
A una dozzina d’anni dalla scomparsa dell’Unione Sovietica, la Federazione russa appare del tutto cambiata rispetto alle epoche comunista e zarista. In primo luogo, i germogli della democrazia e del libero mercato sono sbocciati e, per quanto fragili, possono crescere ulteriormente. Secondo, i nuovi confini risultati dalla rottura dell’Urss sono stati accettati. Terzo, l’isolamento è stato respinto, una «speciale via russa», vista per lungo tempo come uno spauracchio, è stata ripudiata e l’integrazione con l’Europa è stata riconosciuta come un obiettivo politico irrinunciabile. Nulla di tutto ciò poteva essere dato per scontato all’epoca del collasso sovietico. Nel 1991, le speranze erano tante, ma tante erano anche le paure di un tonfo. Un putsch militare, una rivolta nazionalista, e la «re-imperializzazione» della Russia incombevano come problemi reali. Eppure, l’esercito era assai restio a intervenire nella politica interna, gli eletti comunisti a divenire parte del sistema, e l’agitatore Zhirinovsky si rivelò molto efficace nel neutralizzare lo spirito nazionalista e i pruriti post-imperiali. Dal 1993, anno dell’adozione della Costituzione tuttora in vigore, la Russia ha avuto tre tornate elettorali politiche (la quarta è in programma per il dicembre 2003), due presidenziali (la terza si terrà nel marzo 2004), e un trasferimento di potere al Cremlino: un punto cruciale, date le tradizioni politiche de Paese. Tre i capisaldi della politica estera. Uno era l’accettazione dei confini post-sovietici, che ha significato il ritorno della Russia alle frontiere del 1650, inoltre con l’effetto di trasformare circa 25 milioni di russi etnici in cittadini delle vecchie repubbliche e in stranieri per la legge di Mosca. Un altro caposaldo era l’accettazione dell’indipendenza dell’Ucraina, e della sovranità di Kiev sulla Crimea e Sebastopoli. E infine, v’è stata la decisione di Putin di schierarsi con gli Stati Uniti a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre, che in realtà ha manifestato la volontà del Cremlino di eliminare ciò che restava di competitività con Washington e riconoscere la realtà del primato americano nel mondo. L’ «Eurasia» - non tanto una descrizione della varietà geografica e culturale della Russia, ma un impero autosufficiente e autoreferenziale, dominato da un regime autocratico - appartiene al passato.
Più Europa in Russia. Non bisogna, naturalmente, sorvolare sulle difficoltà del processo di trasformazione. La democrazia è più proclamata che praticata e non poggerà su una vera fondazione finché non vi sarà un demos. La formazione del demos, cioè di un ceto medio ragionevolmente forte e fiducioso nelle proprie capacità, può solo sgorgare da una trasformazione economica e dalla crescita delle piccole e medie imprese. Le attuali riforme, a dispetto dei loro molti limiti, puntano ampiamente in quella direzione. Tuttavia, bisogna adottare una prospettiva storica. La maturazione della democrazia, del sistema di mercato e della società civile richiederà almeno tre generazioni. Nel 2003, la Russia si trova a metà della prima. Come altrove, prima che vi sia una democrazia compiuta, deve affermarsi la rule of law; prima che il mercato si radichi, il principio della proprietà privata deve imporsi con fermezza; e prima che vi sia un’autentica società civile, i russi devono imparare a pensare a se stessi come contribuenti e rispettare le autorità a tutti i livelli. Quanto più la Russia riuscirà a camminare in quella direzione, tanto più diverrà moderna o, come dice qualcuno, più «occidentale» ed «europea». Anzi, rafforzare la vocazione europea della Russia è divenuta, sotto il presidente Vladimir Putin, la nota politica ufficiale sulla questione dell’identità nazionale post-sovietica e post-imperiale. Eppure, non è del tutto chiaro quale ne sia l’esatto significato. Non v’è alcun dubbio di dove si trovi la Russia, da un punto di vista geografico. Vi sono ugualmente pochi dubbi sull’identità culturale della Russia: dopo tutto, Khabarovsk e Vladivostok sono città est-europee, non est-asiatiche. La lunga e ricca storia russa è strettamente intrecciata con quella degli altri Paesi europei, e il faticoso viaggio della Russia lungo la Siberia verso il Pacifico fa parte della colonizzazione europea. Forse che l’idea del Cremlino è stata concepita semplicemente per ricordare ai russi e agli stranieri queste verità di per sé evidenti?
Potrebbe essere così, ma una tale rozza lettura manca l’intero punto di cosa sia oggi l’ «Europa». Per un russo, significa tradizionalmente la cristianità occidentale. Tra il 1700 e il 1900, è stata anche sinonimo di «modernità», soprattutto tecnologica. Nel Ventesimo secolo, l’Unione Sovietica si è isolata ideologicamente dai vicini e si è data l’obiettivo di «raggiungere e superare l’America», il nuovo leader tecnologico mondiale. Il progetto del comunismo sovietico è fallito, e da allora la Russia tenta di tornare «a casa», riscoprendo il proprio retaggio culturale, comprese le radici cristiane ortodosse.
Qui stanno sia il problema, sia la soluzione. La Russia è senz’altro europea, ma non fa parte della moderna Europa. È facile da vedere, e chiunque può essere d’accordo. Più difficile capire cosa sia oggi la «modernità». Per la maggior parte dei russi contemporanei, è la tecnologia e il tenore di vita. I modernizzatori, da Pietro il Grande in poi, hanno tradizionalmente sottolineato la necessità di raggiungere i vicini più progrediti. Putin è decisamente un erede di questa gloriosa tradizione. L’idea nazionale del Ventesimo secolo, secondo il Cremlino, è diventare un Paese competitivo, nelle condizioni della globalizzazione. Il tipico sogno nel cassetto di un russo qualunque è vivere in un appartamento che è stato «eurovato», cioè ristrutturato in stile europeo.
Quel che manca in questa visione popolare è la consapevolezza della necessità di costruire nuove istituzioni sociali e politiche, senza le quali la modernizzazione rimarrà superficiale o alla meglio parziale fermandosi a uno stadio iniziale della cruciale trasformazione di cui la Russia ha bisogno. A meno che non ci si renda conto di ciò, e fino al momento in cui questo non accadrà, la Russia continuerà a tenersi la sua situazione paradossale, in cui l’illuminato capo della nazione è l’unico «europeo», ma non cessa d’essere egli stesso un autocrate. Dunque, perché la Russia nel suo complesso sia europea e moderna, dev’esserci più Europa in Russia, nel senso di istituzioni democratiche, di libero mercato e civili. Come già detto, il processo è in corso da un po’ e ha ragionevoli possibilità di successo, sebbene nel lunghissimo termine. Nel frattempo, che fare della Russia in Europa?
La Russia in Europa… ma quale Europa?
Sebbene il termine Europa venga ampiamente utilizzato nel senso di Unione europea, qui verrà impiegato col significato di «Europa allargata», che grossomodo coincide coi membri del Consiglio d’Europa. L’esistenza di quest’ultimo ha un senso, politicamente, poiché indica la zona d’influenza dell’Ue, sospende la prospettiva dell’adesione e fornisce un approdo a Paesi come la Russia, che probabilmente non entreranno nell’Unione. Le relazioni tra il nocciolo dell’Ue e l’Europa extra-Ue saranno dominate da due temi: le preoccupazioni dell’Unione per il suo particulare e il desiderio degli altri Paesi di accedere all’Ue. Le relazioni tra l’Ue e la Russia saranno chiare sotto un aspetto fondamentale. Ragionevolmente, la Russia è l’unico Paese europeo che non ha alcuna possibilità di divenire membro dell’Unione. È abbastanza difficile immaginarsi le élites e la popolazione russe pronte a rinunciare alla sovranità e accettare d’essere governate da Bruxelles. È semplicemente impossibile pensare che l’Europa voglia ammettere la Russia. Da un lato, la Russia diverrebbe il membro dell’Ue di gran lunga politicamente più forte. Dall’altro, chiuderebbe la porta a un progetto europeo e ne aprirebbe un’altra su un nuovo progetto eurasiatico. Per quanto esso possa essere attraente per una manciata di studiosi di geopolitica, è talmente certo che troverebbe forte opposizione dentro e fuori dall’Ue, ed è inutile qui perdere altro tempo. Quali sono, allora, le prospettive per le relazioni euro-russe nel futuro prossimo? L’Unione e la Russia si sono impegnate politicamente per costruire una relazione di partnership. Questo desiderio poggia soprattutto sulla cooperazione economica. Il ruolo della Russia di principale fornitore dell’Ue di gas naturale e petrolio resterà, ma è una base troppo fragile per una partnership degna di questo nome. Sebbene l’area di libero scambio disegnata nel 1994 dal Partnership and cooperation agreement sia ancora lontana, è in discussione un’idea ancor più ambiziosa di spazio economico comune europeo. Di certo v’è qualche potenziale per gli investimenti dell’Ue in Russia, e non solo nel settore dell’energia, ma la vera compatibilità economica euro-russa (indispensabile per lo spazio comune) è data non solo dalla modernizzazione e dalla trasformazione dell’economia russa, ma pure dalla sua «eurovazione». Questo obiettivo potrà essere realizzato se la Russia adotterà unilateralmente, e a sue spese, l’acquis communitaire dell’Unione. Lo scopo sarebbe duplice: raggiungere la compatibilità economica con quello che è di gran lunga il principale partner commerciale del Paese, e aiutare a stimolare le riforme. Anche se l’idea verrà accettata, la sua adozione dovrà essere altamente selettiva e dovrà concentrarsi all’inizio su quegli aspetti che potrebbero maggiormente aiutare il processo di ricostruzione economica e contribuiranno a una maggiore competitività. E anche se le cose funzionassero in modo soddisfacente, il progetto di costruire uno spazio economico comune richiederà decenni (almeno due) e non solo qualche anno.
Il concetto di spazio comune è stato proposto in altri settori, oltre all’economia. Allentare e alla fine abolire i controlli per creare uno spazio umanitario comune, che i russi invocano con forza, richiederà grandi cambiamenti nella politica russa dell’immigrazione e nei controlli alle frontiere, nel sistema interno di polizia, eccetera. Una drastica riduzione del livello di corruzione dei funzionari sarà necessaria per concedere ai cittadini russi un più libero accesso a «Schengenland». Tuttavia, anche assumendo che le autorità russe riescano a mettere ordine all’interno, non v’è alcuna garanzia che la politica dell’immigrazione dell’Unione europea diverrà meno restrittiva. La grande forbice sociale tra l’Ue e la Russia, la differenza dei salari e del tenore di vita continueranno a spingere l’Ue a non abbassare la guardia contro la migrazione economica dall’Est.
Nel campo della sicurezza in senso tradizionale, entrambe le parti sono impegnate in una graduale demilitarizzazione delle relazioni e nella creazione di una più tranquilla comunità della sicurezza, che potrebbe alla fin fine garantire una pace stabile in Europa. Fin dalla crisi del Kosovo nel 1999, Mosca ha grandemente ridimensionato la «minaccia dell’Occidente». In primo luogo, perché i timori di un’ «aggressione in stile balcanico alla Russia» (la Jugoslavia oggi, la Russia domani) sono stati sostituiti dalla minaccia reale dell’estremismo islamico e del terrorismo (la Cecenia oggi, il resto del Caucaso e dell’Asia centrale domani). Poi perché l’evoluzione degli Stati Uniti, dell’Unione europea, e dei loro rapporti dopo l’11 settembre è sfociata in una vera trasformazione dell’Alleanza atlantica, ormai lontana dalla propria missione di rispondere alla guerra fredda. Terzo, e più importante, perché l’agenda di modernizzazione di Vladimir Putin richiede strette relazioni economiche, ma anche politiche, sia con gli Usa, sia con l’Ue. Quindi la Nato, a prescindere dal suo allargamento agli Stati baltici, è oggi considerata un utile partner e, in vista di un accordo con la Russia, un pilastro centrale della sicurezza europea.
Al contrario della Nato, la Russia non ha mai visto l’Unione europea come un potenziale avversario. L’allargamento dell’Ue per inglobare gli ex satelliti di Mosca è stato accettato e addirittura è stato accolto come un passo verso la stabilità. In linea di principio, la Russia sarebbe felice se l’Unione giocasse un ruolo più forte sullo scacchiere internazionale, ponendo alcuni vincoli alle tendenze unilateraliste americane. Ciò nonostante, vi sono alcuni caveat. Per quanto i Paesi dell’Ue e la Russia siano ampiamente d’accordo su cosa costituisca una minaccia all’inizio del Ventunesimo secolo e, nella maggior parte dei casi, siano d’accordo sui modi di affrontare queste minacce (e concordino, per giunta, che l’approccio dell’amministrazione Bush è troppo rischioso), vi sono importanti differenze. Tutti i membri dell’Ue, a vario grado, trovano il modo in cui la Russia tratta la Cecenia inaccettabile per ragioni umanitarie. Se la Russia dovesse lanciare una missione al di là del confine con la Georgia, che sia all’inseguimento di gruppi ribelli oppure nel tentativo di eliminare basi di terroristi, probabilmente l’Europa ne condannerebbe il comportamento.
La situazione della Georgia è gravida di altri problemi. L’èra di Edward Shevardnadze, a capo del Paese dal 1992, sta volgendo al termine. V’è una seria possibilità che le ripercussioni della sua scomparsa e l’assenza di un erede designato catapultino la Georgia in uno stato fallimentare. La Russia, col suo sostegno alle enclave separatiste di Abkhazia e Ossetia del Nord e con proprie truppe tuttora schierate sul suolo della Georgia, sarà senz’altro coinvolta nelle lotte per la successione. L’élite politica della Georgia, ferocemente anti-russa, protesterà presso gli Usa e l’Ue contro questa interferenza neo-imperialista. Se l’esercito o i servizi di sicurezza russi dovessero portare a Mosca le redini della Georgia, vi sarebbe un serio problema di confronto politico con l’Occidente.
Altrove sul Caucaso meridionale, se la situazione politica dell’Azerbaijan fosse destabilizzata dalla scomparsa di Heydar Aliev, al potere dal 1993, la tregua del Karabakh, che per ora sta reggendo, potrebbe rompersi, calando la Russia e l’Occidente nelle vesti non tanto dei pacificatori, quanto dei competitori. Più importante, vi sono all’orizzonte tensioni geopolitiche. Man mano che l’Unione europea si prepara a espandersi verso l’Europa centrale e il Baltico, la Russia sta seriamente considerando la creazione di uno spazio economico comune con Bielorussia, Kazakhstan e Ucraina. Naturalmente, i tentativi di Mosca di creare un’integrazione politica ed economica attraverso la Csi (Confederazione degli Stati indipendenti) hanno avuto una lunga e triste storia. La stessa Csi, i patti e le unioni economiche e militari sono stati largamente depennati come irrilevanti. Potrebbe non essere così in futuro. Paradossalmente, più la Russia verrà riformata e avrà successo, più sarà probabile che essa si comporti da polo d’attrazione economica nei confronti dei vicini ex sovietici, e maggiore sarà la probabilità d’assistere per la prima volta a una competizione euro-russa.
Il Kazakhstan può essere un ponte troppo lontano, visto da Bruxelles, ma la Bielorussia e l’Ucraina non lo sono affatto, specie se vi si guarda dalla Polonia, futuro membro dell’Ue. In Bielorussia, l’autocrate Lukashenko, una persona non grata nell’Ue, che afferma di essere il più grande sostenitore dell’unificazione con la Russia, è in realtà il maggiore ostacolo a tale fusione. Per contro, la comunità degli uomini d’affari russi e il governo hanno recentemente caldeggiato un’unificazione analoga a quella delle due Germanie. Quando Lukashenko se ne andrà senza che nessuno lo rimpianga, è più probabile che gli succeda un tecnocrate desideroso di aprire il Paese alle imprese russe, anziché un nazionalista che tenterebbe di voltare la Bielorussia a Ovest. In ogni caso, il futuro della Bielorussia diventerà una questione non solo di Minsk e Mosca.
L’Ucraina è, naturalmente, un altro paio di maniche. Non v’è alcun piano, alcuna intenzione e alcuna ragione per metterne in dubbio l’indipendenza. L’economia ucraina, ancora largamente irriformata, attira pochi investimenti occidentali, ma sta diventando sempre più interessante per gli imprenditori russi, sempre più forti e fiduciosi. Il denaro russo è arrivato sul Dniepr, vi resterà e sarà produttivo. Alcuni ucraini e molti polacchi si lamentano pubblicamente dell’espansione economica della Russia. Tuttavia, si può fare ben poco a questo proposito. I politici ucraini di ogni colore continueranno a giocare al bilancino con l’Est e l’Ovest, assicurando così che l’Ucraina rimarrà un premio ambito da tutti, ma conquistato da nessuno. Finché il gioco starà alle regole, non vi saranno problemi. Se qualcuno dovesse decidere che le regole vanno cambiate e il gioco è finito, saranno guai.
Attualmente, la relazione euro-russa non è particolarmente intensa. Sia l’Unione, sia la Russia sono impegnate su obiettivi interni. Probabilmente le cose cambieranno nel medio e, di certo, nel lungo termine, dacché la Russia probabilmente crescerà più forte e fiduciosa e l’Ue deciderà cosa fare da grande.
Verso una conclusione: l’Europa non basta. Riassumendo: la Russia non è più l’ «Eurasia», nel senso di un impero autocratico. È ai primi passi di un viaggio lungo e difficile per diventare moderna, cioè più «occidentale» ed «europea». E ha ragionevoli possibilità di farcela, ancorché nel lunghissimo termine. Anche se diventasse progressivamente più «europea», l’unico strumento che, a conti fatti, potrà agevolarne la modernizzazione, cioè l’ingresso nell’Unione europea, non sarà a portata di mano. Alla meglio, la Russia potrà sperare di integrarsi con l’Unione (attraverso molteplici «spazi comuni»), ma non all’interno di essa. Questo solleva l’importante problema, pratico e teorico, di ancorare un grande Paese a una più ampia comunità internazionale (chiamiamola Occidente allargato) senza un’integrazione istituzionale. L’Unione europea può giocare un ruolo importante, ma i suoi legami con la sola Russia non sono sufficienti. È urgente che i leader del G8 trovino soluzioni fresche. Si potrebbe sperare che gli Stati Uniti, in particolare, traggano beneficio per se stessi e per l’intero mondo che oggi dominano, individuando una speciale relazione con la Russia sui temi della sicurezza e dell’energia. Questa potrebbe diventare una delle pietre angolari d’un sistema mondiale sostenibile. Il Giappone, da parte sua, farebbe il proprio stesso interesse se si avviasse a divenire il «partner nella modernizzazione» della Russia dove essa ne ha più bisogno, nel lontano Oriente e in Siberia. Dopo tutto, la giusta descrizione politico-geografica della Russia sarebbe quella di un Paese euro-pacifico. Non preoccupiamoci: non v’è rischio che la Russia abbandoni l’Europa per l’«Eurasia». L’obiettivo fa già parte della storia. Quando i russi pensano all’ «Europa», essi pensano al tipo di Paese che vogliono diventare. Quando l’Ue prende la Russia sul serio, è probabile che questo sia il ruolo che quest’ultima vorrà giocare sullo scacchiere internazionale.
(Traduzione dall’inglese di Carlo Stagnaro)