
Richard Perle è una delle più influenti voci a Washington nel campo della politica estera e di sicurezza degli Stati Uniti. Pur non essendo formalmente membro dell’amministrazione Bush, è consigliere del Defense policy board, resident fellow presso l’American enterprise institute, ed ex assistant secretary della difesa per la politica internazionale di sicurezza.
Gli Stati Uniti oggi possiedono una strategia o una posizione internazionale coerenti nei confronti del resto del mondo? Se mi avesse posto questa domanda prima dell’11 settembre 2001, avrei dato una risposta molto diversa. Dall’11 settembre, la risposta è che la strategia americana è dominata dalla preoccupazione che esiste una comunità di organizzazioni terroristiche che oltrepassa Al Qaeda e include altri gruppi che aspirano a danneggiare gli Stati Uniti in modo ancor più profondo. Oggi la priorità assoluta della strategia internazionale di questa amministrazione – ma a mio avviso sarebbe la priorità di qualsiasi altra amministrazione, anche democratica – è la mobilitazione contro la minaccia terroristica. Sulla base dei dati di intelligence ottenuti in Afghanistan, degli interrogatori di prigionieri afghani e di altri servizi, v’è un ampio accordo sul fatto che Al Qaeda e altre organizzazioni a essa collegate potrebbero utilizzare armi biologiche, nucleari o chimiche allo scopo di uccidere centinaia di migliaia di americani. Dunque, questo è ciò che ha plasmato l’obiettivo americano – l’eliminazione o la riduzione di questa minaccia. La strategia per realizzare questo obiettivo cambia continuamente a seconda delle circostanze. Che io sappia non esiste un disegno globale, ma esiste una preoccupazione soverchiante, e tutto ciò che stiamo facendo è adesso concepito e posto in essere sulla base di questa preoccupazione.
L’amministrazione Clinton aveva affermato che il suo obiettivo era «l’allargamento democratico» nel mondo. Non fa anche questo aspetto parte della strategia per affrontare il terrorismo? Molti nell’amministrazione sono convinti che le democrazie non scatenano guerre di aggressione, e per questa ragione, oltre al desiderio di vedere la diffusione dei nostri valori, è naturale che preferiamo i regimi democratici e che faremo tutto quello che possiamo per incoraggiarli. Io penso tuttavia che qui vi sia un malinteso. Sento spesso ripetere che l’amministrazione Bush è dominata dal pensiero neoconservatore e che i neoconservatori considerano la democratizzazione come una panacea per tutti i mali del mondo. A mio avviso ciò è errato, tanto nell’idea che la politica americana sia dominata da un unico gruppo di persone che nella convinzione per cui i neoconservatori - che hanno sì una certa influenza all’interno dell’amministrazione - propugnino un punto di vista irrazionale e ingenuo come quello per cui la sola democratizzazione, anche attraverso la forza, è in grado di risolvere tutti i problemi del mondo.
Chi sono realmente questi neoconservatori?
Prima che il termine neoconservatori facesse la sua comparsa, coloro che adesso vengono così chiamati sarebbero stati considerati dei liberali classici, che credono nelle istituzioni politiche liberali, nei diritti e nelle libertà individuali; soprattutto, persone fedeli alle libertà sancite dal Primo emendamento, come la libertà di parola e di stampa, e che credono nel libero mercato, perché questo assicura la massima efficienza nell’allocazione delle risorse, e quindi le prospettive migliori per la crescita economica, la prosperità e il benessere. L’idea che ciò sia una nuova concezione è alquanto errata, naturalmente. Alcuni di quelli che vengono considerati neoconservatori, o che si definirebbero tali, un tempo si sarebbero definiti di sinistra. Penso a Norman Podhoretz (Norman Podhoretz è stato a lungo il noto direttore della rivista Commentary, il giornale più spiccatamente neoconservatore, e l’intellettuale co-fondatore del neoconservatorismo assieme a Irving Kristol, altro importante direttore).
Quali sono i membri dell’amministrazione Bush che lei definirebbe neoconservatori? Se si caratterizzano i neoconservatori nel modo in cui l’ho fatto io, cioè gente che crede nelle istituzioni democratiche e nel libero mercato, allora il maggior esponente neoconservatore dell’amministrazione è lo stesso presidente. Ammetto che è una definizione sintetica e approssimativa della filosofia del presidente, ma credo che sia abbastanza corretta. Potrebbe applicarsi ai maggiori funzionari governativi, quanto meno al segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, al vicepresidente Dick Cheney, e direi a gran parte dei funzionari più importanti dell’amministrazione.
Il presidente Bush però non si definisce un neoconservatore No, e pochissime persone lo fanno, perché il termine creato da Irving Kristol si riferiva a persone la cui filosofia politica si era evoluta dalla sinistra a questa peculiare visione che enfatizza il libero mercato e le istituzioni democratiche. L’evoluzione partiva da una posizione molto più corporativista e statalista, in cui praticamente si accettava un sostanzioso interventismo statale in economia e nelle vite dei cittadini, come avviene in quasi tutti i Paesi europei.
Molti europei credono anche che i neoconservatori siano più propensi di altri a usare la forza per affermare gli interessi dell’America nel mondo. Sì, ma credo che sia solo una coincidenza. L’amministrazione Clinton dovette affrontare delle minacce, e ignorò in maniera alquanto sistematica le sfide cui si sarebbe potuto appropriatamente rispondere con la forza, perché il sostrato intellettuale della sua amministrazione poneva un’enorme enfasi sulle istituzioni internazionali e aveva grande fiducia nella capacità delle istituzioni internazionali di risolvere problemi come il disordine in Jugoslavia o i problemi posti da Stati canaglia come l’Iraq, la Corea del Nord e l’Iran, o da organizzazioni terroristiche. Per questo, durante gli otto anni dell’amministrazione Clinton non si fece quasi nulla in risposta alle minacce che crescevano col passare del tempo. L’11 settembre fu soltanto il culmine di attacchi terroristici che furono largamente invendicati. Ogni tanto si faceva qualche debole sforzo di natura soprattutto simbolica – una manciata di missili Cruise lanciati contro un palazzo nel cuore della notte, come il famoso bombardamento della fabbrica in Sudan – e ci fu la frettolosa ritirata da Mogadiscio e l’imbarazzo all’inizio della questione di Haiti (quando una forza di sbarco americana disarmata fece marcia indietro appena vide dimostranti armati sulla banchina di Port-au-Prince). Questi episodi dimostrarono chiaramente che quell’amministrazione non avrebbe potuto affrontare situazioni difficili, e alla fine decise di far finta che di situazioni difficili non ce ne fossero. Così Saddam Hussein, per esempio, potè espellere gli ispettori dall’Iraq e l’amministrazione Clinton annunciò che non era accettabile, sganciò qualche bomba, e poi lo accettò.
La politica estera dell’amministrazione Bush si è chiaramente evoluta rispetto agli inizi, soprattutto, per esempio, se si pensa a come il presidente Bush avesse escluso un qualsiasi coinvolgimento dell’America nel «nation building» durante le elezioni presidenziali del 2000. Non ci sono forse stati dei cambiamenti di rilievo nel modo in cui l’amministrazione concepisce il ruolo dell’America nel mondo e i suoi interessi fondamentali – e non solo per l’11 settembre? Che ci sia stata una evoluzione sostanziale , accelerata grandemente dall’11 settembre, non v’è dubbio. Io ritengo che l’amministrazione si sarebbe evoluta in questa direzione in ogni caso, ma di certo ciò è avvenuto molto più rapidamente in seguito all’11 settembre. L’ironia dell’attuale dibattito politico sul neoconservatorismo è che i suoi critici lo descrivono come una prospettiva impregnata di ideologia, e spesso la mettono in contrasto con il pragmatismo della posizione dei liberali americani, se così si possono chiamare. In realtà, è la visione neoconservatrice a essere pragmatica, perché è una risposta a una situazione reale: è una risposta a regimi che invadono i loro vicini; è una risposta ad atti di violenza contro gli Stati Uniti e i loro amici e alleati, ed è quanto di più pragmatico si possa avere. Il neoconservatorismo, fondamentalmente, afferma che se là fuori qualcuno cerca di ucciderti, faresti meglio a proteggerti e a non far finta che non esista un problema. Un problema esiste, eccome.
Molti europei non credono che esista un problema così grosso, e adesso si fa un gran parlare di interessi e valori divergenti tra le due sponde dell’Atlantico. Tali differenze esistono davvero, o si possono individuare interessi e valori comuni, condivisi da Europa e America? Gli interessi comuni sono enormi, inclusi proprio quelli che sono i cardini del pensiero neoconservatore o, se si vuole, le preoccupazioni dell’amministrazione Bush – la sicurezza di fronte al terrore, mercati che promuovano la crescita economica, la stabilizzazione di aree instabili che hanno prodotto guerre e conflitti, come il Medio Oriente. È sorprendente quanto tali valori siano simili per entrambe le sponde dell’Atlantico.
Insomma, oggi la maggior parte dei valori e degli interessi di americani ed europei praticamente coincidono? Credo siano fondamentalmente uguali, pur esistendo alcune differenze, per esempio sul ruolo dello Stato in economia- e qui sarà la storia economica a giudicare quale sistema produce la ricchezza complessiva maggiore, e quale sistema assicura la distribuzione ottimale della ricchezza che produce.
Non v’è forse anche una differenza tra Europa e America in merito alla questione della governance mondiale? Sul modo in cui il mondo dovrebbe essere organizzato nel Ventunesimo secolo, e su quanto dovrebbe essere regolato da trattati, corti internazionali e accordi multilaterali, come il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici? Sì. La differenza è tra il pragmatismo e l’idealismo ingenuo. Se gli europei credono che saranno protetti dagli accordi internazionali, farebbero meglio a ripassare la storia degli accordi internazionali. Che si parli della Società delle nazioni o degli accordi sulle armi nucleari e biologiche, il fatto è che gli Stati di cui ci preoccupiamo di più non potrebbero essere più disinteressati alle leggi internazionali. Essi firmeranno i trattati se ritengono che è loro interesse; e se ritengono è loro interesse, li violeranno. E talvolta li firmeranno con l’intenzione di violarne le regole, perché i trattati nella realtà assicurano benefici e in taluni casi, senza volerlo, promuovono proprio ciò che volevano scoraggiare.
Può fare un esempio? L’Iraq, per esempio, ha aderito al Trattato di non proliferazione, ed è divenuto un membro dell’Aiea. E cosa significa questo per l’Iraq? Significa che Saddam Hussein conosceva i metodi di ispezione dell’Aiea per assicurare che gli Stati non posseggano programmi nucleari segreti, e in tal modo era in grado di sventare quelle tecniche di ispezione, che è esattamente ciò che ha fatto. In breve, il programma nucleare iracheno, che senza la guerra del Golfo del 1991 sarebbe stato completato, è stato agevolato dall’appartenenza dell’Iraq all’Aiea.
Molti europei si lamentano del fatto che gli Stati Uniti del presidente Bush agiscono in modo troppo unilaterale. Innanzitutto, questo accade di rado. Se si utilizza il termine nel suo senso letterale, praticamente non è mai successo che gli Stati Uniti fossero del tutto soli. Ho visto usare il termine «unilaterale» all’inizio e durante la guerra in Iraq come se la Gran Bretagna, l’Italia e i 50 Paesi che ci hanno appoggiato non esistessero. La nostra azione non è stata affatto unilaterale. A volte ho l’impressione che il cancelliere tedesco e il presidente francese pensino che «unilaterale» vuol dire qualsiasi combinazione di Stati che non includa la Francia e la Germania. Additano una situazione che in realtà non esiste. Non v’era traccia di unilateralismo nell’azione americana in Iraq – e nemmeno per quanto riguarda Kyoto. Il Protocollo di Kyoto non è stato sottoscritto dal mondo intero e non è stato implementato dal mondo intero. Per ciò che è del Tribunale penale internazionale (Tpi), la Francia è riuscita a strappare per se stessa una protezione settennale – l’ipocrisia francese è incredibile a questo proposito. Nazioni importanti come la Cina, il Pakistan e l’India non hanno aderito al Tpi. E in ogni modo, la questione del Tpi ha a che fare con il ruolo che la comunità internazionale vuole che gli Usa abbiano nel mondo. Non ci possono chiedere di andare ovunque, di risolvere i problemi altrui e di agire come i poliziotti del mondo, e poi con un voltafaccia dirci che se lo facciamo possiamo essere messi sotto processo.
Nel lontano 1973, durante il cosiddetto «anno dell’Europa», il segretario di Stato americano Henry Kissinger vedeva gli Stati Uniti come una potenza globale e strategica e l’Europa come una potenza economica regionale. Questo è stato un leitmotiv della politica americana praticamente fino ai nostri giorni. Adesso però la Nato e l’Unione europea si stanno allargando all’Europa centrale e orientale e molti europei vogliono che diventi in qualche modo un partner strategico degli Stati Uniti. Che ne pensa l’America? L’idea dell’Europa come partner è benvenuta. Ciò che alcuni di noi non apprezzano è l’idea di Europa come «contrappeso» - esattamente l’opposto di ciò che ci attenderebbe da una partnership. Non puoi propormi «vuoi essere mio partner» perché poi il tuo ruolo sia di opporti a quello che faccio io in modo che io non possa perseguire i miei interessi per come ritengo vada fatto. Non è una base per una partnership. Questo è il discorso confuso di Chris Patten (Commissario europeo alle relazioni estere), che egli ripete praticamente tutte le volte in cui si trova di fronte a un microfono. Dice che gli Stati Uniti devono decidere se vogliono o no un partner, e poi propone come base per la partnership il fatto che l’Europa funga da contrappeso.
In che modo l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale nella Nato e nell’Ue influenzerà le relazioni tra Europa e Usa? Penso che i nuovi membri rafforzeranno l’Alleanza. Hanno vissuto in una condizione che la Nato grazie a Dio è riuscita a evitare, la dominazione da parte di una potente forza occupante, e per questo comprendono bene la necessità di essere forti; di conseguenza, sono molto simpatetici con gli Stati Uniti. La simpatia è molto minore da parte dei comodi europei che non hanno provato quella esperienza. Nell’ambito Nato, ritengo sia uno sviluppo molto positivo. Nel contesto Ue, resta da vedere. Sembra che almeno la Francia e la Germania siano pronte a usare il loro potere economico, e il potere di sottrarre fondi ai nuovi membri, allo scopo di obbligarli ad appoggiare le loro preferenze politiche. Non so se funzionerà o meno. Ma sicuramente molti di loro hanno subìto la minaccia per cui se non appoggeranno la politica estera comune - vale a dire una politica fatta dal ministero degli Esteri francese implementata con il potere economico tedesco - avranno difficoltà o a entrare nell’Unione europea, o nei loro rapporti con essa. I Paesi dell’Europa centrale e orientale si opporranno al ricatto. Non so se ci riusciranno. Ma certamente non hanno interesse a subire i diktat di Francia e Germania.
Molti europei, specie in Francia e Germania, affermano che l’attuale amministrazione Usa sta cercando di dividere l’Europa, l’accusano di essere ostile all’integrazione europea e di cercare di sabotare l’Unione europea. Non so cosa significhi sabotare l’Unione europea. Noi vorremmo un’Unione europea che si considerasse partner degli Usa, che si unisse a noi in quelle azioni che costituiscono delle risposte a preoccupazioni comuni, e non vorremmo avere un’Unione europea che ci contrasta rendendo la nostra difesa contro il terrorismo più difficile. Ma di certo non abbiamo alcun desiderio di danneggiare e ritardare il processo di unificazione dell’Europa. Gli Stati Uniti sono stati a lungo sostenitori dell’integrazione europea.
Gli Stati Uniti preferiscono una forma piuttosto che un’altra di integrazione politica europea – federale o confederale, o qualcosa di più simile a un’area di libero scambio dall’apparenza un po’ più pomposa? Il mio punto di vista è che l’Europa avrà più successo e sarà più efficiente se si concentrerà su ciò che può essere realizzato sulla base di 25 Paesi, e non tenterà di imporre dal centro, da Bruxelles, un insieme di politiche che inevitabilmente non riusciranno a riflettere le condizioni locali. Gli Stati Uniti hanno già vissuto queste problematiche. Ci sono voluti 200 anni, e ancora adesso siamo sempre alla ricerca della corretta relazione tra Stati e comunità e il governo centrale a Washington. Non è facile, nemmeno con una lingua comune e un unico mercato. È ancora più complicato con diversi mercati, che per quanto vengano unificati conservano comunque caratteristiche individuali, e con una grande varietà di culture e lingue. Penso che se la Francia e la Germania vogliono decidere a che ora i negozi dovranno chiudere nella periferia di Cracovia tra cinque anni, e se si dovrà lavorare 35 o 40 ore a settimana, si cacceranno nei guai. Questi requisiti per forza non rifletteranno le condizioni locali e ciò creerà difficoltà. Non mi è stato chiesto un consiglio, ma sarebbe di stare attenti a imporre una volontà centrale a una grande diversità di culture ed esperienze.
L’Europa vuole giocare un ruolo più globale, avvicinando la Russia all’Unione europea e contribuendo all’elaborazione delle politiche per la Cina e il Medio Oriente e altre questioni globali. Sarebbe bene che lo facesse, o dovrebbe piuttosto rimanere entro il suo ambito? Un maggior coinvolgimento europeo nel mondo, in maniere costruttive e utili, sarebbe un’ottima cosa. Nel Medio Oriente, per esempio, la preoccupazione principale della politica europea è stata di firmare assegni per Yasser Arafat, che ha guidato una Autorità palestinese corrotta che non ha avuto alcun interesse per la pace, e ha usato il suo potere economico per assicurare che nessun leader palestinese fosse interessato alla pace. Questo non è stato certo un ruolo costruttivo.
Quindi, il tentativo dell’Europa di giocare un ruolo più ampio e di sviluppare una politica estera e di sicurezza comune di per sé non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti? L’Europa è una fabbrica di politiche, e ciò che conta è quello che produce. Può produrre politiche benigne o cattive – per l’America come per il mondo. E, va da sé, la nostra speranza è che produca politiche che riflettono i nostri interessi e valori, così come gli interessi e i valori dell’Unione europea – qualunque sia la sua forma.
(Traduzione dall’inglese di Mario Rimini)