
Il tracollo dell’Unione Sovietica ha inaugurato un periodo di costante miglioramento nelle relazioni tra Russia e Iran. La leadership russa ha stabilito l’obiettivo di assicurare un’amichevole vicinanza con i Paesi della Cis e un progressivo sviluppo delle relazioni con i Paesi immediatamente confinanti, incluso l’Iran. Nel corso degli anni Novanta, le relazioni politiche tra Russia e Iran hanno raggiunto un alto livello, significativamente superiore al volume degli scambi economici. Su questo sfondo, il contributo della Russia al programma di sviluppo elettronucleare iraniano ha rappresentato un importante punto di svolta nelle relazioni russo-iraniane in ambito commerciale ed economico. L’Iran ha iniziato a sviluppare progetti per la creazione di una tecnologia finalizzata all’energia nucleare con l’aiuto dell’Occidente sotto il regime dello Scià, fin dagli anni Cinquanta. Nel quadro del programma Us atom for peace, fu siglato nel 1957 un accordo fra Iran e Stati Uniti sull’uso pacifico dell’energia nucleare, mentre nel 1967 gli Usa hanno fornito all’Iran un reattore sperimentale della capacità di 5 MW, che fu reso operativo con l’aiuto di carburante fornito dagli Stati Uniti. All’epoca gli Usa non avevano nulla contro la creazione di un procedimento nucleare chiuso da parte dell’Iran, e offrirono a Teheran i mezzi necessari. In questo processo, l’Iran si pose probabilmente il duplice obiettivo di raggiungere il livello degli Stati tecnologicamente più sviluppati al mondo e di diminuire il consumo interno di idrocarburi. Si sa anche che lo Scià aveva l’ambizione di produrre armi nucleari, ma questo non era al centro della strategia nucleare di Teheran. Gli Stati Uniti, riservandosi il diritto di supervisionare il programma iraniano per l’energia nucleare, nel complesso lo guardavano con apprezzamento. Questo ridimensiona fortemente la tesi dell’attuale amministrazione americana secondo cui l’Iran non avrebbe attualmente bisogno di una centrale atomica, perché possiede riserve sufficientemente ampie di idrocarburi. L’obiezione da parte dell’Iran, precisamente quella secondo cui molti dei Paesi con le più considerevoli riserve di idrocarburi del mondo nondimeno stanno costruendo impianti per l’energia nucleare, appare più convincente. Naturalmente, il raggiungimento dell’autosufficienza nel campo dell’approvvigionamento di energia elettrica, che l’Iran invoca come obiettivo del suo programma nucleare, conduce allo sviluppo di una base scientifica per la creazione, in prospettiva, di armi atomiche, ma la tecnologia nucleare, di per sé, non può essere vista come una breccia nel regime di non-proliferazione. Anche sotto il governo dello Scià vi furono congetture da parte della stampa internazionale sull’invio di materiali nucleari all’Iran dall’estero.
In particolare, vi furono voci secondo cui nel 1967 gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente venduto all’Iran 1,2 kg di plutonio, e alla metà degli anni Settanta l’Iran avrebbe acquistato 10 kg di uranio arricchito e 25 kg di uranio naturale. Già dopo la rivoluzione islamica si parlava di acquisti di uranio in Namibia, dalla Repubblica popolare cinese e dal Sud Africa (fin dal 1976 era stato siglato un contratto per la spedizione a Teheran di mille tonnellate di U308 all’anno, e le spedizioni continuarono fino al 1989). La preistoria degli scambi nucleari russo-iraniani è ben nota. Il primo contratto per la costruzione di una centrale atomica a Bushehr è stato siglato dall’Iran con il Frg nel lontano 1974. Nel marzo del 1977 l’Iran sottoscrisse con il Frg un accordo di cooperazione nel campo della tecnologia per l’energia nucleare. Un accordo di cooperazione economica sottoscritto con la Francia nel marzo 1976 prevedeva che anche la Francia avrebbe partecipato alla costruzione di un impianto nucleare ad Ahvaz. Due unità di produzione di energia furono rese operative a Bushehr nel 1980-1981, e altre due ad Ahvaz nel 1983-1984. La rivoluzione islamica impose a questa cooperazione una battuta d’arresto. I primi anni Novanta hanno visto l’inizio di un complesso processo di negoziazione tra Iran e Russia per il completamento della costruzione dell’impianto nucleare di Bushehr. Il relativo contratto non è stato siglato che nel gennaio 1995. La firma del contratto e l’inizio dei lavori per la sua messa in applicazione suscitarono critiche taglienti da parte di Stati Uniti e Israele, che accusavano l’Iran di sviluppare armi nucleari e la Russia di essere connivente con Teheran, che probabilmente avrebbe potuto usare le centrali nucleari di Bushehr per promuovere il suo programma nucleare militare. Tuttavia, Mosca considerò queste accuse prive di fondamento, dal momento che la costruzione procedeva sotto il controllo dell’Aiea, mentre l’Iran faceva parte del Trattato sulla non proliferazione nucleare.
Va ricordato che la costruzione di impianti nucleari è stata storicamente una delle principali componenti dell’export sovietico. Con l’aiuto dell’Urss sono state costruite centrali atomiche in Finlandia, Cuba, Libia, Iraq e centri di ricerca nucleare sono stati realizzati in Libia e Corea del Nord. Malgrado il fatto che alcuni di questi fossero Stati problematici, le questioni di sicurezza furono risolte con successo, e nessun materiale proibito andò perduto nell’export verso queste nazioni. Nuovi contratti di costruzione di impianti nucleari che la Russia aveva concluso con la Repubblica popolare cinese e l’India, così come con l’Iran, furono guardati da molti politici ed esperti russi come una seria svolta nel commercio estero, dal momento che bisognava ridurre la quantità di materie prime nelle esportazioni russe. Peraltro, non tutti gli esperti erano inclini a condividere l’entusiasmo per i nuovi contratti. Come ha detto uno di loro, questi contratti di costruzione di centrali atomiche rappresentano un’inserimento diretto dei potenziali rivali della Russia - capaci di formare un’alleanza estremamente pericolosa - nel potere nucleare. Vi fu un’altra straordinaria svolta nella dibattito russo sul tema della cooperazione nucleare con l’Iran. Sviluppando il settore nucleare, Teheran si sforza di conservare le sue risorse di petrolio e gas, e di incrementarne appropriatamente le esportazioni. Accresciute esportazioni di gas e petrolio dall’Iran, però, sono in diretto contrasto con gli interessi della Russia. Una competizione particolarmente forte tra Russia e Iran, ritengono alcuni esperti, potrebbe sorgere in prospettiva dai mercati di gas della Cis. In ogni caso, il governo russo non ha considerato questa competizione come un fattore che potrebbe avere conseguenze sul destino del progetto di Bushehr. Molti esperti russi, governativi e non governativi, sostengono che l’impianto nucleare a Bushehr non aiuterà in nessun modo l’Iran a sviluppare armi nucleari, qualora esso avesse questa intenzione. Ma esiste anche un altro punto di vista. «Non ci si può sottrarre al sospetto», ha rimarcato un esperto russo, «che l’affare concluso sia un contributo fondamentale al programma nucleare iraniano», programma che se non è attuale (ci sono basi per dubitare della sua esistenza), quantomeno può essere futuro, e potrebbe prendere forma via via che si creala base tecnologica e professionale, associata con l’uso dell’atomo ancora «pacifico».
La Russia è stata anche accusata di insufficienti controlli sull’esportazione di materiali, tecnologia e conoscenze verso l’Iran. Gli Stati Uniti, come è noto, hanno imposto sanzioni a un certo numero di imprese russe. Il primo ministro russo per l’Energia atomica, Yevgeni Adamov, si è recentemente espresso sul presunto trasferimento di tecnologie proibite da imprese del ministero. Nel dicembre 2000, l’ufficio del procuratore generale ha intrapreso un’azione al riguardo, ma dopo sei mesi ha chiuso il caso, non avendo trovato alcuna prova nelle azioni ufficiali (il ministro stesso è stato convocato come testimone nel caso). Era sotto Adamov che la costruzione della centrale atomica di Bushehr fu iniziata. Secondo quanto affermato da Adamov, il progresso nucleare sotto la sua direzione «ha suscitato preoccupazione negli Stati Uniti, perché non vogliono una forte industria atomica in Russia». Gli americani hanno imposto sanzioni contro un istituto di progettazione inizialmente diretto da Adamov, ma esso non era impegnato in alcun progetto di costruzione in Iran. Le sanzioni degli Stati Uniti, ha affermato l’ex ministro, erano in realtà finalizzate «a colpire lui come ministro di successo». Serie discussioni hanno riguardato il problema del possibile arricchimento di uranio in Iran. Come si è detto più sopra, l’Iran in passato ha ricevuto dell’U308. Esso doveva essere arricchito con «uranio UF16» in un impianto che si pensava dovesse essere costruito presso il centro di ricerche nucleari di Isfahan da specialisti della Repubblica popolare cinese, della qual cosa l’Iran informò l’Aiea, ma nel 1997 l’affare fu annullato dai cinesi. La disponibilità di uranio concentrato di per sé è chiaramente insufficiente a creare una carica atomica, è necessario il suo arricchimento. Secondo la maggior parte degli esperti russi non ci sono elementi convincenti per dimostrare che l’Iran intendesse arricchire l’uranio fino al livello necessario per essere usato come carica nucleare. Anche se i dati pubblicati sulle forniture di materiali nucleari all’Iran sono difficili da verificare. Se le autorità iraniane hanno intenzione di procedere gradualmente alla creazione di armi nucleari o se desiderano soltanto sviluppare la ricerca scientifica nucleare non è noto, ma il governo russo non ha avuto né la volontà né l’intenzione di aiutare Teheran a diventare una potenza nucleare, rompendo gli impegni intrapresi sia da Teheran sia da Mosca.
La Russia non ha interesse a che un’altra potenza nucleare emerga vicino ai suoi confini, perché ciò costituirebbe una minaccia diretta alla sua sicurezza. L’unica conclusione che può essere raggiunta è che l’Iran ha rivelato il desiderio di comprare determinate tecnologie dalla Russia. Per parte sua, il governo russo, in risposta a forti pressioni da Washington, ha reso significativamente più restrittivi i controlli sull’export. Ci sono casi in cui è stato vietato l’adempimento di contratti già firmati, che hanno superato il controllo iniziale. Per esempio, i contratti stipulati dal Centro scientifico e tecnico russo per le microtecnologie con l’università di Teheran per il rifornimento di apparecchiature laser sono stati vietati a causa della violazione della procedura di esportazione delle tecnologie «a uso duale». Nel processo, gli stessi esperti di questo centro hanno confermato che questa apparecchiatura è inadatta alla separazione degli isotopi pesanti. La Russia parte dal presupposto che l’assenza degli elementi di base di una catena tecnologica per la creazione di armi nucleari basate su uranio arricchito o plutonio pronto per armamenti darà all’Iran scarse possibilità di produrre armi nucleari nei prossimi anni. A parte questo, come ritiene uno dei principali esperti in questa materia, persino «l’acquisizione da parte dell’Iran delle capacità di arricchimento dell’uranio attraverso l’uso di tecnologia ultracentrifuga sulla base di propri progetti con relativa comunicazione all’Aiea non può essere legalmente considerato un’indicazione dell’esistenza dell’intenzione di produrre armi nucleari». La Russia inoltre sostiene che esercitare una pressione forte sull’Iran usando o minacciando l’uso della forza, sanzioni economiche e tentativi di isolamento internazionale può soltanto radicalizzare il regime e spingerlo a sviluppare un programma per creare forze di deterrenza nucleare. Anche adesso l’Iran considera la situazione lungo il perimetro dei suoi confini come carica di minacce per la sua sicurezza. Anche se, come è stato detto precedentemente, ci sono determinate premesse per la creazione di armi nucleari in Iran, esse sono insufficienti per essere assolutamente certi che abbia un programma segreto per svilupparle.
La Russia ritiene che la cooperazione con l’Iran nel campo dell’energia nucleare in condizioni di stretta osservanza degli impegni internazionali assunti nei trattati firmati da entrambe le parti e perfino con l’aggiunta di ulteriori impegni (come il ritorno del combustibile consumato in Russia e la sottoscrizione di un Protocollo supplementare da parte dell’Iran) contribuirà ad acquietare le apprensioni di Teheran sull’ «ambiente ostile» e sosterrà il commercio russo-iraniano e i legami economici, per non parlare dei benefici economici per le imprese russe. Ciononostante, Mosca sta facendo del suo meglio per non esacerbare le sue divergenze con Washington rispetto all’Iran. Come conseguenza del summit Russia-Stati Uniti a San Pietroburgo, la Russia ha raggiunto una sorta di accordo con gli Stati Uniti sulla questione dell’Iran. Sembra che Putin abbia risposto positivamente alle preoccupazioni del presidente Bush riguardo il possibile acquisto di armi atomiche da parte dell’Iran, fornendo garanzie supplementari sul fatto che la cooperazione russo-iraniana nel campo dell’energia nucleare non sarà usata per scopi militari. La risposta della Russia è stata confermata alla riunione del vertice del G8 a Evian. Essa comprende due punti importanti. Il primo è un protocollo bilaterale che sarà firmato da Russia e Iran, in base al quale il combustibile consumato sarà riportato in Russia, eliminando ogni possibilità che sia elaborato e utilizzato per scopi diversi dalla generazione di energia elettrica e di riscaldamento. Il secondo punto consiste nel verificare l’assenza di qualunque sorta di programma nucleare militare in Iran attraverso le ispezioni dell’Aiea. La cooperazione russo-iraniana a Bushehr continuerà soltanto sulla base di queste premesse. Ma allo stesso tempo, la Russia è pronta e determinata a proseguire questa cooperazione. Il ministro delegato degli Affari Esteri russo Georgy Mamedov in un’intervista a un giornale russo sul possibile programma nucleare dell’Iran ha affermato ancora una volta che «non esistono prove» della sua esistenza e che «l’Aiea finora non ha identificato violazioni del Npt da parte dell’Iran». Mamedov ha riconosciuto l’esistenza di questioni «puramente tecniche» che la Russia risolverebbe, essendo interessata a conformarsi strettamente allo Npt. Commentando le dichiarazioni rilasciate dal sottosegretario americano John Bolton, con accuse alla Russia di connivenza nei rifornimenti di tecnologia per armi di distruzione di massa in Iran, il ministero degli Esteri russo le ha definite «prive di sostanza» e «destituite di fondamento», dicendo che Bolton «esprime la posizione dei circoli di Washington ostili al corso strategico riaffermato dalla Russia e dai presidenti americani verso l’associazione e la cooperazione, inclusi i temi prioritari del disarmo e della stabilità strategica». Andrebbe notato che all’inizio del 2003 anche il ministero degli Esteri russo ha definito infondate le preoccupazioni espresse in un rapporto della Cia sul problema della non-proliferazione. Queste preoccupazioni sono state espresse in relazione alle presunte perdite di tecnologie sensibili da parte della Russia, che Mosca nega recisamente. Così il disaccordo sull’Iran rimane, ed è più ampio della sola questione di Bushehr. Il cuore del problema è l’atteggiamento nei confronti dell’Iran in generale. La Russia, come la maggior parte degli Stati europei, non sostiene la politica statunitense di isolamento dell’Iran o persino di un cambiamento di regime in quel Paese. Una politica di accordi, piuttosto, aiuterà a risolvere i problemi riguardanti l’Iran, come portare il Paese più vicino alle posizioni della stragrande maggioranza degli Stati sul processo di pace in Medio Oriente, o sul diritto di Israele a esistere. Mosca crede nella capacità dell’Aiea di controllare la situazione in diversi Paesi per mezzo di monitoraggi, tanto più che esiste il nuovo Protocollo supplementare firmato dall’Aiea con più di sessanta Paesi. Secondo le relative disposizioni, i controlli possono applicarsi non soltanto ai beni dichiarati, ma anche a qualsiasi bene in cui possano essere contenuti materiali nucleari. L’aspirazione di Mosca è che anche l’Iran firmi questo protocollo, dissipando così tutti i sospetti circa i suoi programmi nucleari militari. In una dichiarazione del G8 pubblicata nel giugno 2003 a Evian, si asserisce: «Sollecitiamo l’Iran a firmare e mettere in atto il protocollo supplementare dell’Aiea senza ritardo o condizioni.
Noi offriamo il nostro assoluto supporto a un esame completo da parte dell’Aiea del programma nucleare di questo Paese». Mosca ha agito in base al presupposto che con la sottoscrizione del protocollo supplementare le critiche alla cooperazione energetica con Teheran sarebbero state private di qualunque fondamento. Gli iraniani si sono sentiti offesi dalla richiesta di firmare il protocollo. A loro parere, tale richiesta ha un carattere discriminatorio, degradava la loro dignità nazionale e non derivava direttamente dal Nnpt. In più, gli iraniani, pensando a ciò che è accaduto in Iraq e riferendolo a se stessi, concludono che gli Stati Uniti stanno soltanto usando la «carta nucleare» per un cambio di regime a Teheran, che è il vero scopo dell’intera campagna di pressione politica esercitata su di essi. Il costante peggioramento della situazione interna in Iraq sta funzionando in una certa misura a favore di Teheran - perché diminuisce le probabilità che gli Stati Uniti, che si vedono lì impantanati, intraprendano una nuova azione militare, questa volta contro l’Iran - e in generale erode la fiducia della comunità internazionale nella politica dell’attuale amministrazione americana. L’estate 2003 ha visto una lunga campagna diplomatica internazionale riguardante la tecnologia nucleare iraniana, finalizzata a ottenere un’ispezione illimitata delle strutture industriali iraniane e la sottoscrizione da parte di Teheran del Protocollo supplementare. La Russia ha partecipato esercitando la sua influenza su Teheran. In agosto, le autorità iraniane si sono finalmente dichiarate pronte a firmare il protocollo, ma a condizione che venissero consegnate le moderne tecnologie necessarie al Paese. Presto questa richiesta è stata ritirata, ma offrendosi di firmare il protocollo l’Iran ha cominciato ad affermare che la sua sola preoccupazione riguarda la propria sovranità. L’Iran si riferisce al fatto di aver già ammesso gli ispettori delle Nazioni Unite alle relative installazioni. Tuttavia, nel giugno del 2003 non ha permesso che questo accadesse senza precedente notifica. Alcuni rappresentanti dell’élite politica russa hanno cominciato a sostenere che fosse necessario riconsiderare la posizione della Russia riguardo alla cooperazione nucleare con l’Iran, nella convinzione che questo legame avrebbe potuto portare più danni che benefici agli interessi della Russia. Questa posizione è stata sostenuta dopo l’arrivo dell’informazione che Teheran presumibilmente non avrebbe restituito il combustibile consumato alla Russia, anche se i circoli governativi russi hanno assicurato che questo problema si stava risolvendo positivamente.
Nell’agosto del 2003, i media internazionali hanno affermato, citando il Los Angeles Times, che secondo il rapporto trimestrale sul programma nucleare segreto dell’Iran, il Paese intende risolutamente trasformarsi in una potenza nucleare. Si è affermato che Teheran ha cercato l’assistenza tecnica di esperti della Russia, della Cina, della Corea del Nord e del Pakistan. Così, sebbene la Russia non sia stata accusata direttamente del trasferimento di segreti nucleari in Iran, la sua inclusione in un tale contesto ha dato l’impressione che fosse implicata nei programmi iraniani per le armi nucleari. Contemporaneamente, da certe informazioni è parso che presunte scoperte degli ispettori dell’Aiea abbiano rilevato tracce di uranio altamente arricchito in un’azienda nella città iraniana di Neteiz. I funzionari iraniani non hanno negato questo fatto ma hanno asserito che l’apparecchiatura in cui queste tracce sono state trovate era già inquinata da uranio arricchito mentre veniva comprata da Teheran. I circoli di esperti di Mosca non hanno escluso che il governo iraniano possa avere ambizioni nucleari e possa essere classificato fra gli «Stati sul punto di diventare potenze nucleari», ma hanno affermato che le dichiarazioni di certi funzionari americani secondo cui Teheran potrebbe ottenere la relativa prima bomba atomica entro due o tre anni sono infondate. E in ogni caso questo non si sarebbe potuto fare senza l’aiuto della Russia o di esperti russi. Il 7 agosto, l’addetta stampa del ministero degli Esteri dell’Iran ha smentito le voci su contatti del Paese con gli scienziati degli Stati nominati nell’articolo del quotidiano americano. I politici russi sono preoccupati dal tono perentorio con cui i funzionari americani e perfino i circoli di esperti asseriscono che la Russia sta consegnando a Teheran tecnologia sia nucleare che missilistica. Anche il fautore di un approccio moderato all’Iran come Mark Katz suppone che persino nel caso di un attacco preventivo degli Stati Uniti contro l’Iran, difficilmente la Russia desisterebbe dal vendere sia tecnologia missilistica che know-how nucleare. Incidentalmente, a fine agosto 2003, durante la visita di Xavier Solana a Teheran, nuove accuse indirizzate alla Russia giunsero a conoscenza di Israele. Le accuse erano che la Russia ha probabilmente aiutato l’Iran a produrre il missile di Shihab III che ha un’autonomia di oltre 2.500 chilometri, il cui possesso costituisce quindi una minaccia diretta alla sicurezza di Israele. La Russia ha respinto risolutamente tali illazioni. Gli esperti russi ritengono che la cessazione della cooperazione con l’Iran nel campo della tecnologia dell’energia nucleare per le pressioni degli Stati Uniti segnalerebbe non soltanto una volontaria perdita di posizioni sul mercato iraniano, che sarebbe inevitabilmente occupato da altri Stati, ma condurrebbe inoltre al peggioramento dei rapporti politici fra i due Paesi.
«Non si può escludere - scrive un analista russo - che la leadership iraniana modificherà il proprio atteggiamento rispetto al problema del fondamentalismo islamico nel territorio della Federazione russa e al conflitto in Cecenia, cambierà le sue posizioni sul petrolio del Mar Caspio, sul terrorismo e sulla lotta al traffico illecito di droga». In realtà, l’atteggiamento dell’Iran nei confronti del fondamentalismo neo-wahabita, il terrorismo a esso associato e il separatismo ceceno non è dettato affatto dal desiderio di «gratificare» Mosca, ma dai propri interessi. Gli sciiti cadono frequentemente vittime di questi fondamentalisti in Afghanistan, in Iraq e in altri Paesi del Medio e Vicino Oriente mentre il separatismo delle minoranze etniche è visto come possibile minaccia per l’Iran in sé. Sulla questione del petrolio caspico ci sono già serie divergenze fra la Russia e l’Iran, che l’attiva cooperazione nella tecnologia dell’energia nucleare non ha finora aiutato a risolvere. In ogni caso, sia o no corretto questo giudizio degli esperti, esso è significativo come indirizzo di pensiero di una parte dei funzionari russi, compresi quelli addetti al decision-making e al collegamento della cooperazione nell’energia nucleare fra Russia e Iran con gli interessi della prima non soltanto nella sfera economica, ma anche nella sicurezza e nel campo politico. Si può sicuramente presumere che la cooperazione tra Russia e Iran nel campo dell’energia atomica continuerà, dal momento che favorisce gli interessi a lungo termine della Russia. La situazione può essere modificata soltanto da un forte aggravamento della crisi nei rapporti fra l’Iran e l’Occidente (se Teheran prende misure che provochino una simile esasperazione), in conseguenza del quale Mosca dovrà confrontarsi con una scelta netta. Si può facilmente prevedere che un attacco preventivo di Washington contro gli impianti nucleari iraniani condurrà per di più a conseguenze politiche molto gravi, anche se le probabilità di un simile scenario sono al momento esigue. Ma se vi sarà un disgelo nei rapporti fra l’Iran e gli Stati Uniti, questo potrà spingere i fornitori occidentali di prodotti nucleari pacifici a trasformarsi in competitori delle imprese russe che stanno costruendo la centrale nucleare di Bushehr.
(Traduzione dall’inglese di Giorgio Bianco)