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Chi comanderà a Mosca nel 2010

RISK
di Sergio Augusto Rossi
risk n.2 - Ottobre 2003 - Gennaio 2004

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risk2 Non è possibile, soprattutto in Russia, un’analisi della situazione economica senza almeno un breve cenno al contesto politico in cui essa si sviluppa. Innanzitutto, la situazione politica in Russia all’inizio dell’autunno 2003 può essere definita abbastanza stabile, anche se si sta entrando in campagna elettorale per il rinnovo della Duma di Stato (Camera bassa del Parlamento). La popolarità del presidente Putin rimane piuttosto alta (il 76% approva il suo operato) e in caso di elezioni per un secondo mandato presidenziale (che avverranno la prossima primavera), il 48% dei russi lo rivoterebbe, contro il 13% per il leader comunista Gennadi Zjuganov e il 5% per il leader nazionalista Vladimir Zhirinovskij. Assai meno fiducia vi è nell’attuale sistema dei partiti. Il 20% della gente voterebbe per il partito governativo «Unità» (sondaggi Fom – Fondo per i sondaggi di opinione - dei primi di settembre), il 19% per i comunisti di Zjuganov, il 7% per i nazionalisti di Zhirinovskij, e il 5% per ognuno dei due partiti riformisti Jabloko di Grigori Javlinskij e Sps di Sergei Kirienko e Irina Khakhamada. Ma gli indecisi sono il 23%, quelli che non andranno a votare il 13% e quelli che voterebbero contro tutti i partiti (in Russia si può fare) il 5%. Il divario psicologico e consensuale tra popolazione e istituzioni come governo e poteri locali, per non parlare di tribunali e forze dell’ordine, dunque si mantiene: la credibilità di giornali e radiotelevisione non supera il 33%, e quella delle banche rimane ancora piuttosto bassa. Il problema principale, malgrado il visibile aumento del tenore di vita nelle città principali, rimane il livello dei redditi (solo un terzo della popolazione ha un tenore di vita accettabile e circa il 10-15% può essere definito di classe media – che sale al 20-25% nelle città come Mosca - mentre i redditi elevati non superano il 3-4%. Soprattutto dopo la guerra in Iraq, si sta assistendo a una lotta crescente di influenza attorno alla presidenza Putin tra la parte dell’élite dirigente facente capo ai capi dei servizi segreti e dei ministeri «forti» (interni, difesa, sicurezza), più nazionalista e autoritaria e fautrice di un maggiore controllo statale sull’economia, e la parte facente capo agli economisti riformisti e agli imprenditori e oligarchi più «internazionalisti», liberisti e filo-occidentali. L’episodio della società petrolifera Yukos, attaccata giudiziariamente e finanziariamente, anche se sta in parte rientrando, ha suonato un campanello d’allarme. In particolare, la posizione del presidente Putin, che ha cercato di rimanere fuori dalla mischia, ma non dando l’impressione di voler veramente mediare, ha destato non poche perplessità. In ogni caso però, Putin dovrebbe continuare l’avvicinamento politico ed economico con l’Europa e la ripresa del dialogo e della cooperazione strategica con gli Stati Uniti.

L’economia russa nella prima metà del 2003 e le previsioni 2003-2004
L’economia russa ha concluso il primo semestre 2003 con risultati piuttosto lusinghieri. La stima di aumento del Pil, secondo il ministero dell’Economia, è di ben il 7,2%, anche se la maggioranza degli esperti prevede un rallentamento intorno al 6-6,4% a fine anno, e uno ancora più forte nel 2004 (tra il 4 e il 4,7%). Anche la produzione industriale è salita del 6,8% a fine giugno, del 6,6% a fine agosto, e le previsioni di fine anno sono ora sul 6,2-6,4%, mentre nel 2004 la crescita potrebbe ridursi sotto il 6%. Notizie meno buone provengono dall’agricoltura, la cui produzione nei primi sei mesi è diminuita dello 0,3%, mentre a fine giugno 2002 era in crescita del 4,1%. Quest’anno le previsioni per il raccolto dei cereali si fermano intorno ai 70 milioni di tonnellate, contro gli 86 milioni raggiunti nel 2002, e pertanto non si prevedono più rilevanti esportazioni di frumento come l’anno scorso. Soprattutto il settore petrolio e gas (+10%), e anche la metallurgia ferrosa (+9,5%), hanno rivelato i tempi più elevati di sviluppo della produzione, favoriti dall’alto prezzo del greggio e delle altre materie prime sui mercati mondiali. Ma anche il settore delle macchine utensili (+7,6%) ha tirato la ripresa nei primi sei mesi, seppure non in tutti i suoi comparti (la produzione di automobili, e soprattutto di macchine agricole è diminuita), seguito dalla metallurgia non ferrosa e dal vetro-ceramica (entrambi con il 6,5% di aumento). Se mettiamo tra parentesi la forte crescita del settore farmaceutico (+16,5%) la cui incidenza sulla produzione industriale è assai modesta, tra i grandi settori troviamo un po’ sotto il 5% la chimica e petrolchimica (+4,6%), l’industria alimentare (+4,3%) e poi l’industria del legno e della cellulosa (3,2%). In relativa difficoltà, eccetto il settore pelle e calzaturiero (+6,1%), si rivela invece l’industria leggera (tessile e abbigliamento), diminuita dello 0,8% nei primi sei mesi. Intanto, la bilancia commerciale russa nel gennaio-luglio ha già raggiunto un saldo attivo di 41,8 miliardi di dollari, con la prospettiva di arrivare a 47-50 miliardi a fine anno. Il valore dell’interscambio con l’estero nel gennaio-luglio è aumentato del 25,2%, raggiungendo 102,2 miliardi di dollari, con le esportazioni in aumento del 27,4%, fino a 72 miliardi, e le importazioni in aumento del 20,5%, fino a 30,2 miliardi (dati doganali). e) Uno dei fattori più positivi è la netta ripresa degli investimenti, aumentati dell’11,9% nel gennaio-giugno, rispetto al 2,5% del primo semestre del 2002. L’attività edilizia in genere è cresciuta dell’11,9%, rispetto al 2,5% del primo semestre dell’anno scorso, e l’edililizia abitativa in particolare è aumentata del 13,7%, leggermente meno del 14,4% del corrispondente periodo del 2002. E’ peraltro continuato il buon andamento della domanda interna, e il volume del commercio al minuto è cresciuto dell’8,9% nel primo semestre: la domanda interna, insieme alle esportazioni e agli investimenti, costituisce uno dei tre principali fattori di crescita attuali dell’economia russa. L’inflazione (indice dei prezzi al consumo) è però aumentata del 7,9% cumulativo nel gennaio-giugno, e in luglio ha continuato a rimanere sullo 0,8%, conducendo il valore sui sette mesi a oltre il 9%. Pur tenendo conto del consueto rallentamento previsto nella seconda metà dell’anno, come è già avvenuto nel 2001 e nel 2002, gli economisti dubitano che l’obiettivo governativo del 12% a fine 2003 possa essere raggiunto, tenendo conto delle tendenze all’aumento della spesa pubblica in un anno elettorale (rinnovo della Duma in dicembre), e le previsioni prevalenti indicano ora il 13-14%, rispetto al 15,2% di fine 2002. I redditi reali della popolazione continuano comunque a crescere: nel gennaio-giugno 2003 sono aumentati del 15,1% in valore reale, rispetto al 10,1% del primo semestre 2002. Il valore nominale del reddito pro-capite in giugno era 4.974 rubli, (circa 164 dollari) mentre il salario medio era di 5.591 rubli (184 dollari). Il livello ufficiale della pensione media - 1.610 rubli al mese (53 dollari) - è cresciuto del 17,7% in valore nominale, ma appena del 3% in termini reali. Il potere d’acquisto reale della popolazione è aumentato nel primo semestre tra il 20 e il 30% per la maggioranza dei prodotti alimentari, eccetto che per lo zucchero, le patate e i cavoli (in queste due ultime categorie, abbastanza importanti, il calo è stato intorno al 10%). Sempre il potere d’acquisto è aumentato di oltre il 20% nel settore dell’abbigliamento, ma è diminuito tra il 10 e il 15% per la maggioranza dei servizi comunali e abitativi (affitto, luce, gas, riscaldamento), mentre è aumentato del 5-6% per quanto riguarda i servizi telefonici.

Le riserve valutarie hanno sfiorato ai primi di luglio il record di 65 miliardi di dollari, oltre quattro volte la cifra del 1998, anche se al 7 settembre erano scese a 62 miliardi di dollari, soprattutto a causa dei pagamenti del debito estero. In realtà, negli ultimi tempi il rublo ha continuato a rafforzarsi sul dollaro (il 6,0% in termini reali nei primi sei mesi del 2003) e a difendersi abbastanza bene dal rincaro dell’euro, perdendo l’1,7% sempre in termini reali. Il bilancio dello Stato è risultato in attivo di oltre l’1,3% del Pil nella prima metà di quest’anno. Infine, il debito estero russo dovrebbe diminuire da 119 a circa 108 miliardi di dollari, ovvero a meno di un quarto del Pil, previsto ufficialmente a fine 2003 intorno ai 430 miliardi di dollari, ma in realtà, contando l’economia parallela, a quasi 600 miliardi. In definitiva, dall’inizio del 2003 continua la ripresa economica in Russia, insieme al boom degli investimenti. I principali fattori di questa crescita sono l’accelerazione dei ritmi di aumento della produzione e dei servizi nei settori basilari dell’economia, soprattutto nell’industria e nell’edilizia, in particolare quella abitativa (previsione del 15% in più rispetto al 2001), il mantenimento della favorevole congiuntura economica all’estero, l’aumento degli investimenti delle risorse della popolazione, grazie a un notevole incremento delle entrate realmente disponibili. Sarà utile osservare che mentre nei Paesi dell’Unione europea il problema prioritario è come uscire dalla crisi attuale e passare da tassi di sviluppo negativi a tassi superiori al 2-3%, il dibattito tra economisti, esperti e politici in Russia è se e come sia possibile raddoppiare l’attuale crescita del Pil (che sarà al minimo del 6% nel 2003 ) entro il 2010. I riformisti, come l’ex ministro dell’Economia Evgheni Jasin, ritengono che per mettersi in grado di garantire simili tassi di sviluppo, l’economia nazionale dovrebbe accettare due-tre anni di bassa crescita (2-3%), nei quali però investire pesantemente in alcune riforme strutturali, dai monopoli energetici (vedi Gazprom per il gas naturale e Rao-Ees per l’energia elettrica) alla drastica riduzione di tutte le numerose partecipazioni statali residue nell’industria, aumentando pertanto l’area privata dell’economia e la conseguente capacità competitiva. Inoltre, sarebbe necessaria sia una radicale riforma amministrativa, che allentasse tra l’altro la stretta soffocante della burocrazia sulle attività imprenditoriali, sia una sostanziale riforma del sistema bancario e creditizio, che finora non è riuscito a svolgere una vera funzione di stimolo del sistema produttivo. Anzi, è accaduto che la maggior parte dei grandi investimenti effettuati negli ultimi tempi dalle maggiori imprese russe sia stato effettuato prevalentemente grazie a prestiti sul mercato internazionale o a linee di credito di pool di banche straniere. Tutto questo per mettere in grado l’economia russa di sostenere più efficacemente le grandi sfide economiche e commerciali del futuro in campo internazionale, come l’allargamento della Unione europea (che passerà a coprire dall’attuale 34-36% a quasi il 50% dell’intero commercio estero russo) e l’ingresso della Russia nella Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, prevista tra il 2004 e il 2005.

I gradualisti invece, rappresentati in parte dal primo ministro Mikhail Kasianov, ritengono più agevole sfruttare l’attuale congiuntura internazionale favorevole, con il prezzo del petrolio e di altre materie prime abbastanza alto, in modo da accumulare una quantità di risorse tali, tra l’altro concentrate in parte nel cosiddetto «fondo di stabilizzazione», che conterrebbe già sugli 1-2 miliardi di dollari, in modo da poter gestire eventuali periodi di bassa congiuntura e stimolare taluni settori dell’economia, ove necessario. Tale approccio consentirebbe tra l’altro di non scontentare la popolazione attraverso bruschi aumenti dei prezzi dei principali servizi comunali-abitativi (luce, gas, acqua, etc.), e quindi di far passare più o meno indenne l’attuale assetto politico-governativo attraverso i prossimi appuntamenti elettorali. Quasi superfluo dire che le tendenze attuali vanno in favore del secondo tipo di approccio, ma con una certa «apparenza» di progetti di riforma (tipo quella dei servizi comunali-abitativi), da presentare in autunno al Parlamento, ma che in ogni caso non potranno vedere la luce prima della prossima legislatura.

La vera garanzia di uno sviluppo economico più stabile e di una maggiore competitività di impresa passa però attraverso il riequilibrio almeno parziale dell’attuale modello di sviluppo russo, basato in gran parte sulle risorse energetiche e sui proventi derivanti dalle relative esportazioni, soprattutto di petrolio e di gas naturale. Talune tendenze vi sono, come l’emergere negli ultimi 5 anni tra le prime 200 imprese russe di nuove grandi società non più solo nei tradizionali settori dominanti come il petrolifero o metallurgico e metalmeccanico, ma anche in altri settori come quello alimentare (Win Bill Damm, Baltika), delle telecomunicazioni (Vimpelcom), etc. Tuttavia, tale tendenza deve essere attentamentee curata ed incoraggiata nei prossimi anni, per dare frutti reali. Una seconda tendenza importante da incoraggiare, o quanto meno da ostacolare sempre di meno con gli eccessivi vincoli e arbitrarietà burocratiche, è lo sviluppo delle piccole e medie imprese in rapporto a quelle medio-grandi. L’attuale numero ufficiale di pmi in Russia, meno di 900 mila, è assolutamente inadeguato, anche se le stime parlano di almeno 3 milioni di piccole imprese finora rifugiate nell’economia parallela, e che gradualmente potrebbero emergere alla luce produttiva e fiscale. Infine, secondo gli esperti di Trojka Dialog, autorevole banca privata di investimento, dovrebbe continuare l’odierna tendenza all’aumento della produttività del lavoro, perché in presenza di bassi livelli di disoccupazione, per garantire una crescita economica del 7% nei prossimi anni occorrerebbe aumentare la produttività del lavoro tra il 5,5 e il 6,5% all’anno, cosa questa fattibile. In realtà, l’economia russa, a parte esser stata ufficialmente riconosciuta da Stati Uniti e Unione europea come «economia a sistema di mercato», è abbastanza inserita nei circuiti mondiali, se si pensa che nel 2002 il 48% del Pil russo dipendeva dal commercio estero, e in particolare il 31% dalle esportazioni e il 17,6% dalle importazioni. Tuttavia, l’economia russa, stimata in valore del Pil corretto con il potere di acquisto comparato (Ppp-Gdp), rimaneva comunque al decimo posto mondiale, dopo Usa, Cina, Giappone, India, Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Brasile (dati Banca Mondiale). I margini per un miglioramento sono quindi ancora molto ampi, in rapporto alle sue potenzialità economico-industriali, di sviluppo della domanda interna e dei relativi consumi. Una stima prudenziale suggerisce che se indichiamo in 150 miliardi di dollari l’anno l’attuale mercato dei consumi in Russia (ma molti ritengono tale cifra sottostimata come minimo di 50-90 miliardi di dollari) entro il 2010 essa dovrebbe essere come minimo raddoppiata. In effetti, una stima comparata sul valore del mercato dei beni di consumo in Russia (non solo per la classe media), che è assai superiore ai dati ufficiali Goskomstat (Comitato statale di statistica), ritenuti sottovalutati, indica che secondo Expert/Comcon-2 già nel 2000 tale mercato avrebbe superato i 100 miliardi di dollari, con un aumento di almeno 20 miliardi all’anno nell’ultimo biennio. La società russa di marketing Ims a fine gennaio 2003 stimava invece il mercato dei consumi al doppio dei dati Goskomstat, cioè fino a 240 miliardi di dollari nel 2002.

Economia e politica in Russia: quale élite dirigente nel 2010-2020?
Gli avvenimenti principali del 2002-2003, in particolare la guerra in Iraq e le sue conseguenze negative sui rapporti tra Russia e Stati Uniti hanno dimostrato soprattutto una cosa:
la mancanza di un vero disegno strategico nella politica estera e di sicurezza russa. Il presidente Vladimir Putin si è trovato, come al solito, a dover mediare tra le due principali lobby interne: quella dei servizi di sicurezza e dei militari, fondamentalmente anti-americane, e quella dei diplomatici (ma anch’essa divisa al suo interno) e degli industriali, tendenzialmente filo-occidentali. Soprattutto durante la fase iniziale del conflitto, la lobby nazionalista ha avuto la meglio, collegata a una campagna stampa e a un tipo di copertura della crisi in cui i mass media russi, al di là di una copertura giornalistica di eccellente livelllo e intensità, hanno evidenziato le apparenti difficoltà dell’avanzata anglo-americana ed un certo isolamento diplomatico nell’ambito dell’Onu. Soltanto verso metà crisi, quando è incominciata ad apparire la rapidità della vittoria americana, e i rapporti con gli Stati Uniti hanno conosciuto episodi di tensione (accuse statunitensi ad alcune imprese russe di aver fornito armi all’Iraq), Putin è intervenuto pubblicamente per metter freno all’ondata psicologica antiamericana, ricordando che gli Stati Uniti rimangono comunque un partner strategico per la Russia, che ha quindi interesse e intenzione di mantere buoni rapporti con Washington.
La crisi in Irak ha dimostrato inoltre l’incapacità, o meglio, l’estrema difficoltà dell’élite dirigente russa, e in particolare dei servizi segreti e dei militari, ma anche di molti politici e parlamentari, di uscire dai vecchi schemi preconcetti ereditati dalla guerra fredda, fornendo al presidente Putin analisi più obiettive sulle realtà politico-strategiche ed economico-industrali contemporanee. Accoppiate a una diplomazia quasi altrettanto condizionata e diretta dal ministro degli Esteri Ivanov, questo si è tradotto in un fattore decisamente penalizzante per un più incisivo ruolo attuale e futuro della Russia nell’ambito dei principali problemi di sicurezza e stabilità internazionale. Interessante come in un bilancio della politica condotta dalla Russia a difesa dei propri interessi in Iraq, un’analisi impietosa del settimale moscovita Expert fosse intitolata all’inizio dell’estate: «Veni, vidi, persi». La crisi in Iraq ha fatto pertanto emergere, tra gli analisti russi più avvertiti, un interrogativo di fondo: come sarà la futura élite dirigente russa, e soprattutto, quale strato o gruppo dell’attuale società avrebbe oggi più titoli per formarla? Per rispondere almeno in parte, occorre sottolineare innanzitutto che la presidenza Putin ha visto in questi ultimi tre anni una significativa immissione a tutti i livelli di potere (governi locali, superprefetti o rappresentanti personali del presidente nei distretti federali, amministrazione centrale, governo e amministrazione presidenziale) di quadri e dirigenti con una formazione e carriera almeno parziale, se non più completa, effettuata nelle Forze armate o nei servizi di sicurezza. La percentuale di questo tipo di quadri sarebbe salita, secondo alcune stime, dal 20-25% durante la presidenza Eltsin al 32-33%, con Putin, cioè da circa un quinto a quasi un terzo. In termini politici, questo si è tradotto nel consolidamento di alcune tendenze prevalenti per quanto riguarda la conduzione dello Stato russo: più nazionalismo e tendenza al controllo dello Stato e della sua alta burocrazia sui mezzi di informazione e sull’economia del Paese, meno internazionalismo e maggiore riluttanza a integrare la Russia nei flussi commerciali e finanziari internazionali, se non in base a uno specifico e dimostrato vantaggio nazionale e senza alcun pregiudizio potenziale per il ruolo e il controllo dello Stato su questo tipo di evoluzione. Gli esempi concreti di questo tipo di approccio sono abbastanza agevoli da indicare in questi ultimi mesi: uno è certamente l’attacco giuridico e finanziario di quest’estate alla dirigenza della grande società petrolifera Yukos, condotto dalla procura generale, colpevole agli occhi del Cremlino sotto vari aspetti, dall’eccessiva indipendenza finanziaria, fino all’appoggio di partiti politici non esattamente filo-governativi, come i riformisti di Yabloko, fino agli stretti rapporti con gli ambienti governativi e petroliferi statunitensi, e così via. Un secondo esempio è l’attuale dibattitto sulla riorganizzazione societaria e sulla privatizzazione dell’industria della Difesa, dove il vistoso successo della nuova grande holding privata «Irkut» in campo aeronautico ed esportativo ha suscitato critiche e progetti alternativi di nuove grandi holding pubbliche sponsorizzate dall’alta burocrazia statale. Ritornando alla questione delle élite dominanti, in termini politici, appare chiaro che oggi e per l’immediato futuro, la prevalenza in Russia spetta a una coalizione dell’alta burocrazia e dei servizi di sicurezza, il cui nazionalismo e visione degli interessi nazionali potrebbero essere definiti come quasi «speculari» e corrispondenti dall’altra parte dell’Atlantico alla prevalenza dei «Neo-cons» (nuovi conservatori) al Pentagono e nell’ambito dell’Amministrazione del presidente George Bush a Washington.

Il principale concorrente e pretendente a costituire la nuova élite dirigente russa almeno a medio termine, non si può trovare quindi né negli ambienti della diplomazia, né in quelli politici o parlamentari, i quali sono o ancora troppo legati ai vecchi schemi e approcci concettuali o non ancora sufficientemente maturi e attrezzati per le nuove sfide contemporanee della globalizzazione. Invece è la classe dei grandi imprenditori (non semplicemente «gli oligarchi»), che ha in questi ultimi tempi guidato di fatto la crescente integrazione dell’industria e della finanza russa a livello europeo e mondiale, ricercando apertamente una graduale legittimazione del ruolo e degli interessi delle imprese russe sui mercati mondiali. In termini concreti e visibili, ciò ha significato l’adozione almeno parziale, ma talora abbastanza completa, dei criteri base della corporate governance e della trasparenza nella gestione d’impresa, anche ai fini della certificazione internazionale dei bilanci, la crescente quotazione delle imprese russe in primo luogo alla Borsa di New York attraverso gli American deposit certificates, il crescente ricorso delle maggiori holding pubbliche e private russe all’emissione di eurobbligazioni, gli accordi sempre più frequenti di commercializzazione o produzione congiunta con le più grandi imprese occidentali, fino all’acquisizione di società europee o americane (per esempio Norilsk Nickel con Stillwater).

Interessante è osservare i risultati di una recente inchiesta di Expert condotta insieme alla società Zirkon, sulla classe medio-alta russa, con reddito pro-capite superiore a 400 dollari al mese, e che comprende alti dirigenti di società grandi e medie, proprietari di piccole società e tecnici o esperti a elevata specializzatione. Tale classe costituisce il 12% dell’intera classe media russa, ma influenza anche quel 28% con reddito pro-capite dai 250 ai 400 dollari al mese. Ricordiamo che il resto è costituito dalla classe medio-bassa, con reddito dai 150 a 250 dollari. In breve, si tratta dei nuovi russi di centrodestra, che sono in favore di:
- un forte Stato partner, ma non paternalistico (il 62% per il ritorno della Russia allo status di superpotenza e il 66% per il rafforzamento del potere centrale)
- un moderato nazionalismo (78% in favore dell’unità storica russa)
- il rifiuto di ritornare al socialismo (47% contro 21%)
- la possibilità per le imprese di essere concorrenziali senza far ricorso a una politica di protezionismo;
- la non ingerenza dello Stato nei rapporti tra lavoro e capitale
- il mantenimento dei rapporti di proprietà in Russia (cioè non rivedere i risultati della privatizzazione);
- l’eventuale rinuncia a qualche diritto dei cittadini per assicurare l’ordine nel Paese
In sostanza, la nuova classe medio-alta del Paese è nettamente in favore dell’iniziativa privata e del liberismo economico, insieme a un limitato autoritarismo dello Stato soprattutto nelle funzioni di garanzia dell’ordine e della sicurezza dei cittadini. Invece la classe medio-bassa è chiaramente spostata verso sinistra, e valuta maggiormente come priorità il garantismo dei diritti individuali del cittadino. Entrambe le fasce della classe media sono quindi portatrici, entro certa misura, di diritti democratico-liberali, dalla proprietà e iniziativa privata alla libertà individuale. Un tale approccio tende però a scontrarsi apertamente da un lato con gli interessi costituiti dell’alta burocrazia, in grado di condizionare perfino il presidente, e la cui priorità non è certo l’efficienza, quanto piuttosto la discrezionalità di intervento e di controllo amministrativo, e dall’altro, come già detto, degli ambienti facenti capo al ministero degli Interni, ai vari servizi di sicurezza e alle Forze armate. Inoltre, il problema della classe media, è che malgrado stia acquisendo una propria auto-coscienza e condivida largamente valori e atteggiamenti simili, essa non ha finora trovato una reale espressione politica in uno degli attuali partiti che operano nell’area parlamentare, distribuendosi invece qua e là tra i partiti filogovernativi, i nazionalisti e i riformisti.
In tali condizioni, quali scenari principali sono possibili nei prossimi anni per l’evoluzione dell’élite dirigente della Russia, e quindi per il suo tipo di interazione politica ed economica a livello europeo e mondiale? Ipotizzeremo tre scenari principali.

A) Modello conservatore-autoritario chiuso, nazionalista e protezionista.
Appare oggi come poco probabile, pur in presenza dell’attuale rafforzamento dell’influenza dei servizi di sicurezza e del centralismo burocratico-statale. Potrebbe avere qualche probabilità di successo solo dopo il 2008, quando cesserà il secondo mandato della presidenza Putin, tenendo conto dell’elevata probabilità che esso venga rinnovato nella primavera 2004. Ma soltanto un deciso peggioramento del clima internazionale, insieme al fallimento o a risultati piuttosto modesti o deludenti del processo di integrazione e armonizzazione della Russia con i Paesi dell’Unione europea, nonchè la presenza di un continuo conflitto di interessi politici ed economici con gli Stati Uniti, potrebbe condurre a un’involuzione della situazione politica interna russa e all’emergere di una dirigenza ultra-nazionalista, appoggiata dai militari, dai servizi di sicurezza e da taluni gruppi industriali collegati all’industria della difesa.

B) Modello presidenziale-democratico aperto, a sistema di mercato, altamente interattivo con l’Europa e con l’Occidente.
Anche questo scenario, diametralmente opposto al primo, tenendo conto degli attuali vincoli strutturali e generazionali della Russia, appare poco probabile, almeno nel breve-medio termine. La maturazione delle istituzioni democratiche, a incominciare dai partiti e dall’attività parlamentare, una migliore definizione del ruolo centrale della presidenza nell’ambito del sistema politico russo (resta aperto il dibattito se il presidente della Federazione russa debba restare assolutamente super partes, oppure debba avere una propria specifica base elettorale, corrispondente a un partito politico o a una colazione di partiti), nonchè altri tipi di sviluppi in questa direzione, qualora non ostacolati seriamente, prenderanno ancora un certo tempo per potersi radicare nella società russa, e molto probabilmente non meno di altri 7-10 anni. Nel frattempo, le tendenze obiettive nei processi di interazione politici e commerciali, industriali e finanziari tra Russia, Unione europea, Stati Uniti e le altre maggiori economie mondiali, potranno essere determinanti nell’influenzare anche i processi di evoluzione interna della Russia.

C) Modello conservatore aperto, a protezionismo moderato, e interattivo con l’Europa e l’Occidente.
Questo tipo di scenario intermedio si presenta come il più probabile, e se ne possono identificare almeno due varianti principali, a seconda del ruolo «strategico» o soltanto strumentale che sia attribuito dai dirigenti politici russi alla collaborazione politica, economica e industriale con l’Europa e l’Occidente. Su questo punto preciso, il presidente Vladimir Putin è stato più volte esplicito, confermando l’intenzione della Russia di considerare come prioritaria la crescente integrazione nei processi decisionali che interessano la sicurezza e lo sviluppo dell’Europa (Unione europea, Consiglio dei 15), la stabilità politica e dell’economia mondiale (G8), e il rispetto delle «regole del gioco» nel commercio internazionale (Wto). Questa prima variante, più liberista e «aperta» alla collaborazione internazionale, con un crescente ruolo riconosciuto alla stessa Russia, aperta agli investimenti stranieri e al dialogo energetico e sulle alte tecnologie soprattutto con i Paesi Ue, tra i quali l’Italia, è quella di rigore attualmente, e che meglio risponderebbe agli interessi nazionali russi.
Tuttavia, non mancano in Russia coloro che anche oggi, ritengono la collaborazione con l’Occidente non tanto stragegica, quanto prevalentemente strumentale e temporanea, e soprattutto utile in funzione di sviluppare taluni settori produttivi maggiormente bisognosi di iniezioni iniziali di capitale per l’effettiva modernizzazione, ripresa e acquisizione di una capacità concorrenziale a livello mondiale. I capitali stranieri sarebbero qui considerati soprattutto come «volano» iniziale per il crescente afflusso e rientro dei capitali russi in patria. Questa seconda variante non è da escludere, e sarebbe appplicabile soprattutto in alcuni settori industriali maggiormente «strategici», come l’energia (petrolio e gas), le alte tecnologie, le telecomunicazioni, la difesa e lo spazio. In realtà occorre osservare che già oggi, a fronte di una certa stabilità interna, e malgrado l’episodio della Yukos, i capitali russi stanno già rientrando in certa misura, e nelle statistiche sugli investimenti stranieri in Russia, dopo Germania o Stati Uniti, vengono a ruota i capitali provenienti da Cipro e dalle Isole Vergini, ovvero i capitali russi offshore.