In uno scenario caratterizzato dalla stagnazione della crescita economica europea, e nell’ambito dei vincoli imposti dai parametri di Maastricht, la Ue sempre più sollecita i Paesi membri su tematiche riguardanti la difesa e la sicurezza. Qual è l’ordine di priorità che il ministero dell’Economia e delle Finanze attribuisce a queste tematiche, considerata la posizione strategica dell’Italia come frontiera europea? In più di un’occasione, sia come economista che come viceministro, ho avuto modo di ricordare che l’invidiabile Welfare State creato in Europa nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale è stato possibile grazie anche alla «guerra fredda». In quegli anni (in cui i costosissimi arsenali nucleari erano il principale fattore di deterrenza) quasi tutti i Paesi europei hanno avuto l’opportunità di lasciare ad altri, e in particolare agli Stati Uniti, il maggior onere della spesa per la sicurezza e la difesa. Le uniche due eccezioni sono rappresentate dalla Gran Bretagna e, solo successivamente, dalla Francia con il suo programma della force de frappe. Ma difesa e sicurezza sono compiti che costituiscono parte integrante del concetto stesso della sovranità statuale e che ora l’Europa deve tornare ad assumersi. Il crollo del Muro ha segnato la fine della guerra fredda e, per fortuna, anche la scomparsa del pericolo nucleare - almeno nel Vecchio Continente. Ma purtroppo i rischi di conflitti di tipo più convenzionale permangono e, addirittura, sono diventati ancor più consistenti. Dall’ex Jugoslavia al Medio Oriente, le cronache di quest’ultimo decennio non lasciano margine per eccessi di ottimismo. E c’è un dato nuovo di cui occorre tenere conto: anche i Paesi non direttamente coinvolti nelle ostilità devono tenersi pronti per interventi di pacificazione. Questo comporta una precisa scelta politica e, soprattutto, la disponibilità a fronteggiare le spese necessarie a organizzare un futuro sistema di difesa integrato europeo. Vero è che di quando in quando le istituzioni dell’Unione europea sollecitano i governi membri a prendere una decisione su questo tema, ma la difesa rimane, allo stato attuale, un capitolo non prioritario nell’agenda di Bruxelles. Questo governo sta dando una sempre maggiore priorità al tema della sicurezza, sia dal punto di vista delle minacce del terrorismo internazionale, che trovano l’Italia in una posizione particolarmente esposta, che della partecipazione del nostro Paese alle operazioni internazionali di polizia e peacekeeping, dai Balcani, passando per l’Iraq, fino in Afghanistan. Chi avrebbe mai pensato, alla fine della guerra fredda nei primi anni Novanta, che nell’arco di poco più di un decennio gli Alpini sarebbero finiti alle pendici dell’Hindu Kush?
Ritiene che la ridotta entità dei bilanci della difesa possa influenzare il ruolo e il rango dell’Italia nella Nato e nell’Unione europea? In effetti, l’Italia si trova all’ultimo posto in Europa nella graduatoria della spesa militare. Nonostante la nostra partecipazione in forze alle operazioni internazionali, noi investiamo nella difesa appena l’1,05% del prodotto interno lordo, appena un terzo di quello che spendono la Gran Bretagna e la Francia, circa il 3% del Pil, per non parlare degli Stati Uniti, dove il Pentagono assorbe il 3,5% della ricchezza nazionale americana. In questo settore siamo indietro persino della Germania, un Paese dove fino a pochi anni fa vigeva il divieto costituzionale dell’utilizzo delle proprie truppe al di fuori del territorio nazionale. Sicuramente, la scarsa entità delle risorse per la difesa costituisce un problema al quale siamo finora riusciti a fare fronte soprattutto grazie all’impegno e alla professionalità delle nostre Forze armate. Il tema della sicurezza europea e atlantica va però affrontato in un contesto europeo. Ormai anche le nazioni tradizionalmente più attive in questo settore - Gran Bretagna e Francia - si rendono conto di non poter più contare esclusivamente sulle loro forze. Un importante segnale in questo senso ci viene dalla Polonia, che ha assunto un ruolo di grande responsabilità nelle operazioni in Iraq.
Che cosa pensa della proposta - avanzata fra gli altri dal ministro Martino - di non considerare le spese di investimento (ricerca e sviluppo, e approvvigionamenti) nel plafond da non superare nel Patto di stabilità? Il ministro della Difesa è un economista di tutto rispetto e ha fatto una proposta sensata, coerente e teoricamente praticabile: facilitare gli investimenti in capitale fisico e umano nel settore della difesa, in particolare nelle spese per gli acquisti di sistemi d’arma e per l’addestramento del personale. Ma prima di tutto occorre che l’Europa si faccia un esame di coscienza: sappiamo in che cosa consiste il Patto di stabilità e crescita, ma siamo sicuri di avere bene in mente quale è l’obiettivo comune di questo Patto? Una volta che saremo riusciti a dare una risposta compiuta e comune a questa domanda, allora potremmo scoprire che la proposta avanzata da Martino e da altri suoi colleghi europei è non solo praticabile, ma anche auspicabile. O, al contrario, potremmo finire per scoprire che si tratta di una proposta inefficace o controproducente.
Il Commissario Liikaanen ha di recente sostenuto la tesi che, a fronte di un’economia europea in forte difficoltà, l’unica possibilità di rilancio è l’investimento nell’innovazione, soprattutto nelle tecnologie che hanno natura duale e che, quindi, benché sviluppate in ambito militare, possono avere importanti ricadute sul tessuto economico e sociale. Concorda con questa affermazione? La tesi di Liikaanen è ineccepibile. L’innovazione e la ricerca sono parte essenziale di ogni politica europea di rilancio dell’economia. E il settore delle tecnologie a uso duale, militare e civile, ha da sempre aperto delle prospettive particolarmente interessanti, soprattutto negli Stati Uniti, dove le ricadute nel settore civile degli investimenti del Pentagono non si contano. Ma anche in questo campo occorre uno sforzo a livello continentale, perché le risorse dei singoli Paesi europei non sono sufficienti a dare vita a un settore r&d in grado di competere con la ricerca tecnologica negli Stati Uniti. E quando dico competere non intendo sostenere che dobbiamo creare delle tecnologie alternative a quelle degli Usa, ma che dobbiamo indirizzare la ricerca in settori dove possiamo avere un vantaggio competitivo.
L’aumento del bilancio della difesa sta contribuendo alla ripresa e alla crescita dell’economia statunitense nel 2003. Pensa che lo stesso possa avvenire in Europa? Su questo punto bisogna fare molta attenzione. L’aumento del bilancio del Pentagono dall’11 settembre in poi ha sì contribuito a rilanciare la ripresa economica negli Stati Uniti, ma solo in parte; altri fattori in questo momento sembrano più rilevanti. Di converso, essa sta contribuendo anche ad ampliare vistosamente il deficit di bilancio del governo federale. L’amministrazione Bush ha chiesto al Congresso quasi 90 miliardi di dollari per far fronte alle spese dell’occupazione in Iraq, ma si teme che tale richiesta pecchi per difetto. Per quanto riguarda l’Europa, un aumento del bilancio della difesa ai livelli americani rimane improponibile per il futuro prevedibile, mentre qualche ricaduta positiva potrebbe venire da un migliore coordinamento delle politiche di spesa nel settore della sicurezza. Ma la spesa militare non può essere una panacea per la crescita.
Nel riallineamento geopolitico che sta avvenendo nel mondo e con la nuova Costituzione europea, Pesc e Pesd acquisiranno un’importanza simile a quella che ebbero euro e Schengen negli anni Novanta. Ritiene che l’Ue debba definire parametri di spesa e di capacità militari simili a quanto praticato per la moneta unica europea? Penso che di parametri, in Europa, ne abbiamo già in abbondanza. Non dobbiamo portare il dirigismo all’eccesso. Un giorno, quando avremo finalmente una politica estera e di sicurezza comune, allora si porrà il problema di valutare l’opportunità di quantificare insieme tra partner europei il livello ottimale della spesa per la difesa. Ma questa scelta dovrebbe rimanere una scelta essenzialmente politica, perché la sicurezza è un problema dinamico: per buona parte degli anni Novanta è parsa un problema distante, nonostante le guerre di devoluzione che hanno insanguinato i Balcani, mentre dall’11 settembre in poi non si fa altro che parlare di sicurezza e di terrorismo. Il problema della sicurezza si pone ora in una maniera più pressante rispetto a un decennio fa, e dovremmo approfittarne per parlarne e dare una risposta a questa semplice domanda: vogliamo affrontare insieme le sfide alla sicurezza europea, e, se sì, con quali mezzi in termini di risorse e istituzioni?
Quali possibilità esistono in Italia per aumentare le ricadute positive delle spese militari sull’economia? Quali dovrebbero essere i ruoli dei vari ministeri? Le possibilità di una ricaduta sull’economia della spesa militare sono tante e interessanti, ma a patto che si cambi radicalmente la natura della spesa militare nel nostro Paese. A causa del retaggio dell’esercito di leva, gran parte della nostra spesa militare è andata a coprire la spesa corrente per il personale – salari, uniformi, vitto, alloggio, ecc... - ma ora, con la transizione verso un modello militare più snello basato sul servizio volontario, abbiamo la possibilità di rimodulare gli investimenti verso la spesa per capitale - quindi mezzi e macchinari, infrastrutture e soprattutto ricerca e innovazione - come avviene in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Questo ci consentirà nel tempo di rendere ancora più efficaci le nostre capacità di difesa e sicurezza e di investire maggiori risorse nella ricerca tecnologica.
Come dovrebbero essere finanziati gli interventi di forze italiane all’estero? Il bilancio della difesa, come tutti i bilanci, tiene conto delle spese prevedibili, più qualche non definita contingenza eccezionale. Gradualmente, nel corso degli anni, siamo riusciti a far fronte a un drastico ampliamento del teatro operativo delle Forze armate italiane. E in tempi di ristrettezze economiche non è pensabile ampliare i bilanci per attrezzarsi a fare fronte a eventi non ipotizzabili. Oggi come oggi, sappiamo che i nostri soldati si trovano a operare in posti come i Balcani, l’Iraq e l’Afghanistan. Domani chissà. Forse sorgeranno nuovi teatri d’intervento, ma in questo caso dovremo chiedere ai nostri partner europei, in particolare ai dieci nuovi membri dell’Unione, di prepararsi ad affiancarci.
Il progetto di creazione di un’ Agenzia europea degli armamenti, promosso e sostenuto dall’Italia in questo semestre, chiamerà il nostro Paese ad armonizzare le percentuali di investimento rispetto a quelle degli altri Paesi. Oggi, l’Italia investe l’1,075% in difesa, contro il 2% della Francia e il 2,5% del Regno Unito. Possiamo in tal modo essere considerati partner affidabili e credibili sulla scena internazionale e quindi godere del giusto peso negoziale nei tavoli della politica mondiale? Questo governo si è posto l’obiettivo di aumentare la spesa per la difesa per portarla all’1,5% del Pil, nella prospettiva di un ulteriore incremento al 2% quando le condizioni economiche lo consentiranno. Si tratta di un obiettivo apparentemente limitato, ma anche ambizioso, tenuto conto della congiuntura economica nazionale e internazionale. La nostra affidabilità e credibilità come partner sullo scacchiere della sicurezza internazionale non viene certo valutata sulla base dei soldi che spendiamo, bensì sulla base del nostro impegno e della nostra efficacia nei vari teatri di operazioni. La nostra presenza in alcuni dei punti più caldi del globo ci ha finora garantito quella credibilità e quel peso che il nostro Paese merita. Ma certo non possiamo sederci sugli allori: allo stato attuale possiamo in parte intuire quali saranno le prossime sfide in materia di sicurezza e abbiamo quindi la possibilità di attrezzarci in modo adeguato per far fronte a una serie di eventualità attualmente ipotizzabili.
Come dovrebbero essere utilizzati dalle imprese italiane gli interventi di nostre forze all’estero per avvantaggiarsi nelle zone in cui i nostri soldati sono presenti? Gli altri Paesi lo fanno in modo sistematico, perché non lo facciamo anche noi? La nostra proiezione militare all’estero rappresenta un’opportunità di proiezione di tutto il sistema-Paese. I nostri soldati sono anche ambasciatori della nostra cultura, del nostro modo di vivere. Ma non possiamo operare un collegamento diretto tra la proiezione di sicurezza e la proiezione economica. Gli Usa hanno speso e continuano a spendere molti soldi in Iraq, ed è quindi comprensibile che cerchino di ricavarne qualche opportunità economica. Ma non illudiamoci e non facciamo discorsi velleitari: una cosa è conquistare un Paese e affidarne la ricostruzione alle proprie imprese, come gli americani hanno fatto in Iraq, un’altra cosa è partecipare insieme a tanti altri Paesi a operazioni di pace e polizia internazionali. In questo contesto, le possibilità di sinergie tra l’impegno militare e operatori commerciali sono alquanto più limitate. Tuttavia, questo non esclude che un’efficace partecipazione a un intervento militare internazionale possa rappresentare un prezioso biglietto da visita per le imprese italiane. Si tratta però di una questione di proiezione, non di promozione.
L’industria italiana ha effettuato recentemente una profonda ristrutturazione e integrazione in ambito euro-atlantico. Ritiene possibili ulteriori integrazioni? Quali sviluppi ritiene verosimili? Non solo le ritengo possibili, ma le ritengo anche opportune e auspicabili, se non ineluttabili. Il comparto militare-industriale italiano, come quelli di molti altri partner europei, ha dimensioni troppo ridotte per poter competere efficacemente da solo sul mercato internazionale. Ed è inutile continuare con le produzioni a basso input di tecnologia, produzioni che possono essere efficacemente replicate da altri Paesi con condizioni di costi più vantaggiose delle nostre, mentre occorre puntare sui nuovi sistemi d’arma, sulla ricerca nel campo della sicurezza. Finmeccanica non ha nulla da invidiare in questo campo a colossi come Bae Systems e Thales e gode di un grande rispetto anche oltre Atlantico. Ed è questa la strada da seguire.
Quale ruolo vede per l’Ue nella promozione dell’integrazione e nel miglioramento tecnologico dell’industria europea della difesa? L’Unione europea ha un ruolo di stimolo fondamentale in questo campo, e anche un ruolo di abbattimento dei protezionismi e delle gelosie nazionali. Integrazione e progresso tecnologico costituiscono anche dei fattori di crescita economica e di eliminazione di sprechi e di overlap di produzione. Quando l’Ue avrà una politica estera e di sicurezza comune, quando avrà un esercito comune, potrà ragionevolmente proporsi di avere, per esempio, anche un carro armato comune, i cui pezzi saranno prodotti in diversi Paesi, come avviene oggi con gli aerei del consorzio Airbus. Al contempo, sempre quel giorno, ci renderemo conto che economicamente non varrà più la pena produrre a livello nazionale le armi individuali, gli elmetti, gli scarponi anfibi ecc...
Ritiene opportuno prevedere in Italia nuove leggi speciali di finanziamento, simili alle leggi promozionali degli anni Settanta? Ritengo che nella difficile congiuntura economica attuale sia quanto mai opportuno valutare l’opportunità di nuove leggi di promozione e di finanziamento per il settore della ricerca per la difesa. Anche perché, data la lentezza dei ritorni degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo nel settore della difesa, le porte del credito normale non sempre restano aperte. A tale fine è allo studio un provvedimento straordinario per lo stanziamento di 7,5 miliardi di euro nell’arco di 10 anni a sostegno dei programmi di ammodernamento prioritari del nostro strumento militare. Ma anche questo deve essere valutato e coordinato a livello europeo, per individuare i settori e le produzioni da sostenere, perché è inutile fare delle belle pistole se poi nessuno le compra, o fare delle pistole in tutto e per tutto simili a quelle che fanno i nostri partner europei. E la logica del coordinamento europeo si impone anche perché le regole del gioco ci obbligano a impostare il ragionamento su livelli continentali: da soli gli Stati Uniti investono nella ricerca militare cinque volte di più di tutta l’Europa messa insieme.
Quale politica dovrebbe essere seguita nell’esportazione degli armamenti, in modo da facilitare l’integrazione in Europa dell’industria per la difesa italiana e non penalizzarla? L’industria militare nazionale conta circa 50mila addetti e ha un fatturato di quasi 9 mila milioni di euro, di cui il 55% è rappresentato dalle esportazioni, con un saldo commerciale attivo di circa 3.500 milioni di euro. Tra i nostri settori di punta figurano l’aerospazio, l’aeronautica, il settore navale, i sistemi d’arma, i sistemi radar e i veicoli blindati da combattimento. In alcuni di questi settori abbiamo una lunga e nobile tradizione che è stata mantenuta anche grazie alle leggi promozionali di tre decenni fa, le leggi di semplificazione degli approvvigionamenti per la difesa approvate tra il 1975 e il 1977. La strategia da seguire per le aziende italiane è quella delle alleanze a livello internazionale e questo è quanto molte stanno facendo. L’Alenia sta discutendo con l’americana Lockheed Martin una collaborazione nei progetti Eurofighter e Joint strike fighter F-35, Aermacchi partecipa al programma Eurotraining per lo sviluppo di un sistema di addestramento continentale, la joint-venture italo-britannica AgustaWestland è una realtà internazionale, Fincantieri ha sviluppato fregate lanciamissili della classe Orizzonte insieme alla francese Thales, Oto Breda fornisce cannoni navali a una cinquantina di Marine e Iveco-Oto ha avviato la produzione del leggero blindato «Puma» specializzato nelle operazioni di peace-keeping.
Gli impegni militari sono crescenti e sempre più squilibrati rispetto alle risorse. Che cosa, a suo parere, si può fare? Gli impegni militari appaiono squilibrati all’incirca di 20 miliardi di euro, perché ci troviamo solo all’inizio di una fase di transizione dal vecchio modello dell’esercito di leva al futuro esercito di professionisti. Una volta che questa transizione sarà stata completata, saremo in grado di gestire più razionalmente ed efficacemente le risorse messe a disposizione della difesa. Per esempio, la Gran Bretagna, con un esercito di 140 mila uomini, cioè un terzo degli effettivi che l’Italia aveva ai tempi dell’esercito di leva, è stata in grado di schierare 30mila uomini in Iraq, pur mantenendo un contingente nei Balcani e altre forze sparse nel mondo. E una volta migliorata la congiuntura economica nazionale e internazionale, saremo in grado anche di stanziare maggiori risorse per la difesa e sicurezza, puntando sui settori chiave che saranno man mano individuati, anche di concerto con i nostri partner europei.
Con quali fondi si potrà essere finanziare il programma Eurofighter e onorare gli impegni internazionali assunti dall’Italia? Eurofighter è un consorzio per la produzione di un nuovo caccia europeo cui l’Italia, attraverso l’Alenia, partecipa insieme a Gran Bretagna, Germania e Spagna. Il nostro Paese si è a suo tempo impegnato a investire nel progetto poco più di 8 mila milioni di euro tra il 1998 e il 2006, ordinando 121 velivoli su una produzione iniziale di 620. L’impegno è cospicuo, pari a 800 milioni di euro l’anno, non pochi in questi tempi di vacche magre. Ma nel frattempo sono cambiate parecchie cose, compreso il governo, ed è stata presa in considerazione l’ipotesi di ridurre il nostro contributo al progetto, almeno in questa fase. Sono allo studio ipotesi alternative e temporanee vantaggiose: come l’acquisto in leasing dei caccia americani F-16 per rimpiazzare i vecchi e gloriosi F-104 Starfighter, o una partecipazione al progetto anglo-americano del Joint strike fighter. E c’è chi sostiene che il progetto Eurofighter, che risale a 30 anni fa, rischia di nascere tecnologicamente obsoleto: forse non è un caso che il primo esemplare di Eurofighter, il Typhoon, collaudato senza armamenti per la prima volta in Italia nel 2002, aveva la sigla EF-2000. In tempi di ristrettezze di bilancio come quelli attuali, occorre valutare attentamente come vengono spesi i soldi del contribuente, ed evitare sprechi e spese inutili.