
La vicinanza geografica, culturale e storica rende l’Europa un partner naturale della Russia, che a sua volta da tre secoli , e perfino in questa fase di debolezza, ha un ruolo di prima importanza nella stabilità e prosperità del continente. Soltanto dal 1945 a 1990 tale ruolo fu molto negativo, in contrasto con la funzione equilibrante che la Russia può esercitare - e che infatti esercitò, da Napoleone a Hitler. Ma interrogarsi su cosa l’America pensi di un eventuale ingresso della Russia nell’Unione europea è inutile. Se la questione viene posta in questi termini, un punto di vista americano su di essa semplicemente non esiste: la questione stessa, agli occhi dell’America, è priva di fondamento. Nessuno, al di là dell’Atlantico, ritiene verosimile che la Russia, con il suo spazio geopolitico esteso su due continenti e il suo ingombrante status di ex superpotenza, possa un giorno entrare per la stretta porta dell’Unione europea. E probabilmente nemmeno gli europei - e nemmeno tra loro quelli più sensibili al problema di un’integrazione della Russia - pensano realisticamente che ciò avverrà, sebbene forse in un futuro non prossimo. Ciò spiega, per esempio, come mai l’America si sia ripetutamente fatta sostenitrice di un rapido accoglimento della Turchia da parte dell’Unione europea, ma non abbia mai parlato di una simile evoluzione nei confronti della Russia. Non si tratta, naturalmente, di distrazione, né di un disinteressamento dell’America al destino di un Paese che è ancora essenziale per gli equilibri strategici mondiali. Tutt’altro. Semplicemente, la questione vera va articolata in maniera affatto diversa: il problema che in America si dibatte, e che è in cima alle priorità dell’agenda politica, non è se sia un bene che la Russia si unisca all’Unione europea - ipotesi meramente scolastica - e quali ne sarebbero le conseguenze per il disegno globale americano; piuttosto, si tratta di capire quale può essere la strada dell’integrazione della Russia in Occidente; quale ruolo può e deve giocare l’Europa in questo processo, e quale spetta invece agli Stati Uniti; fino a che punto la convergenza russo-europea è proficua e auspicabile anche per Washington, e oltre quale limite gli Stati Uniti devono intervenire facendo pesare il proprio ruolo e i propri interessi.
Oltre un decennio dopo la caduta dell’Impero e a due anni di distanza dall’11 settembre, l’identità e il destino della Russia sembrano definirsi, seppure non senza oscillazioni e défaillances, nel senso di un superamento delle utopie dell’eurasismo - della «doppia anima» russa, del recupero della dimensione imperiale - e di una parallela, esplicita aspirazione del Paese a integrarsi in Occidente. A ribadire la scelta occidentale della Russia è stato più volte lo stesso presidente Vladimir Putin. E d’altronde, bisogna riconoscere che i segni di questa evoluzione non si esauriscono nelle dichiarazioni ufficiali. La società russa, infatti, sta cambiando in maniera palpabile: a livello interno, l’apertura al libero mercato è proseguita nonostante le numerose battute d’arresto e nonostante le imperfezioni - talvolta macroscopiche - che ancora ne frenano la completa maturazione, mentre le istituzioni democratiche hanno superato momenti di grande tensione senza venirne irrimediabilmente compromesse. Anche la politica estera russa è stata improntata alla moderazione e al pragmatismo, confermato dalla scelta compiuta dal presidente Putin, dopo la tragedia di New York e Washington, di schierarsi al fianco degli Stati Uniti nella lotta alla minaccia terroristica. Un orientamento che, a dispetto degli apparenti cambi di rotta palesatisi in occasione della seconda fase della guerra al terrorismo - la campagna irachena -, degli ostruzionismi alle Nazioni Unite e dell’improbabile asse antiamericano costituito assieme ad alcuni Paesi europei, continua a tenere. Prova ne è il fatto che il punto di vista antiamericano non è mai stato espresso in prima persona da Putin, e non ha in ultima analisi modificato le linee essenziali della collaborazione russo-americana. Ora, la progressiva integrazione della Russia nello spazio politico, economico e di sicurezza occidentale ha un unico sbocco, ma molteplici vie. Vie che passano tanto da Bruxelles - e da Berlino, Parigi e Roma - quanto da Washington. Esiste però una differenza di fondo, strutturale, tra la visione americana e quella europea riguardo al ruolo e al futuro della Russia. Tale divergenza dipende dal fatto che la Russia è per gli Stati Uniti un elemento chiave nella costruzione di un nuovo ordine e di una politica di sicurezza internazionali. Ciò vuol dire che la Russia è collocata dall’America in un disegno di respiro globale, mentre l’Europa, che è abituata a pensare meno in termini di politica internazionale, si interroga più sulle ricadute regionali della transizione russa.
Dal punto di vista americano, espresso ripetutamente e in maniera inequivocabile dall’amministrazione Bush, il primo cardine della nuova partnership strategica russo-americana è certamente l’alleanza nella lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti hanno beneficiato del supporto della Russia durante la guerra in Afghanistan, ottenendo la collaborazione dell’intelligence russa, l’apertura delle basi in Asia Centrale e una sorta di «condominio» russo-americano nella regione. I vantaggi, tuttavia, non sono stati unilaterali. Per la Russia, la partecipazione allo sforzo americano contro il terrore globale ha dato frutti importanti. Innanzitutto, la presenza americana in Asia centrale, a dispetto delle resistenze espresse da una parte dell’establishment militare russo che considera la regione come «il cortile di casa» di Mosca e come una zona di esclusiva influenza russa, è preziosa per assicurare la stabilità e l’impermeabilità al terrorismo di matrice islamica del ventre molle dell’ex impero sovietico. La Russia da sola non sarebbe più in grado di sostenere il fardello della sicurezza della sua immediata periferia, dell’ «estero vicino» come lo chiamano a Mosca, e una destabilizzazione dell’Asia Centrale avrebbe effetti dirompenti sulla tenuta della stessa Federazione.
In secondo luogo, la nuova stagione politica aperta dagli attentati dell’11 settembre è stata l’occasione, per la Russia, di trasformare gli errori, gli eccessi e le difficoltà del pantano ceceno in una necessaria, e dunque legittima, appendice della guerra al terrorismo internazionale. Non è un caso che le azioni militari nella repubblica ribelle vengano chiamate, nella terminologia ufficiale, «operazioni antiterrorismo». È questo un aspetto che già di per sé evidenzia le conseguenze del diverso approccio alla questione russa da parte americana ed europea. L’America, per cui contano maggiormente considerazioni di realpolitik come i vantaggi derivanti da un impegno russo sul fronte della guerra al terrorismo e la stabilizzazione delle aree turbolente dello spazio ex sovietico, è portata a considerare lo «sdoganamento» della guerra in Cecenia come legittima operazione antiterroristica un prezzo ragionevole. Nessuno, tuttavia, s’inganna sulla realtà della Cecenia, in cui la situazione dal punto di vista della legalità e dei diritti umani è tutt’altro che accettabile: un ostacolo notevole per i rigidi parametri dell’Unione europea, che basterebbe a sbarrare alla Russia i cancelli di Bruxelles.
D’altra parte, l’abitudine a plasmare la politica estera secondo una visione globale è propria non soltanto degli Stati Uniti, ma della stessa Russia. Non è un mistero che il Paese aneli a recuperare il suo status di parità con l’America, e a bilanciare il nuovo ordine internazionale in via di costituzione in senso multipolare. Una conseguenza di ciò è che la Russia non è per esempio interessata alla Pesd o alla Pesc, considerate troppo limitative, e che configgono con l’ obiettivo di ottenere un ruolo internazionale di prestigio e autonomia. E in quest’ottica, è a Washington, allo strumento degli accordi bilaterali con l’America, che Mosca guarda, e non già a Bruxelles. Dall’ altro lato, il desiderio russo di recuperare sulla scena internazionale il prestigio perduto con il crollo dell’Impero implica che possano determinarsi circostanze in cui Mosca avrà la tentazione di stringere alleanza con i maggiori Paesi europei, e forse con la Cina, al fine di bilanciare l’egemonia americana. Ciò è già avvenuto nel corso della crisi irachena, durante la quale la spregiudicatezza delle posizioni francesi ha trovato terreno fertile nelle resistenze mentali di Berlino e nei sogni di rinnovata grandezza di Mosca. La realtà, tuttavia, è che il cosiddetto «asse Mosca-Berlino-Parigi» è inefficace, perché la sua unica ragion d’essere - la volontà di frenare la potenza americana e di scongiurare l’unipolarismo che di fatto governa questa fase della storia - non basta ad annullare il vantaggio strategico americano e a contendere agli Stati Uniti il ruolo di unica superpotenza (e similmente, un’alleanza tra Mosca e Pechino non toglie certo il sonno all’amministrazione americana, perché le chances di una sua concretizzazione sono vicine a zero). La Russia sembra averlo compreso, e all’indomani del successo americano in Iraq ha dovuto riconoscere di aver puntato sul cavallo sbagliato. Anche Berlino ha cercato di rimediare allo strappo con l’alleato americano, ed è molto probabile che entrambe otterranno il «perdono» americano, a differenza di Parigi. E d’altronde, se lasciamo da parte i comportamenti contingenti e ci concentriamo sulla sostanza, anche sulla spinosa questione di politica internazionale su cui fiumi d’inchiostro sono stati versati nei cahiers de doléances europei - quella delle «azioni preventive» previste nella National security strategy elaborata dall’Amministrazione Bush - la posizione russa non converge con quella europea, essendo Mosca teoricamente più aperta verso lo strumento della prevention di quanto lo sia l’Unione europea. Il ruolo che la Russia, nella visione americana, può svolgere nello scacchiere internazionale non si esaurisce alla lotta al terrorismo. Washington ha interesse ad approfondire il legame bilaterale con Mosca, ad esempio nel campo della proliferazione nucleare. In particolare, l’America si attende la collaborazione russa sul dossier Iran, che tutti i servizi d’intelligence concordano nel ritenere prossimo allo sviluppo dell’atomica, e che in questo sarebbe fortemente aiutato dalla collaborazione nucleare avviata con Mosca. Allo stesso modo, l’influenza russa potrebbe rivelarsi preziosa nell’affrontare la sfida rappresentata dalla Corea del Nord. Si tratta, di nuovo, di ambiti in cui è l’America, e non l’Europa, a concentrare la propria attenzione e ad approntare soluzioni, che vedrebbero appunto in Mosca un partner di primo piano.
Se gli Stati Uniti, in sostanza, non possono essere marginalizzati nel processo di integrazione della Russia in Occidente, e devono rimanere il referente principale di tale evoluzione, questo non significa che Washington non veda di buon occhio il progressivo avvicinamento della Russia all’Europa, o che lo avversi. Al contrario. L’europeizzazione della Russia è considerata in America come un processo indispensabile per garantire la stabilità e la prosperità della stessa Europa. Qualora infatti il processo di allargamento dell’Unione europea lasciasse la Russia ai margini, si creerebbe un’immensa area di instabilità che peserebbe come una spada di Damocle sul futuro dell’intero continente. Anche la cooperazione economica tra Ue e Russia è sicuramente uno degli strumenti principe per la modernizzazione dell’economia e della società russe, così come non è da escludere in futuro una possibile associazione della Russia ad alcuni aspetti della politica di sicurezza europea, e la partecipazione russa alle operazioni inquadrabili nell’ambito delle cosiddette «missioni di Petersberg». Simili scenari otterrebbero il favore di Washington, perché assicurerebbero un contributo alla governance mondiale.
Queste considerazioni, tuttavia, non modificano una realtà: gli Stati Uniti non credono che l’Europa di Bruxelles possa realisticamente estendersi fino al Mar del Giappone. Essi ritiengono che una delle chiavi di volta del futuro ordine internazionale consista in un emisfero settentrionale accomunato da istituzioni democratiche, libertà, mercato, e che questo sarà possibile soltanto con una Russia occidentalizzata, prospera, stabile, integrata in Europa e alleata dell’America. Washington non teme un’Eurasia unita, la auspica. A condizione che si tratti di un’entità che non trova la sua ragion d’essere nell’invidia della potenza americana, e nella volontà di contenerla, bensì nella fedeltà agli ideali che hanno forgiato, e sostenuto, l’alleanza delle democrazie, anima dell’Occidente.