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Italia, ecco l’esercito che ti serve

RISK
di Carlo Jean
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 Con la fine della guerra fredda e i mutamenti avvenuti nella politica americana e nei rapporti transatlantici dopo l’11 settembre, il periodo dell’ «innocenza strategica» e della rendita di posizione dell’Italia e dell’Europa è terminato. A dominare è l’incertezza, dovuta all’emergere di nuovi rischi, come il terrorismo e la proliferazione, nonché all’imprevedibilità delle decisioni degli Stati Uniti. Il «posto al sole» non è più garantito dall’importanza geopolitica e dall’appartenenza ad alleanze permanenti; deve essere invece costantemente conquistato, con la partecipazione alle coalizioni «a geometria e geografia variabile» che caratterizzano l’inizio del Ventunesimo secolo, così come le alleanze permanenti lo erano state a partire dal secondo dopoguerra. Fattori determinanti per il rango di ogni Paese sono non soltanto le capacità propriamente militari, ma anche quelle politico-istituzionali e decisionali, e la tenuta psicologica dell’opinione pubblica. Anche disponendo delle forze armate più potenti del mondo, se la classe politica non è in grado di deciderne l’impiego si verifica un inutile spreco di risorse. Le strutture del sistema politico e l’adeguatezza di quello istituzionale, al pari delle ambizioni geopolitiche, degli interessi nazionali, delle esigenze geostrategiche e delle risorse finanziarie, tecnologiche e umane disponibili sono quindi rilevanti per la pianificazione delle forze armate e, ancora più a monte, per la strategia di sicurezza nazionale, parte integrale della politica governativa. Questo articolo si propone di esaminare quale sia per l’Italia il peso di ciascuno dei fattori menzionati, e se l’attuale pianificazione delle forze armate tiene conto dei loro condizionamenti. Le due grandi scelte fatte dopo la sconfitta nella seconda guerra mondiale – quella europea e quella atlantica – mantengono piena validità per l’Italia come per gli altri Paesi europei. Nel periodo della guerra fredda le due scelte erano coerenti e complementari. Ciò valeva anche per la Francia, nonostante la retorica – o piuttosto il folclore - di parte della sua politica estera, influenzata dalle tradizioni giacobino-golliste. Dopo la fine delle guerra fredda, specie in occasione del conflitto in Iraq, si sono determinate divergenze e incompatibilità fra le due scelte. Ne sono risultate indebolite tanto la Nato quanto la Pesc e la Pesd. L’alleanza con gli Stati Uniti e con i Paesi «atlantici» europei – dalla Gran Bretagna alla Spagna – ha comportato per il governo italiano momenti difficili, anche per la posizione assunta dalla Chiesa Cattolica, la cui influenza in Italia non può essere trascurata da nessun politico. Tutti o quasi i parlamentari sono diventati «candelieri» - espressione russa riferita ai membri della vecchia nomenclatura sovietica che si fanno propaganda elettorale facendosi fotografare con il cero in mano, mentre seguono compunti le cerimonie religiose ortodosse.
Le ambizioni italiane in Europa mirano a far parte del gruppo di testa delle grandi nazioni europee, cioè del «direttorio» che è determinato di fatto dal «peso» di ciascun Paese nelle decisioni e dall’assunzione di responsabilità comuni europee. Nel mondo turbolento in cui viviamo, è inevitabile che l’Europa in generale, e l’Italia in particolare, dovranno intervenire spesso anche militarmente. Le capacità militari potrebbero assumere negli equilibri europei lo stesso peso che negli anni Novanta ebbero la stabilità monetaria e la volontà di partecipare all’euro. L’Europa, sia chiaro, non si trasformerà né in un grande Stato né in una grande potenza globale se non per il suo soft power, e i suoi interventi militari saranno soprattutto a fini umanitari o di peacekeeping. Verranno effettuati in particolare nel continente africano sull’orlo del collasso. Nelle altre parti del mondo, consisteranno soprattutto nella continuazione con altri mezzi delle guerre decise da Washington, per trasformare in vittorie politiche i successi militari degli Stati Uniti. Non tanto l’Europa in quanto tale, ma i singoli Stati europei dovranno però essere in condizioni di partecipare anche alle fasi a più alta intensità operativa e tecnologica di tali conflitti. Verosimilmente non lo faranno nell’ambito della Nato – che non diventerà un’alleanza globale, nonostante la costituzione della «Forza di risposta», decisa al summit atlantico di Praga. I singoli Stati europei parteciperanno invece a coalizioni contingenti, costituite dagli Stati Uniti. Questi ultimi hanno bisogno di alleati, anche per ragioni di politica interna – una vulnerabilità che gli europei devono utilizzare per far valere i loro interessi e le loro politiche, evitando che l’unipolarismo americano (che non è un’opzione ma una realtà, conseguente all’enorme superiorità dell’hard power statunitense) si trasformi in un mortificante unilateralismo. Come dimostrano tutti i sondaggi, d’altronde, l’opinione pubblica americana è rimasta multilateralista. Nelle coalizioni future – che sorgeranno con la sconfitta delle tendenze unilateraliste rafforzatesi nel Pentagono a seguito delle esperienze della «guerra per comitato», come nel Kosovo – si potrà contare soltanto se la partecipazione non sarà simbolica, ma si riferirà a qualche «nicchia» di capacità militari, in cui gli americani siano carenti o che considerino più delicata. Concretamente, l’invio di un centinaio di incursori o di carabinieri avrà – nel futuro prevedibile – più rilevanza dell’intervento di un’intera flotta - salvo beninteso che l’obiettivo non sia sgominare i «pirati della Malesia». L’incertezza e la complessità della situazione geopolitica del post 11 settembre hanno modificato la Nato. Come ricordato, essa non potrà trasformarsi in un’alleanza globale. Un nuovo Patto atlantico - del tipo di quello proposto da Henry Kissinger - è del tutto improbabile. Centcom, e non Shape, sarà il comando strategico che condurrà le operazioni globali degli Stati Uniti. La Nato dovrebbe quindi più realisticamente puntare a divenire un’alleanza regionale allargata, avvalendosi anche delle capacità offerte dal Consiglio Nato-Russia. Non potrà naturalmente proporsi di effettuare operazioni ad alta intensità; dovrà invece essere capace di fare qualcosa di più del semplice peacekeeping, per esempio in Iraq, nel Vicino Oriente o nel Caucaso.

L’Alleanza si collocherebbe quindi a metà strada fra le coalizioni a geometria variabile, destinate alla guerra vera sotto il comando del Centcom, e gli interventi più soft affidati all’Unione europea. Questi ultimi dovrebbero essere diretti secondo il principio della «nazione guida», senza creare inutili orpelli burocratici - tentazione di ogni organizzazione internazionale, ma per la quali l’Ue ha dimostrato di possedere una fantasia non solo costosa, ma anche paralizzante. Pur svolgendo tale ruolo essenziale per la stabilità dell’Europa centro-orientale e fungendo da ponte nei confronti della Federazione russa, l’Alleanza non agirà in quanto tale, ma come serbatoio di forze interoperabili per coalizioni a geometria variabile. Potrebbe riacquistare un ruolo autonomo – soprattutto nelle periferie dell’Europa, dal Caucaso al Medio Oriente all’Africa settentrionale – qualora assumesse in proprio la responsabilità di dirigere le operazioni post conflitto, per passare a sua volta le responsabilità del peacebuilding all’Unione europea. La creazione di questa catena – Stati Uniti, Nato e Unione europea – è il massimo che si possa realisticamente immaginare perché non solo la Nato, ma anche la Pesd mantengano una certa credibilità. La pianificazione italiana dovrebbe tener conto di tali realtà. La confortevole certezza di poter avere il suo «posto al sole» in organizzazioni multilaterali permanenti non tornerà più. Il rango dovrà essere conquistato di volta in volta. Le forze armate non avranno quindi più un valore simbolico o di prezzo per la partecipazione all’Alleanza. Potranno contribuire alla tutela degli interessi nazionali solo se i loro interventi saranno efficaci e tempestivi, ma, come si è ricordato, soprattutto se l’apporto italiano sarà considerato utile dai nostri principali alleati. Per inciso, la trasformazione delle Nato di cui si è parlato potrebbe essere realizzata attribuendo a un europeo la carica di Saceur e a un americano quella di segretario generale. Quest’ultimo dovrebbe coordinarsi costantemente con il ministro degli Esteri europeo che secondo la Convenzione dovrebbe dirigere anche le operazioni militari dell’Unione e raccordare la sua difesa interna (Homeland security) con quella esterna. Per divenire operativa, la Nato dovrebbe inoltre modificare i suoi meccanismi decisionali, oggi basati sul consenso unanime, adottando quanto meno il principio dell’astensione costruttiva seguito dall’Ue.

Pesc e Pesd potrebbero poi accrescere la loro credibilità rafforzando i rapporti dell’Ue con Mosca. Un accordo al riguardo darebbe sostanza alla volontà espressa dal governo italiano di integrare progressivamente la Russia in Europa, e potrebbe materializzarsi non tanto nella costituzione di un Consiglio Pesd-Russia, simile a quello della Nato, quanto nell’assunzione di iniziative concrete di stabilizzazione di «punti caldi», come la Moldavia o il Nagorno-Karabakh. Un altro settore in cui l’inizio di concrete collaborazioni conferirebbe credibilità alla proposta italiana è quello delle industrie degli armamenti e, più in generale, di tutte quelle ad alta tecnologia. In sostanza, le capacità operative da realizzarsi da parte delle forze armate italiane nell’ambito delle limitate risorse finanziarie disponibili dovrebbero corrispondere a concetti del tipo:
- bilateralismo di nicchia, per quanto riguarda la cooperazione con gli Stati Uniti e la Nato, con un’aliquota di forze ad alta tecnologia, in particolare con contingenti terrestri equipaggiati e addestrati per condurre operazioni secondo la dottrina della Network centric warfare;
- specializzazione in un peacekeeping rinforzato, soprattutto in ambito Nato;
- specializzazione in un peacekeeping «leggero», in ambito europeo;
- predisposizione di un’efficace sicurezza per territorio nazionale, incluso un sistema integrato per il controllo dei traffici illeciti nel Mediterraneo.
Come prima accennato, la scelta delle capacità dipende non solo dall’entità delle risorse disponibili, ma anche dalla capacità di impiegare tali capacità. D’altronde, realisticamente, le risorse per la difesa saranno aumentate nel nostro Paese solo se esisterà una domanda politico-sociale al riguardo derivata dalla persuasione della loro utilità. Tali condizioni potranno verificarsi in due casi. In primo luogo, qualora l’Italia fosse colpita da qualche missile, anche con testata convenzionale, o da attacchi mega-terroristici. È l’ipotesi rinunciataria della fatalistica attesa che un evento esterno convinca gli italiani della necessità di disporre di una forza militare efficace. Il secondo è volontaristico, ma sicuramente molto più difficile e impegnativo. Si tratta di riuscire a convincere l’opinione pubblica delle ragioni per cui le forze armate servono, nonché a rendere consapevoli gli italiani delle motivazioni alla base delle scelte, e dei rendimenti marginali di aumenti di bilancio della difesa. Se si privilegiano capacità non essenziali, tuttavia, è irrealistico pensare di poter ottenere il consenso necessario per gli incrementi di bilancio necessari, al di là di ogni doléance sulle percentuali di Pil dedicati alla difesa, spesso derivate da sapienti sforzi di contabilità creativa, di cui sono specialisti gli Stati maggiori di tutto il mondo. Senza esercizi del tipo della Quadrennial defense review americana e della Options for change britannica, si rimarrà sempre nel vago, e ci si accorgerà con stupore di possedere poderosi sistemi d’arma, ma di non avere i giubbetti antiproiettile per i peacekeepers. Si tratta di sottoporre a indagini critiche approfondite le scelte degli Stati Maggiori e di promuovere lo sviluppo di una cultura militare nel nostro Paese. Le tecnostrutture perderanno prevedibilmente la loro attuale tranquillità, ma nel lungo periodo il Paese e le stesse forze armate ne trarranno giovamento.

La cultura militare è ai minimi termini in Italia. Lo è anche la professionalità delle burocrazie militari, diplomatiche, ecc., abituate a improvvisare a causa della mancanza di una pianificazione centralizzata che definisca interessi, strategie e politiche. Il CeMiSS ha cercato di suscitare una cultura militare e produrre analisi pregevoli, anche se evidentemente limitate dalla sua collocazione nelle strutture gerarchiche della difesa. In pratica, non può parlar male di Garibaldi, ovvero dei miserrimi «libri bianchi» della difesa - un insieme di banalità scritte in un italiano alquanto approssimativo, con l’aggravante che non vengono presi sul serio neppure all’interno delle forze armate. Tradizionalmente, esse considerano la cultura un lusso inutile e forse anche un po’ pericoloso, poiché stimola dubbi sulle intuizioni dei «grandi capi». Forse l’unico modo per migliorare la situazione in tempi ragionevoli consiste nel dare a ciascun parlamentare delle commissioni Difesa ed Esteri un assistente tecnico, e di stimolare una competizione fra di essi, come avviene nel Congresso e nel Senato degli Stati Uniti. L’Italia non è però l’America. L’Accademia tende a esservi Arcadia. Si rischierebbe che gli assistenti tecnici vengano scelti fra i nipoti e i «portaborse». Vale però la pena tentare, anche perché non esiste altra via per superare l’attuale situazione. Senza un miglioramento della competitività culturale e propositiva del nostro Paese, sia all’interno che in campo internazionale, saremo destinati alla marginalizzazione, quando non al ridicolo. Anche la proposta di redigere una Enciclopedia militare – come è storicamente avvenuto in tutti i Paesi che hanno fatto seriamente riforme militari – è da anni invischiata nelle pastoie burocratiche. A parte quello culturale, il problema fondamentale è decisionale e politico. Occorre essere in condizioni di decidere, di farlo rapidamente, e di onorare poi le scelte fatte. Determinanti, al riguardo, sono le strutture politiche e istituzionali. Su queste ultime è inutile insistere: manca in Italia un Consiglio nazionale di sicurezza che sappia prendere scelte strategiche e coordinare i vari ministeri. Quello che è avvenuto per l’intervento in Afghanistan di fine 2001, o per l’A400M, è indicativo della situazione esistente. Ma il vero problema riguarda le strutture del sistema politico. Durante la guerra fredda, le forze politiche italiane si situavano lungo una «linea»: vi erano una maggioranza e un’opposizione, con una separazione sufficientemente netta. Esse erano capaci di mantenere la disciplina nel rispettivo campo. Oggi, invece, esse si collocano lungo un cerchio: gli estremi si toccano, e la circonferenza è inoltre piena di buchi. In Albania e in Kosovo siamo andati con maggioranze diverse da quelle di governo; siamo andati a Timor Est, ma non in Iraq, lasciando che Spagna e Polonia riscuotessero gran parte dei dividendi delle iniziative assunte dal nostro governo. Vi sono giustificazioni più che valide a tutto questo. Basti pensare all’anti-americanismo di buona parte della base cattolica, che non ritrova gli accenti nazionali usati da Padre Messineo nel 1944 sulla «Civiltà Cattolica», ma corre dietro ai vari movimenti antioccidentali, antiglobalizzazione e anticapitalisti e che sta subendo una deriva populista, inseguendo le sfrenate fantasie delle più radicali frange ecologiste, come nel caso dei rifiuti urbani o di quelli nucleari. Le parti più avvedute del clero si rendono conto che tale comportamento accelererà la decadenza nazionale - la quale verrà prima o poi addebitata anche alla Chiesa, provocando imprevedibili reazioni - ma sono per ora minoritarie. La frammentazione è accentuata dal fatto che gli interventi militari non sono più un’obbligazione politica, ma un semplice optional e che quindi costituiscono terreno di lotta politica interna.

Pessimismo e realismo convengono nel ritenere che tale situazione sia destinata a durare. Se così è, si dovrebbe valutare come tale situazione influisca sulle priorità della pianificazione militare. Una risposta «a caldo» potrebbe essere che convenga investire sulle capacità militari che si vedono – per esempio sulle navi – indipendentemente quindi dalla loro reale utilità operativa, oppure limitarsi al variegato folclore, manifestatosi nella recente sfilata militare del due giugno. Nulla di male, per carità. Se però si vuole trasformare il ministero della Difesa in una succursale della Croce rossa internazionale occorre farlo fino in fondo e soprattutto puntare sul fatto che le nostre crocerossine e le nostre Ong siano le migliori del mondo. Bisogna però, onestamente, riconoscere che in tal modo anziché protagonisti possiamo tutt’al più essere anonimi componenti del coro di una tragedia greca, che commenta quanto fanno gli eroi, cioè la capacità e la volontà di influire sul futuro.
Molto si parla di integrazione interforze. Essa viene data per realizzata, ma non è per nulla così. Un indicatore serio al riguardo è rappresentato dalle potenzialità di carriera dei quadri intermedi degli organismi interforze – in pratica dello Stato maggiore della Difesa e della segreteria generale/direzione nazionale degli armamenti - rispetto a quelli appartenenti agli organismi di vertice di forza armata. L’impiego e l’avanzamento del personale sono rimasti nelle mani degli Stati maggiori. Se gli organismi interforze danno fastidio, basta tagliare loro il personale o, alla prima commissione d’avanzamento, «bastonare» coloro che non si sono allineati alle direttive della forza armata di appartenenza. In una situazione frammentata come quella italiana, forse non v’è rimedio. C’è anche chi sostiene che quella esistente è la migliore delle soluzioni realisticamente possibili. Almeno qualcosa – cioè le singole forze armate – infatti tiene. Le scelte, naturalmente, risentono delle preferenze e dello spirito di corpo di ciascuna arma.

La nota aggiuntiva al bilancio della difesa non ha nulla a che vedere con la Quadrennial defense review e con le valutazioni approfondite fatte al suo riguardo al Congresso e al Senato degli Stati Uniti, nonché all’Office of technological assessment, a quello del management and budget e ai numerosi centri e istituiti specializzati, dotati dei migliori esperti strategici mondiali. In Italia, coloro che esprimono qualche dubbio sulla ragionevolezza delle scelte fatte vengono guardati con compatimento e un po’ d’imbarazzo, come cantanti stonati in un coro, o come persone che non sanno comportarsi bene in società. È nella tradizione di tutti i Paesi che i militari si lamentino dei ministri finanziari e, più in generale, dei politici, nonché della carenza delle risorse. Esse sono spesso valutate soprattutto in percentuali di bilancio e del Pil, senza andare molto per il sottile su come i fondi vengano spesi, quali capacità operative siano prodotte e se esse siano veramente utili al Paese. Generalmente si segue l’approccio per cui quello che è utile all’esercito (o alle sue fantasie) è utile al Paese. C’è da chiedersi invece se ciò sia proprio vero, e perché si preferiscano le fregate antisommergibili agli aerei da trasporto, o perché le prime (preciso che non ho nulla di particolare contro le fregate) debbano costare molto di più in Italia che in Francia. La «furia» anti-coscrizione obbligatoria (forse piuttosto la voglia di chiedere scusa ai giovani per il debito che lasciamo sulle loro spalle in nome della sacrosanta «solidarietà», o l’autogiustificazione dei molti parlamentari che si sono ben guardati dal prestare servizio al Paese), non ha fatto considerare neppure lontanamente la possibilità di mantenere una sorta di «guardia nazionale». Essa è invece indispensabile per una seria difesa civile e – mi sia consentita un po’ di nostalgia per il corpo degli Alpini – per mantenere un istituto che, tutto sommato, ha contribuito alla formazione della nazione italiana. Si è preferito invece gonfiare a dismisura i corpi di polizia. Anch’essi dovrebbero essere sottoposti ad approfondite indagini costo-efficacia. Le capacità militari prioritarie sono individuabili solo facendo riferimento a scenari d’impiego della forza, approccio che però è rifiutato dalla nostra cultura. Nonostante la guerra sia tornata anche nelle periferie dell’Europa, l’Italia deve fare ancora pace con l’uso della forza. Chi cerca di parlarne è considerato un pericoloso guerrafondaio - come se un sacerdote che parli di peccato fosse un adoratore del diavolo.
Le carenze della cultura politico-strategica e militare in Italia, assieme alle scarse capacità decisionali, limitano notevolmente il campo d’azione. In questo quadro, tutto sommato, il contenimento dei bilanci della difesa o il fatto che i fondi vengano centellinati di volta in volta per coprire esigenze contingenti, come quelle per gli interventi all’estero, è giustificato. D’altronde, mettiamoci nei panni dei contribuenti: non siamo intervenuti con forze terrestri nella prima guerra del Golfo; non abbiamo partecipato alla forza di reazione rapida franco-britannica schierata nel 1995 sul Monte Igman sopra Sarajevo; siano intervenuti solo in ritardo in Afghanistan. Poiché le forze armate non servono a far parate, ma a essere impiegate, è naturale che molti si domandino quindi quale sia la loro utilità. Le buone prestazioni delle nostre unità in Libano, Somalia, Mozambico, Albania e in altre regioni, ancora non sono sufficienti a modificare la sensazione di una loro scarsa utilità. La retorica del «buon soldato di pace» è solo consolatoria, e maschera quella che è una realtà ritornata pienamente attuale: i soldati servono per combattere. Se non li si fa combattere, meglio dedicare ad altri scopi i fondi della difesa. Le forze armate italiane conoscono una fase di profonda trasformazione: da organismo destinato alla difesa territoriale, a uno destinato alle proiezioni di potenza. Sicuramente molti passi in avanti sono stati fatti, ma non abbastanza. Per la difesa delle posizioni di confine durante la guerra fredda non era indispensabile un elevato grado di interoperabilità con le forze alleate. Per gli interventi esterni essa è invece necessaria. Le forze armate italiane continuano a dare priorità alla componente a sofisticazione intermedia. Pertanto, l’interoperabilità non solo con quelle americane, ma anche con quelle francesi e britanniche sta diminuendo rapidamente. È un fatto che non si verifica solo in Italia, ma anche in altri Paesi europei, come la Germania. «Mal comune», però, in questo caso non è «mezzo gaudio». L’esistenza di forze di Polizia particolarmente numerose assorbe la parte migliore del gettito del reclutamento volontario.

Gli elementi più dotati non sono attratti dall’Esercito, che richiede invece le qualità psico-fisiche migliori, soprattutto nelle forze speciali e in quella di fanteria. La principale carenza dell’Esercito riguarda il livello addestrativo, insufficiente per le operazioni ad alta intensità e ad alta tecnologia. Le unità non sono quindi impiegabili rapidamente, come richiedono le attuali esigenze strategico-operative. Migliore è sicuramente la situazione complessiva dell’Aeronautica, e soprattutto quella della Marina. Quest’ultima è caratterizzata, come l’arma dei Carabinieri, da una forte coesione interna, fattore degno di ogni rispetto e fondamentale per l’efficienza operativa, ma che con la sua forza rischia oggi di portare l’intera difesa, è il caso di dire, «in alto mare».
Il livello intermedio delle forze armate italiane consente di effettuare operazioni di mantenimento della pace, anche se per quelle a più forte impegno, come l’intervento in Afghanistan nell’operazione Enduring freedom, si palesano carenze. È però sovradimensionato per la gamma più bassa delle «missioni di Petersberg» - cioè per il peacekeeping leggero e per gli interventi umanitari - mentre non consentirebbe di partecipare a interventi ad alta intensità operativa e tecnologica. Ciò implica per l’Europa e per l’Italia l’elaborazione di una dottrina strategica compatibile con la National security strategy americana, che cioè la completi e l’accompagni, anche nel suo aspetto più discusso e controverso - la previsione di guerra preventiva. Il documento sulla «strategia globale dell’Ue», presentato al summit europeo di Salonicco dall’Alto rappresentante per la Pesc e la Pesd - lo spagnolo Javier Solana - risponde solo parzialmente a tali esigenze. Individua nella proliferazione di armi di distruzione di massa la principale minaccia per la sicurezza europea, non esclude l’impiego della forza militare in operazioni su larga scala contro il terrorismo transnazionale, ma rimane legata al bizzarro e antistorico concetto dell’Europa come «potenza civile» e alla subordinazione dell’impiego delle forze europee a mandati del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’occasione sarebbe stata invece buona per legittimare un ruolo dell’Ue (simile in questo a quanto praticato dalla Nato nella crisi del Kosovo) come organizzazione regionale di sicurezza, ai sensi del capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite, e di proporre modifiche a quest’ultima che legittimino le organizzazioni regionali di Stati democratici a impiegare la forza sui loro territori e nelle loro immediate periferie. Tra l’altro sarebbe l’unico modo per evitare che l’Onu faccia la fine della Società delle Nazioni – prospettiva inevitabile qualora dovesse continuare la polemica francese nei riguardi degli Stati Uniti, la cui natura anti-europea - più che antiamericana - è stata brillantemente argomentatata da Pierre Hassner in un recente numero della rivista «Aspenia». Dovrebbe altresì essere richiamata la possibilità che a interventi dell’Ue partecipino, oltre agli Stati associati, anche i membri balcanici e mediterranei del «Patto di stabilità per l’Europa Sud-orientale» e del «Processo di Barcellona». Tali due estensioni hanno particolare importanza per l’Italia, poiché potrebbero contribuire alla stabilizzazione delle sue due periferie, anticipando nel campo della sicurezza la loro progressiva inclusione non solo nell’area economica, ma anche in quella di sicurezza europea.

Le capacità operative necessarie all’Italia non possono essere individuate con un processo «top-down» - partendo cioè dalle ambizioni di essere alla pari con le altre tre grandi potenze europee, il che non sarebbe evidentemente possibile nemmeno con aumenti dei bilanci della difesa – bensì con un approccio «bottom-up», che tenga conto della situazione esistente, dei tempi necessari per una trasformazione e dell’utilità presunta dell’impiego delle varie capacità militari nazionali. A parer mio, soltanto uno sforzo deciso nella modernizzazione delle forze terrestri – con la costituzione di un nucleo minimo di tre brigate capaci di essere integrate nella Network centric warfare americana, con un paio di gruppi di volo di cacciabombardieri e un gruppo navale principale (cioè incentrato su una nave tuttoponte) – potrebbe supportare le dichiarate ambizioni di un ruolo primario, altrimenti sarebbe più realistico accontentarsi di ruoli da piccola potenza europea. Il nostro rango potrebbe in tal caso essere tutelato con interventi più massicci nella fase post conflitto, attraverso lo sfruttamento delle capacità dell’Arma dei Carabinieri per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, e di quelle della Guardia di Finanza che potrebbe giocare un ruolo essenziale nell’institution building post-conflitto.

Per inciso, gli interventi delle Msu (Multinational support unit dei Carabinieri) vanno limitati a compiti semi-militari di mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, senza indulgere a tentazioni di esercitare ruoli di polizia vera e propria, anche di polizia giudiziaria, che rischiano di coprirli di ridicolo come è avvenuto in qualche stato balcanico. Per «mostrare la bandiera» si potrà sempre mandare in crociera qualche nave. Ma anche in questo caso occorre farlo seriamente e senza tentennamenti. Il divieto di bombardare imposto ai nostri aerei imbarcati e schierati sul Mar Arabico durante le operazioni in Afghanistan costituisce un episodio che verrà a lungo considerato con sarcasmo, se non con disprezzo, dai nostri alleati. Ciò dimostra quanto profonde siano le carenze culturali della classe politica in fatto non solo militare, ma anche di relazioni internazionali. Dimostra anche come le priorità teoriche della pianificazione italiana – cioè quella di rafforzare un’aliquota di forze terrestri di 12 – 15 mila combattenti di alta qualità impiegabili in combattimenti ad alta intensità e interoperabili con le forze americane – vadano verificate sotto il profilo pratico. Il loro impiego comporterà inevitabilmente delle perdite: nell’attuale situazione, ciò avrebbe ripercussioni non tanto nell’opinione pubblica, che ha sempre reagito in modo fermo e maturo alle perdite verificatesi in vari interventi, specie in Somalia, ma piuttosto nel sistema politico, per cui ogni minimo insuccesso sarebbe immediatamente strumentalizzato e alimenterebbe la già accentuata litigiosità fra le varie forze politiche. Il rischio sarebbe di conseguenza un frettoloso, disperato ritiro dei nostri contingenti, che vanificherebbe definitivamente il prestigio guadagnato con fatica in Albania e in Kosovo, e ci coprirebbe di ridicolo. Forse – ma il condizionale è d’obbligo – potremmo quindi continuare a mandare qualche nave, per avere la soddisfazione di dire all’opinione pubblica nazionale che «c’eravamo anche noi» a difendere l’Occidente contro le barbarie del terrorismo. Si dovrà però continuare ad accettare il fatto che - mancando il Cocciolone che salvò la presenza italiana nella prima guerra del Golfo – non saremo ricordati come partecipanti alle operazioni iniziali in Afghanistan, al contrario di danesi e norvegesi, che vi hanno mandato subito una ventina di soldati delle forze speciali. Il fatto che il presidente Bush, nell’autunno 2001, abbia ringraziato la Norvegia, il Belgio e la Danimarca, ma non l’Italia, non ha infatti suscitato alcun particolare commento non solo in Parlamento, ma anche sui media italiani. Eppure, l’Italia non è un Paese in decadenza, e possiede ancora le potenzialità per affermare in Europa e nel mondo i suoi interessi e i suoi valori.
 

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