concettuale sono fornite anche dal documento strategico proposto da Solana al vertice di Salonicco, che costituisce un riferimento, da consolidare, ma che contiene potenzialmente un percorso di medio periodo, idoneo a far conseguire capacità militari in grado di conferire all’Unione quella credibilità che finora le è mancata. Occorre quindi fare in modo di ricomporre le posizioni tendenzialmente incompatibili di fronte alle quali ci troviamo. A tale scopo appare opportuno ribadire come il fine comune sia quello di incrementare le capacità operative a disposizione della European security and defence policy e che quindi risulta errato in linea di principio qualsiasi sviluppo che non consenta uno sfruttamento ottimale delle sinergie con le risorse per e della Nato. Ne deriva che se i «quattro» insisteranno nel voler costituire una cellula di pianificazione autonoma, questa non potrà che collocarsi back to back con il quartier generale dell’Alleanza a Mons, in modo da operare simbioticamente come «nucleo di pianificazione dell’Unione» a supporto di quello che fino a oggi veniva denominato Dsauceur e che nella nuova struttura di comando della Nato ha assunto la denominazione di Deputy saco (Supreme allied commander for operations), nella sua qualità di comandante operativo designato per le operazioni a guida europea. Una tale soluzione, oltre a far salvi i principi fondamentali che hanno consentito di sottoscrivere gli accordi tra Ue e Nato denominati Berlin Plus, consoliderebbe una situazione in atto già dai tempi dell’avvio delle operazioni dell’Alleanza nei Balcani, quando elementi di collegamento di tutti i Paesi contributori sono affluiti a Shape per un coinvolgimento, quanto mai opportuno, nella pianificazione e nella gestione delle varie Ifor, Sfor, Kfor, per citare solo le operazioni maggiori. L’auspicio comune è che l’intelligente iniziativa italiana di ricomposizione trovi positivo riscontro. In caso contrario si concretizzerebbe uno scenario assai poco desiderabile di un’Unione europea spaccata in due: da un lato coloro che credono nell’atlantismo come in un vincolo culturale e di principi, prima ancora che economico e di convenienza, dall’altro chi ha goduto per decenni di una tranquilla rendita di posizione, sfruttando utilitaristicamente una situazione strategica di confronto di blocchi, per rivendicare oggi atteggiamenti sterilmente polemici, oltre che velleitari nei fatti.