
La questione nazionale più aspra e dolorosa dell’amministrazione di Vladimir Putin, a metà tra politica interna ed estera, è rappresentata dalla guerra in Cecenia. Perché di guerra si tratta, benché ufficialmente venga chiamata operazione di antiterrorismo, in quanto l’unico fondamento legale che la giustifichi a partire dal settembre 1999 è la legge «Sulla lotta contro il terrorismo» (le modifiche alla legge «Sullo stato d’emergenza», che permettono l’uso delle forze armate nei conflitti interni, sono state apportate soltanto nel 2001, e lo stato di emergenza non è stato tempestivamente proclamato né nella Repubblica cecena, né nelle aree circostanti). L’unico partito che non ha avuto timore di manifestare pubblicamente il proprio dissenso contro questa operazione militare, è stato «Jabloko», il quale invitava a imporre un blocco alla Cecenia e condurre interventi mirati con azioni lampo contro le basi dei ribelli (Nvf*), e a svolgere un’attività di propaganda politica per portare la maggioranza della popolazione cecena dalla parte del potere legale evitando azioni belliche su larga scala. Una posizione, questa, che è costata a «Jabloko» massicci attacchi da parte del potere, della stampa e degli altri partiti, compreso l’Unione delle forze di destra, il cui leader, Anatolij Chubais, ha pubblicamente accusato «Jabloko» di tradimento degli interessi nazionali. Non v’è dubbio che l’Unione delle forze di destra abbia costituito il proprio capitale politico proprio grazie alla guerra, riuscendo a entrare in Parlamento con le elezioni del 1999, mentre «Jabloko» , proprio a causa della sua posizione intransigente, ha perso la metà dei seggi in parlamento, ottenendo il 5% invece del 10% dei voti. (Non sarebbe superfluo ricordare oggi questa circostanza, quando l’Ufd manifesta contro la guerra e organizza sit-in di protesta in piazza Pushkin a Mosca).
Verso un vicolo cieco. Gli eventi successivi hanno pienamente confermato la giustezza della posizione assunta da «Jabloko» e la fondatezza dei suoi timori. Purtroppo non fa parte delle tradizioni russe valutare positivamente a posteriori, né manifestare gratitudine, a chi aveva messo in guardia dalle conseguenze negative di determinati passi, andando così contro i predominanti umori della società. Nell’ottobre del 1999 gli umori erano invece favorevoli alla guerra, essendo profonda l’indignazione per gli attentati dinamitardi che hanno sventrato edifici civili a Mosca e a Volgodonsk e risultando convincente la promessa fatta da Putin di far fuori i terroristi, dal primo all’ultimo. Vero è che l’inchiesta su questi barbari attentati, dopo numerose discordanti versioni e discutibili arresti, non ha a tutt’oggi portato a chiari risultati.
Quanto agli esiti dell’operazione di terra essi hanno dato risultati ancora più ambigui. Com’era prevedibile, l’esercito e le altre forze sono riuscite in breve tempo e in modo organizzato, a differenza del primo conflitto del 1994/1996, a occupare il territorio della repubblica, a impadronirsi di Groznyj con un blitz e a chiudere il confine estero della Cecenia (con la Georgia). Ma il numero delle perdite umane tra le truppe federali (a metà 2003 si sono contati più di seimila soldati uccisi e dodicimila feriti), la portata delle distruzioni nelle aree delle azioni belliche e il numero delle vittime tra la popolazione civile, si sono rivelati inattesi e sconvolgenti, se si considera che a opporre resistenza all’organizzata forza dello Stato erano dei gruppi armati partigiani composti da poche migliaia di guerriglieri, privi di veicoli blindati, di artiglieria, per non parlare poi di aviazione. Tuttavia, come era stato pronosticato ancora alla vigilia delle operazioni, una volta occupato il territorio, l’esercito non è stato in grado di ristabilire l’ordine costituzionale e il potere legale. Si era innescata una logorante guerriglia partigiana, disperata e inestinguibile, nella quale le forze federali e il potere locale filogovernativo sono diventati oggetto di costanti attacchi, imboscate e attentati. Questo tragico ciclo senza uscita si è andato intensificando fino all’ottobre del 2002. Da un lato, a differenza dalla prima campagna cecena, la società si era assuefatta ad azioni belliche mandate avanti fiaccamente. Dall’altro, l’atteggiamento verso la guerra, rispetto all’iniziale prevalente consenso all’avvio delle operazioni (dopo i fatti del 1999 in Daghestan e gli attentati dinamitardi di Mosca e Volgodonsk) aveva subito un cambiamento. Secondo i sondaggi fatti tra l’opinione pubblica, ormai la maggioranza (più del 60%) era favorevole alla cessazione delle ostilità e all’apertura delle trattative di pace, anche con un interlocutore come Aslan Maskhadov, nella sua veste di leader delle forze armate ribelli. A queste posizioni era propensa anche l’élite politica, tra cui alcuni influenti esponenti di «centro», quali Evgenij Primakov, Arkadij Vol’skij e altri, per nulla inclini a intraprendere passi affrettati, non ponderati e non concordati con chi di dovere.
Si stava delineando la prospettiva di un processo favorevole alle trattative. Tale prospettiva è stata però fatta slittare dalla mostruosa azione terroristica perpetrata il 23-26 dicembre 2002 nel teatro moscovita sulla Dubrovka dalle forze di Baraev. Questa tragedia, culminata nell’eliminazione dei terroristi e nella liberazione degli ostaggi con un gran numero di vittime tra gli innocenti spettatori del musical Nord-Ost (più di 130 persone, secondo i dati ufficiali, tra cui molti bambini e adolescenti), ha scosso la società russa. Non è facile dare un giudizio sulla correttezza del modo con cui è stata condotta l’operazione di liberazione degli ostaggi e stabilire se c’erano delle alternative. Tuttavia è evidente che l’azione è stata portata a termine secondo le «migliori» tradizioni russe: per ogni terrorista ucciso hanno perso la vita tre ostaggi, per gli effetti del gas usato dai liberatori. Del resto il compito è stato eseguito secondo gli schemi tracciati dai vertici: eliminare i terroristi e fare il massimo per la salvezza degli ostaggi (e non salvare gli ostaggi, facendo tutto il possibile per neutralizzare i banditi). Questa tragica vicenda presenta molti lati oscuri: ancora non è chiaro se i servizi segreti avessero i loro infiltrati all’interno del teatro, se l’edificio fosse stato effettivamente minato e se le donne kamikaze portassero davvero su di sé cinture esplosive e, in caso affermativo, perché allora non hanno fatto esplodere il teatro nel corso del combattimento, durato un certo periodo di tempo, all’interno dell’edificio, e ancora perché sono stati uccisi tutti i terroristi invece di catturarne almeno una parte e condurre una capillare inchiesta sulle modalità di preparazione dell’atto terroristico, sui suoi mandanti, fiancheggiatori e esecutori. Come al solito, molte zone rimangono coperte dal buio, e le versioni ufficiali abbondano di incongruenze e di opinabili informazioni. Ne sono conseguite delle dure azioni di risposta da parte delle forze di polizia interna contro ceceni residenti a Mosca e una serie di interventi delle truppe federali in Cecenia: la guerra ha ripreso di nuovo a esasperarsi, subendo un’escalation, con la conseguenza di un’estensione del conflitto alle repubbliche caucasiche limitrofe e persino alle aree degli Stati confinanti, di un incremento dell’intolleranza etnica, di nuove azioni terroristiche nelle città russe e di sempre crescenti perdite tra le truppe federali e la popolazione locale in Cecenia. La soluzione politica del problema era vista a Mosca esclusivamente come attuazione di un referendum in Cecenia, varo di una costituzione repubblicana cecena, elezioni locali e altre misure per aggirare la scottante e controversa questione relativa alle trattative con i ribelli. La prospettiva di percorrere una strada in direzione di trattative di pace è stata ancora una volta e per lungo tempo scartata. La situazione che si è venuta a creare può essere a tutti gli effetti definita come stagnazione o vicolo cieco. Il potere federale non ha la capacità di stabilire un saldo controllo militare e politico del territorio, e l’opposizione armata non è in grado di infliggere una forte sconfitta alle truppe governative (come durante la presa di Groznyj nel 1995 e nel 1996) e conduce un’estenuante guerriglia partigiana. Due sono le facce della medaglia della questione cecena, e costituiscono le due versioni, diametralmente opposte, di ciò cha sta accadendo. La prima rappresenta il punto di vista ufficiale di Mosca: in Cecenia a combattere contro il potere legale sono i gruppi terroristici internazionali, nel suo complesso la popolazione sostiene il potere centrale e gli organi locali preposti da esso, la situazione si sta stabilizzando e si assiste a un pacifico processo di ripristino dello stato di legalità attraverso il referendum e le elezioni, l’escalation della violenza e le azioni terroristiche non sono che il tentativo di minare il processo di pace, le trattative con il nemico sono impossibili e inutili anche se il processo di un pacifico ritorno alla normalità dovesse richiedere del tempo. L’altra versione dei fatti viene sostenuta dai leader dell’opposizione armata cecena e viene accettata dai settori più liberali delle cerchie politiche russe e da larga parte dell’opinione pubblica, della stampa, dei parlamenti e, fatti i dovuti distinguo, dei governi occidentali. Questa versione consiste nell’affermare che in Cecenia è in atto una spietata repressione dei diritti del popolo all’autodeterminazione, una massiccia violazione dei diritti dell’uomo, uno stato di illegalità, di repressione nei confronti della popolazione civile inerme, alla quale, per mezzo di referendum e votazioni truccate, viene imposto il governo fantoccio e corrotto di Kadyrov, e che gli attentati terroristici sono gesti dettati dalla disperazione in risposta alle misure punitive delle truppe federali e contro la riluttanza di Mosca a intavolare le trattative con il presidente ufficiale della Repubblica cecena, Aslan Maschadov.
La complessità e la paradossalità della situazione consiste nel fatto che né l’uno né l’altro punto di vista risultano veri in assoluto. E al tempo stesso, nonostante la contrapposizione delle due versioni, di fatto sono presenti, in diversa misura, quasi tutti gli elementi di entrambe le interpretazioni del problema. In Russia molti sono giunti alla paradossale opinione che ci si trova di fronte a una situazione pressoché disperata, ma che al contempo si tratti di un problema senza altre vie di soluzione. Non mancano nemmeno di ricordare che nell’Ottocento la guerra nel Caucaso era durata mezzo secolo, e danno voce alla speranza che, bene o male, la questione si possa «risolvere» da sé. Invece è evidente che nel Ventunesimo secolo Mosca non ha a sua disposizione cinquanta o sessanta anni per risolvere il problema. Sia la Russia sia il mondo circostante si sono trasformati radicalmente e da solo il problema non si riassorbirà. Anzi se la guerra non dovesse concludersi in breve tempo, alla luce della situazione instabile in atto nel Caucaso settentrionale e nelle aree transcaucasiche, è assai plausibile un’escalation del conflitto sia in estensione che in violenza, con conseguenze difficilmente prevedibili per la Russia e per gli altri Paesi. Nel 2003 la serie di attentati compiuti in Cecenia, a Mosca e in altre città, facendo ricorso a terroristi kamikaze, in particolare donne, indica indubbiamente l’ingresso del conflitto in una nuova fase, ancora più tragica ed esiziale per la società, difendersi dalla quale è praticamente impossibile; fase che evoca un’analogia con la situazione palestinese e la sua violenza senza fine. Al tempo stesso, una nuova sconfitta di Mosca in Cecenia e il ritiro del potere federale significherebbe lo sfascio di tutto il Caucaso settentrionale con conseguenze catastrofiche per lo Stato russo.
L’anatomia della stagnazione si riduce a questi fattori principali. Primo, a differenza del primo conflitto ceceno, durante la seconda fase è subentrato un nuovo elemento di fondamentale importanza, cioè la partecipazione del terrorismo internazionale, e soprattutto del suo braccio islamico (per la precisione, wahhabita) più possente e attivo. Il terrorismo internazionale, in primo luogo le sue strutture militari Al Qaeda e Hamas, si è infiltrato in Cecenia, come un virus in una ferita aperta, ancora alla fine degli anni Novanta. Ha cominciato a incrementare sensibilmente la sua presenza e attività dopo l’abbattimento, all’inizio del 2002, delle infrastrutture terroristiche in Afganistan, con la palese intenzione di fare della Cecenia una delle sue nuove teste di ponte.
Due sono gli aspetti che hanno reso la Cecenia un luogo particolarmente interessante per i terroristi: le guerre partigiane tutt’ora in atto dei separatisti nazional-religiosi, che trovano presso la popolazione locale un ampio consenso, e la configurazione in larga misura aperta dei confini della repubblica, che ne fanno un «porto di mare» per i criminali e gli avventurieri di ogni parte del mondo. Il fatto è che - e passiamo al secondo fattore - come il più delle volte accade nelle guerre partigiane, la rappresaglia delle truppe governative per gli attacchi dei guerriglieri, che si traduce in bombardamenti aerei e fuoco di artiglieria, nonché in azioni preventive (le cosiddette «pulizie»), vanno a colpire in misura prevalente la popolazione inerme, spingendola sempre di più verso l’opposizione armata. Il più delle volte i guerriglieri riescono a schivare questi attacchi, grazie al loro alto grado di mobilità, alla molteplicità di rifugi, a un territorio che sfugge al controllo (soprattutto di notte) delle autorità e alle frontiere aperte. Per questo, nonostante i dati ufficiali sulle numerose perdite tra le fila dei guerriglieri, il numero del loro contingente attivo (2-3 mila uomini) è praticamente costante e dipende prevalentemente dalla capacità dei comandanti di gestire, pagare e rifornire le proprie truppe. Il terzo fattore consiste nel fatto che i confini della Cecenia sono totalmente trasparenti , fatta eccezione, e qui sta il paradosso, per il confine esterno con la Georgia, lungo 82 chilometri, che dal dicembre del 1999 viene pattugliato in modo rigoroso e professionale dalle guardie di frontiera russe. Al di fuori di questo tratto i guerriglieri possono praticamente entrare e uscire a loro piacimento dall’area per rifornire le proprie truppe di armi, equipaggiamenti, medicinali, scorte, riserve umane, soldi, narcotici, ecc. I confini amministrativi della Cecenia vengono per dei tratti chiusi dalle truppe del ministero degli Interni, che però non riescono a effettuare un controllo efficace, non parliamo poi dell’eventualità di bloccarli.
In queste condizioni la maggioranza della popolazione locale oppone una resistenza passiva contro il governo federale, mentre una parte rilevante aiuta i ribelli e rimpolpa costantemente le loro fila. Inoltre molti dei guerriglieri combattono a singhiozzo, spesso non lontano dal luogo in cui abitano, alternando i combattimenti a un lavoro normale e talvolta stabilendo persino contatti sia con le forze federali che con le autorità locali. A ciò si aggiunga il groviglio dei rapporti dei clan e delle famiglie patriarcali ceceni, i loro legami personali e di affari fuori della repubblica. Per questo la linea di demarcazione tra popolazione combattente e pacifica è molto labile, così come quella tra persone fedeli e ostili al potere federale. Il numero dei guerriglieri che combattono in modo permanente nelle città e nei Paesi è di 2-3 mila uomini, ma il bacino di quelli pronti a indossare le armi e combattere in pianta stabile, compresi coloro che passano periodicamente attraverso i confini della repubblica cecena, costituisce un contingente di 40-50 mila persone. Facile è capire l’assenza di inchieste affidabili sui motivi che portano alla resistenza armata, tuttavia si può ragionevolmente supporre che circa il 10% di coloro che si trovano permanentemente «nel campo» d’azione delle forze ribelli è costituito da estremisti islamici militanti che lottano per motivazioni di ordine ideale (la guerra santa contro gli infedeli - la Jihad). Il 20-30% combattono per soldi (spesso falsi), spinti sia dalla disoccupazione di massa che c’è in Cecenia e nelle repubbliche vicine sia dalle tradizioni locali, che fanno grandi proseliti tra i combattenti, e che spingono a guadagnarsi da vivere armi in spalla, compiendo rapine e chiedendo riscatti. Il rimanente 60-70% è costituito da persone che combattono per vendicarsi di parenti e amici rimasti uccisi, delle case e delle proprietà distrutte, per orgoglio ferito, per un sentimento di solidarietà e per fedeltà al proprio clan. Questa parte costituisce appunto il contingente mobile.
Un’altra sostanziale differenza rispetto alla prima guerra in Cecenia, sta nel fatto che larga parte della popolazione locale è sfinita dal conflitto e desidera più di tutto la pace. Le illusioni e i miti sull’indipendenza, diffusi all’inizio degli anni Novanta, sono stati brutalmente mandati in fumo da due guerre e tre anni, dal 1996 al 1999, di arbitrio di un governo basato sulla sharia e di violenza di un potere esercitato dai comandanti guerriglieri e dai capi clan locali (il che è risultato chiaro dal referendum 2003, ed è stato questo il suo unico risultato positivo). In questa situazione la popolazione, posta tra l’incudine e il martello, è schiacciata tra le truppe federali e l’opposizione armata, le cui azioni, siano esse compiute intenzionalmente o meno, coinvolgono di continuo i cittadini semplici nel conflitto, creando in tal modo una infinita catena di violenta azione-reazione. In quarto luogo, sono ben pochi i motivi di ottimismo derivanti dalla collaborazione che gli organi di potere locale hanno con Mosca e il comando unificato, spesso oggetto di rappresaglie da parte dei guerriglieri. Ma lo stesso era accaduto in Afghanistan e durante la prima campagna cecena. Senza l’esercito federale, né questi organi di potere, né la polizia cecena sarebbero in grado di fare fronte all’opposizione amata neppure per un giorno, in quanto godono di un sostegno assai limitato da parte della popolazione locale. Il fatto stesso di fare affidamento sull’esercito federale nell’ambito di un contesto in cui la popolazione è in larga misura ostile nei loro confronti, rende le autorità locali filogovernative estremamente vulnerabili.
Non bisogna dimenticare un quinto fondamentale fattore: l’esercito e le forze e gli organismi federali, come l’intera popolazione della Cecenia, di fatto vivono in condizioni di guerra, ma al di fuori di qualsiasi ordinamento giuridico, che regoli la vita della popolazione civile, delle azioni e dello status delle milizie governative. La legge «Sulla lotta contro il terrorismo», promulgata nel 1999, che ha legittimato la seconda campagna bellica in Cecenia, costituisce una base giuridica troppo angusta e per di più discutibile per un’operazione di tale portata e forza distruttiva, che dura da ormai quasi tre anni. Questa legge prevede effettivamente l’uso dell’esercito in azioni antiterroristiche, ma, seguendo la legge alla lettera, per difendere obiettivi militari. In essa non si contemplano procedure che limitino i diritti civili della popolazione (coprifuoco, controlli stradali, perquisizioni e fermi, arresti e istruttorie, detenzione in campi di filtrazione, possesso d’armi, uso della forza da parte degli organi di potere, ecc.), così come non si contempla un meccanismo di coordinamento che regoli i rapporti tra gli organi di potere federali, quelli locali e la popolazione. Tutti questi aspetti sono invece presenti nella legge costituzionale «Sullo stato di emergenza», che però non è stato messo in atto né nel 1999 né nel 2001 dopo l’introduzione di una serie di modifiche, benché corrispondessero sostanzialmente alle indicazioni del presidente. Nella data situazione la soluzione di tutti i problemi concreti viene lasciata alla discrezione dei comandanti delle unità militari o delle sottounità, e talvolta ai soldati semplici dell’esercito russo, che si trovano sotto la costante minaccia di rappresaglie, che risultano impreparati e che spesso non tentano neppure di distinguere un semplice cittadino o contadino dai separatisti armati. Questo non fa che acuire sempre di più i contrasti tra la popolazione e le forze federali, contribuendo a incrementare le perdite sia tra i militari che tra la popolazione civile.
È chiaro che, come nella maggior parte dei conflitti di questo genere, i gruppi partigiani facciano ricorso a metodi di stampo terroristico esportandoli, soprattutto negli ultimi tempi, in aree esterne al conflitto. Ma l’approccio alle azioni belliche nella repubblica cecena come se si trattasse di un intervento di carattere esclusivamente antiterroristico e non di difesa contro l’estremismo armato, fa sì che tutta l’opposizione armata venga identificata come falange terrorista. Il che non lascia ai ribelli altra scelta che combattere fino alla fine. In tale situazione i guerriglieri uccisi vengono rimpiazzati da nuovi, per lo più si tratta di parenti e amici, cittadini che hanno subito dei danni e che costituiscono la base di reclutamento di veri e propri terroristi (comprese le donne kamikaze), creando in tal modo una prospettiva di guerra senza fine. Infine, l’ambiguità giuridica di questa operazione genera un’ulteriore conseguenza, cioè l’atteggiamento dell’opinione pubblica estera, della stampa, dei parlamenti e dei governi, in particolare di quelli europei e occidentali, verso di essa. Qui c’è un sincero sentimento di compassione per le vittime degli atti terroristici, e si appoggiano le azioni contro gli ispiratori ed esecutori materiali di tali atti. Ma al tempo stesso, l’Occidente, data l’elevata entità delle perdite e delle distruzioni (durante i due conflitti tra le fila dell’esercito federale sono rimasti uccisi o feriti 40 mila soldati) e il suo ormai annoso carattere, non accetta la versione ufficiale fornita da Mosca, secondo cui l’intervento in Cecenia altro non è che un’operazione di antiterrorismo. La massiccia violazione dei diritti dell’uomo, le vittime tra la popolazione civile - in assenza di un regime di stato di emergenza (che nel resto mondo verrebbe considerato del tutto legittimo) – rafforzano l’avversione che l’Occidente ha nei confronti della politica di Mosca in Cecenia. (Del resto, anche gli interventi antiterroristici degli Usa in Afghanistan nel 2001-2002 e in Iraq nel 2003 hanno suscitato in Europa un’ampia protesta, nonostante gli Usa siano alleati stretti, e nonostante il fatto che, in entrambi i casi, il numero delle perdite e delle vittime sia stato incommensurabilmente inferiore che in Cecenia). Una lotta apertamente dichiarata da parte di Mosca contro il separatismo armato, e conseguentemente contro le sue organizzazioni e manifestazioni terroristiche, l’introduzione dello stato di emergenza, che presuppone una condotta di maggiore riguardo nei confronti della popolazione civile e una prospettiva volta a trovare una soluzione al conflitto ricorrendo alle trattative, avrebbero con ogni evidenza trovato maggiore comprensione da parte dell’Occidente. Soprattutto in quei Paesi dell’Europa occidentale, molti dei quali si trovano a che fare con problemi analoghi, ma la cui soluzione viene affidata a metodi assai diversi (Gran Bretagna, Spagna, Francia).
Il sesto fattore.
Dopo la cessazione degli interventi armati su larga scala, verso la primavera del 2000 le truppe federali si sono scontrate con grandi difficoltà a reperire armamenti, munizioni e mezzi di trasporto militari (i numerosi incidenti di elicottero non sono che il sintomo più palese). Le condizioni in cui vivono le truppe sono insoddisfacenti, confusione e abuso nei pagamenti ai militari sono all’ordine del giorno, così come confusa è la situazione circa i diritti e le agevolazioni che spettano al personale in servizio. Tutto ciò favorisce la corruzione, suscita demoralizzazione e rabbia, genera indisciplina e criminalità tra i militari, spingendo questi in alcuni casi a veri e propri atti di sciacallaggio e di delinquenza nei confronti della popolazione locale. Fattore numero sette. In seno al sistema federale e all’amministrazione locale cecena si verificano un disordine e un frazionamento fuori del comune, si assiste a un cattivo coordinamento tra le varie componenti delle forze militari, spesso decisi bypassando Mosca. Della Cecenia si occupano molti comandanti militari e civili con una poco chiara suddivisione dei compiti e mancanza delle competenze e di una reciproca subordinazione. Circostanze che generano inefficacia dei comandi, antagonismo intersettoriale sia a livello federale che regionale, rivalità tra i dirigenti ceceni filogovernativi, faide interne e scarsa affidabilità della polizia cecena. Si crea un terreno favorevole alla corruzione, alla sottrazione di risorse finanziarie e materiali sia in Cecenia che lungo il percorso che conduce a essa.
Il cosiddetto «processo di pace» intrapreso nel 2003, nel quale rientravano anche il referendum sulla costituzione della repubblica cecena, l’amnistia per i guerriglieri sulla base di alcuni articoli del Codice penale, le elezioni di un parlamento e di un presidente della repubblica, nonostante tutte le buone intenzioni del Cremino e il carattere allettante di tali misure, difficilmente porterà ai risultati sperati. In un altro contesto tutti questi fattori potrebbero diventare elementi di un processo di pace. Ma in una situazione di prolungamento del conflitto armato, interventi del genere non portano che a una escalation delle azioni militari e degli attentati terroristici (come del resto si sta verificando dall’estate 2003) e delle conseguenti manovre di risposta delle forze federali. Allo stato attuale non esistono condizioni né militari, né politiche per mettere in pratica queste misure, ed è per questo che esse possono dare un risultato controproducente e venire esse stesse screditate. Per usare una metafora assai calzante, sarebbe come mettere dei punti e applicare delle bende su una ferita infetta.
Probabilmente, data la stagnazione e l’irrimediabilità della situazione cecena, a Mosca si vuole dare vita nella repubblica a organi di potere che siano almeno in qualche misura legittimi e affidare loro la responsabilità degli eventi, per meglio apparire agli occhi dell’opinione pubblica russa ed estera. Ma questa via d’uscita è illusoria, è un cammino che già è stato percorso, seppure con le debite differenze, sia dagli Usa nel Vietnam del Sud, che dall’Urss in Afghanistan e dalla stessa Russia durante la prima guerra cecena (quando in Cecenia era stato eletto un parlamento leale e presidenti, ormai dimenticati dai più).
Per quanto il potere possa essere convinto di operare nel giusto, in una situazione di conflitto armato permanente, è impossibile rimuovere i dubbi circa la legittimità e l’attendibilità della libera espressione dei cittadini. I beniamini del centro difficilmente potranno fare affidamento sul sostegno della maggioranza della popolazione (il candidato principale alla presidenza della Repubblica cecena, Akhmad Kadyrov, è all’ultimo posto nella graduatoria delle preferenze, con uno share dell’11%). Se Kadyrov dovesse essere eletto presidente, riuscirebbe a spaccare anche quella parte di popolazione locale fedele a Mosca, il che avrebbe come conseguenza un rafforzamento dell’opposizione armata. Sarà molto difficile controllare dal centro l’operato del potere locale eletto, mentre la responsabilità ricadrà interamente su Mosca. L’operato di Groznyj è destinato a incontrare la crescente opposizione sia della frustrata popolazione civile sia dei guerriglieri, mentre i vertici federali saranno coinvolti nel conflitto onde evitare il crollo del regime. Non sarà possibile evitare gli attriti tra gli organi federali, le truppe e le autorità e la polizia cecena, la quale non potrà non avere contatti con i guerriglieri e sarà pronta a tradire ogni qual volta lo riterrà opportuno (tanto più che il suo contingente viene reclutato in larga parte tra gli ex guerriglieri fedeli a Kadyrov). Ogni presumibile tentativo di Mosca di intraprendere in futuro delle trattative con l’opposizione verrà sabotato dalle autorità cecene per motivi di autoconservazione. Per il governo centrale le trattative con i terroristi rappresentano un tema particolarmente spigoloso. Dopo gli attentati a Mosca nel luglio 2003 (così come dopo la tragedia della Dubrovka), il presidente Putin è stato a questo proposito molto chiaro: «Sottolineo ancora una volta che nessuno Stato al mondo può rimanere in balia dei terroristi. Neanche la Russia lo sarà. Perché il primo passo lungo questo cammino porta alla disgregazione dello Stato… Devono essere stanati dagli anfratti e dagli antri in cui continuano a nascondersi, ed eliminati».
Indiscutibilmente, nei confronti degli ispiratori ed esecutori di tali attentati questo è l’unico approccio possibile. Tuttavia la maggioranza di coloro che in Cecenia combattono contro il potere non sono terroristi, ma separatisti, la cui parte predominante è rappresentata da un contingente mobile. Questa fetta dell’opposizione è amalgamata nella popolazione locale, e non può essere eliminata senza toccare gli abitanti e senza spinger questi ultimi sulla via della lotta armata. L’unica soluzione possibile è la cessazione delle imboscate a opera dei terroristi contro le truppe federali e gli organi di potere locali e, parallelamente, la cessazione delle rappresaglie e delle operazioni di sicurezza da parte delle truppe federali. Un obiettivo possibile soltanto sedendo a un tavolo di trattative con i ribelli. In questo modo, come l’esperienza ha dimostrato, imboscate e attentati terroristici non cesseranno del tutto, ma perderanno il loro carattere di massa e permetteranno di compiere capillari indagini per ogni singolo caso, punendone i colpevoli. Balza agli occhi il fatto che tra i capi dei guerriglieri militano degli estremisti, i quali incitano apertamente al terrorismo (è il caso di Shamil Basaev), con i quali ogni trattativa risulterebbe inutile, così come ci sono dei leader più moderati, che condannano questi metodi (Aslan Maskhadov). Con lui le trattative sono in linea di massima possibili, ma affinché siano nell’interesse del potere centrale, è necessario fare le adeguate premesse. Non è chiaro quanto i leader moderati controllino le forze ribelli. Non è escluso in questi casi il doppio gioco: a parole salutare la tregua, e dietro le spalle esortare alla continuazione della lotta armata, tanto più che i capi dei guerriglieri non sono immuni da rivalità e intrighi. (Una circostanza che si potrebbe verificare tra gli esponenti ceceni filogovernativi, come del resto all’inteno degli uffici moscoviti.) Ma l’unico modo per fare luce su questi aspetti è ricorrere alle trattative e alla prassi degli accordi. Per quanto difficile sia per il governo accettare una simile scelta, non rimane altra soluzione.
La Russia non è il primo Paese a scontrarsi con una situazione analoga. Molti Stati, dopo innumerevoli dichiarazioni circa l’inaccettabilità di entrare in trattative con i ribelli e i terroristi, e i tentativi di risolvere la questione ricorrendo ad azioni belliche, riportando gravi perdite sia tra i militari che tra la popolazione civile, in ultima analisi hanno percorso questo cammino, quello cioè dei negoziati, non con i terroristi, ma con i leader dell’opposizione armata, anche se sospettati di connivenza con i terroristi. Fatti i debiti distinguo tra le singole situazioni, esistono però molte analogie: Israele e i palestinesi (non poche convergenze ci sono peraltro tra Maskhadov e Yasser Arafat), Londra e l’Ira in Ulster, Madrid nella questione basca, senza citare gli esempi fuori dell’Europa. E se la menzionata frase di Putin viene intesa in senso lato, è nella sua sostanza sbagliata. Va da sé che anche il problema ceceno può trovare una soluzione definitiva soltanto ricorrendo a una via politica. Ma la via politica non è fatta di iniziative simboliche e di tavole rotonde con governanti locali piazzati da Mosca. La via politica presuppone unicamente trattative e accordi con i leader dell’opposizione armata, nella fattispecie con Maskhadov o con altri capi moderati dei ribelli che dovessero prendere il suo posto. Il primo passo è il ripristino della pace, e solo in seconda battuta l’organizzazione di referendum ed elezioni, e non viceversa.
Una simile riconciliazione potrebbe plausibilmente assumere le forme di negoziati bilaterali o multilaterali. Oppure potrebbe avvenire nel corso di una conferenza di pace a Mosca, dove il presidene russo, i leader dell’opposizione e gli esponenti delle organizzazioni cecene filogovernative o dei locali organi di potere apporranno la loro firma sui documenti approvati da tutte le parti in causa. Da un lato però queste trattative non devono fungere da schermo per continuare la guerra, e dall’altro non possono servire da foglia di fico per nascondere l’ennesima sconfitta del potere federale. Ne consegue che per un autentico processo di pace devono crearsi i presupposti militari e politici, che attualmente non ci sono e che non possono essere sostituiti né da referendum, né da amnistie, né da elezioni.
Le soluzioni al problema. Sia per creare delle condizioni favorevoli alle trattative, che per migliorare la situazione generale in Cecenia è necessario intraprendere una serie di misure, che si prefiggano complessivamente tre fondamentali obiettivi. In primo luogo, è necessario ridurre il più possibile il sostegno che la popolazione civile rende all’opposizione armata. In secondo luogo, isolare dall’esterno i guerriglieri, tagliando loro i canali di rifornimento. In terzo luogo, che Paesi esteri (in questo caso, soprattutto, Usa e Europa Occidentale) devono astenersi dallo spalleggiare i ribelli. L’esperienza delle guerre antipartigiane degli ultimi decenni, dimostra in modo convincente che in assenza di tali presupposti i ribelli alla fine ne escono vittoriosi, nonostante il profondo gap tecnico-militare rispetto alla forza organizzata dello Stato, come attesta l’esperienza degli Usa nel Vietnam, dell’Unione Sovietica in Afghanistan, della Jugoslavia nel Kossovo e della Russia durante la prima guerra cecena. Viceversa, in presenza delle suddette condizioni, l’opposizione armata può essere completamente soffocata, come nel caso dell’intervento di antiterrorismo in Afghanistan nel 2001/2002.
Le vie per uscire dal cul-de-sac presuppongono un complesso di norme per così dire interconnesse, atte a conseguire i tre obiettivi sopra enunciati. Perché possano essere applicate è necessario ammettere il fallimento in Cecenia della politica della «stabilizzazione» e del «processo di pace» - nonostante la difficoltà che questo comporta - e l’urgenza di imprimere a tale corso una svolta decisiva. Perché l’operazione abbia un seguito, si deve subito creare una chiara piattaforma giuridica, introdurre cioè in Cecenia e nelle aree confinanti lo stato di emergenza sulla base della legge, approvata nel maggio del 2001, «Sullo stato di emergenza» con una precisa regolamentazione dei diritti e doveri della popolazione locale, delle truppe, degli organi di potere federale e locale. Indispensabile è mettere in atto una repressione ferrea e metodica di ogni resistenza armata e dell’inosservanza dello stato di emergenza sulla base della apposita disposizione. Quindi si devono limitare al massimo i danni indiretti alla popolazione civile, che avrà ben chiara la temporanea regolamentazione della vita in base alla legge costituzionale sullo stato di emergenza. In base a essa lo stato di emergenza deve essere prolungato dal Consiglio della Federazione ogni due mesi, il che presuppone una valutazione regolare dell’efficacia delle misure intraprese, apportando se necessario delle correzioni e garantendo il costante appoggio politico da parte del massimo organo legislativo del Paese.
Inoltre si dovrà regolamentare il sistema amministrativo ceceno e coordinare con fermezza tutti gli interventi militari e straordinari, le misure amministrative e sociali, gli aiuti umanitari, la creazione di organi di potere locali garantendone la difesa. Durante il periodo di messa in vigore dello stato di emergenza, si renderà necessario la nomina di un rappresentante unico del presidente della Federazione russa nell’area di tale Stato che goda di pieni poteri su tutte le strutture militari e civili nonché la formazione di un sistema trasparente e rigoroso di responsabilità, di gestione e di subordinazione. Le elezioni di un parlamento e di un presidente dovrebbero così essere indette dopo la revoca del regime di stato di emergenza.
Un’altra importantissima misura per evitare che i guerriglieri attraversino a piacimento le linee di confine amministrativo della Cecenia, è procedere al blocco totale, ricorrendo a truppe di frontiera, dei confini ceceni. Ciò richiede modifiche della legge «Sulla difesa dei confini di stato», incrementando il bilancio del Servizio federale di sicurezza delle frontiere con un apporto dai 3 ai 5 miliardi di rubli circa e arruolando nelle fila delle guardie di frontiera perlomeno diecimila uomini. In Cecenia, si dovrà porre fine ai rastrellamenti e un limite ai posti di blocco fissi (sostituendoli con quelli mobili), la cui pratica si è rivelata controproducente. A parte casi eccezionali si dovranno sospendere i bombardamenti e gli attacchi aerei sopra le aree abitate, e i guerriglieri dovranno essere neutralizzati al passaggio dei confini o arrestati nelle zone abitate. Il centro di gravità dovrà passare sulle operazioni speciali e di spionaggio, sui blitz aerei e di artiglieria contro le basi dei guerriglieri poste fuori dei centri abitati. Lo stato attuale dell’esercito russo e delle truppe interne non consente di aumentare l’efficacia delle azioni belliche, così come di diminuire il numero delle perdite sia tra le proprie fila che tra i civili. Le truppe di stanza in Cecenia hanno bisogno di essere integralmente rifornite di tecniche e armi tra le migliori che il Paese sia in grado di fornire, di moderni sistemi di comunicazione e di servizi informativi, di paghe elevate e di tutte le agevolazioni (approvando in tempi brevi la legge «Sulle condizioni dei partecipanti ai conflitti armati e alle azioni belliche»). Hanno bisogno di strutture abitative di qualità, di servizi medici eccellenti e di rifornimento di viveri.
Bisogna massimizzare l’impiego delle forze a contratto, migliorare il coordinamento delle azioni delle strutture militari ponendole sotto un comando unificato. (Il costo di tali migliorie si aggira attorno ai 20 miliardi di rubli all’anno). Serve inoltre un più frequente e scadenzato avvicendamento delle truppe. In presenza di tali condizioni sarà più semplice applicare misure severe per troncare nel corpo militare violazioni disciplinari, corruzione e reati sia nei confronti dei militari che della popolazione civile. Nelle regioni più tranquille a Nord del Terek si può lentamente ripristinare la vita pacifica, realizzare un allentamento del regime di stato di emergenza e una ricostituzione delle strutture edilizie ed economiche, delle funzioni sociali dello Stato, dell’autogoverno locale, ecc. Lì possono operare i leader ceceni leali a Mosca, in quelle zone possono fare ritorno, laddove è possibile, i profughi. Il ripristino in queste aree della normalità e di regolari attività costituirà un modello allettante per tutta la popolazione civile della repubblica, restringendo così la piattaforma politico-sociale dei ribelli. Una volta create tali condizioni, è ammissibile la massima apertura della zona posta sotto lo stato di emergenza agli osservatori delle organizzazioni internazionali, della stampa, delle delegazioni straniere, nell’ambito delle norme di sicurezza e delle possibilità finanziarie. Infine è necessario che Mosca nel corso di queste trattative con i capi dell’opposizione armata fornisca una formulazione chiara e aperta delle proprie posizioni. La massima flessibilità nella soluzione di tutti i problemi concreti riguardanti lo status e i programmi di ricostruzione della repubblica è necessaria, a condizione che la Cecenia continui a essere parte della Federazione russa, della supremazia della Costituzione russa e delle leggi federali, del dislocamento per un arco di tempo prolungato di un numero strettamente necessario di truppe governative e degli organi di sicurezza.
Si creerà così la possibilità che le posizioni assunte dalla Russia in ambito di politica estera nei confronti della Cecenia si trasformino da difensive a offensive, che Mosca sviluppi un’attività di diplomazia e propaganda volta a gettare discredito sull’opposizione armata, denunciandone i crimini e i legami con il terrorismo internazionale. Questo punto deve essere inserito nell’ordine del giorno di tutte le trattative che la Russia condurrà con altri Stati e con le organizzazioni internazionali, la cui posizione nei confronti della Cecenia diventerà il principale punto di riferimento nello sviluppo dei rapporti tra questi e la Russia. Ovviamente una revisione così radicale della politica di Mosca non è certo semplice. Non è inoltre un mistero che in Cecenia, in altre aree e nella stessa capitale, attorno alla guerra si sono creati gruppi di interessi di carattere economico, criminale, politico, ministeriale, carrieristico, di gruppi di influenza e di prestigio, che cercheranno in tutti i modi di opporsi a un cambiamento del corso e a una soluzione pacifica. Ma anche sotto questo profilo Mosca non costituisce certo un caso unico. Attorno a tutti i conflitti del genere, annosi e insolubili, che si sono venuti a creare dopo la seconda guerra mondiale sono cresciuti gruppi di interesse e di pressione, che si sono trasformati in forze a sé stanti, ostacolando i processi di pace. Per quanto nella zona del conflitto il nemico possa essere potente e perfido, le soluzioni e gli sforzi per il conseguimento della pace spettavano soprattutto alle capitali delle potenze coinvolte, e questo era l’aspetto più difficile. Da questo punto di vista le iniziative militari e politiche prese sul luogo del conflitto sono sempre risultate secondarie. Ma a differenza della risoluzione pacifica delle guerre della Francia in Indocina e Algeria, del Belgio in Congo, degli Usa in Vietnam, del Portogallo in Angola e Mozambico, che in fin dei conti avevano previsto il loro ritiro dalle zone del conflitto, la Russia, tenendo conto delle considerazioni che si sono fatte, allo stato attuale ha ancora la possibilità di mantenere la Cecenia come componente della Federazione.
(Traduzione dal russo di Olga Strada)