
Quest’ ultimo gioiello di John Keegan, uno dei massimi storici militari contemporanei, analizza in quattrocento pagine di agile prosa alcuni episodi bellici esemplari degli ultimi duecento anni per distillarne precetti paradigmatici sul ruolo e l’impatto dell’intelligence nelle diverse tipologie di operazioni militari. Gli episodi riguardano l’inseguimento di Nelson alla flotta francese che sbarcò Napoleone in Egitto, nel 1798, conclusosi con la battaglia di Aboukir; la campagna del generale «Stonewall» Jackson nella Shenandoah Valley nel 1862, durante la Guerra Civile americana; l’epopea oceanica della flotta dell’ammiraglio Von Spee nelle prime fasi della prima guerra mondiale, culminata con la sua distruzione nella battaglia delle Falkland dell’8 dicembre 1914 a opera della Royal Navy; ancora, più vicino a noi, la campagna di Creta nel maggio del 1941; il decisivo scontro aeronavale di Midway del giugno 1942; la battaglia dell’Atlantico fra gli U-Boot dell’ammiraglio Doenitz e le marine anglosassoni (1939 - 1945); la saga delle armi segrete di Hitler, V1 e V2. Completa l’analisi una ricognizione un po’ sommaria sulle vicende della guerra fredda, con uno zoom sulla singolare zuffa anglo-argentina delle Malvine/Falkland, nel 1982. Il rapido accenno finale sulle ultime novità di stagione - la guerra al terrorismo attualmente in corso - costituisce una specie di post scriptum, peraltro molto incisivo.
Gli eventi citati riguardano specifiche applicazioni di intelligence, alle quali corrispondono tre diverse tipologie di esiti: il corretto utilizzo di informazioni sul nemico porta ad affrontare quest’ultimo in termini vantaggiosi (Aboukir, Falkland 1914, Midway, battaglia dell’Atlantico), o rovescia una situazione sfavorevole (Shenandoah), oppure non riesce a evitare per le proprie insegne una sorte negativa dovuta ad altri fattori, interpretativi o decisionali. Ovvero, Creta 1941, la battaglia delle V1 e 2, e la disfatta nel 1939 di una Polonia molto edotta sulle capacità e le intenzioni dell’avversario tedesco, ma incapace di opporvisi efficacemente. Keegan mette in evidenza come siano mutate le sfide dell’intelligence nel corso dei secoli. Al tempo della vela e degli eserciti appiedati la maggiore difficoltà consisteva nell’acquisire tempestivamente le scarne informazioni disponibili sul nemico - ma anche sui luoghi e sulle loro fisicità, orografie, cartografie, venti, maree, corsi d’acqua, potenzialità agricole, etc.- da utilizzare soprattutto sul piano tattico. La strategia era piuttosto semplice: definire la missione, portarsi sul nemico nelle condizioni più favorevoli, sopravvivendo alla fase di trasferimento, e colpire. Nell’era contemporanea il problema principale è diventato quello opposto, riuscire a discriminare, in mezzo a uno smisurato rumore di fondo, le notizie veramente essenziali. Questa ricerca del classico «ago» si verifica puntualmente anche nella lotta al terrorismo dei giorni nostri. A essa si somma anche una peculiare inettitudine dei moderni mezzi informativi - elettronici, satellitari, tlc, criptoanalitici - allo specifico contesto culturale che alimenta la minaccia principale, la multinazionale fondamentalista di Al Qaeda e le varie guerriglie più o meno associate. Per contrastare la quale anche Keegan, come molti altri, auspica la rivalutazione della componente umana dell’intelligence, il cosiddetto HumInt, costituito da una fauna di personaggi antropicamente indistinguibili dai modelli di interesse, padroni dei relativi idiomi e capaci di mimetizzarsi nei più diversi ambiti etnici, guadagnandovi influenza e amicizie. L’archetipo dell’agente anti-fondamentalista diventa il Kim di Ruyard Kipling, con la sua abilità a celare la propria identità albionica facendosi passare all’occorrenza come un corriere musulmano, un valoroso guerriero hindu o il discepolo di un santone buddista. L’assennatezza di tale auspicio trova conferma nelle attuali difficoltà delle forze armate americane ad aver ragione della guerriglia irachena e afghana, nonché della minaccia terroristica globale. Tali difficoltà scaturiscono soprattutto dall’insufficiente disponibilità - dove necessario - delle indispensabili schiere di Kim-equivalenti. Altri professionisti dell’antiterrorismo, come gli israeliani, si trovano in una situazione molto più favorevole, potendo contare su centinaia di migliaia di correligionari espulsi dai Paesi arabi, dall’Iran e dal Pakistan, eccellenti agenti potenziali da infiltrare nei territori nemici. Prendendo spunto dai suoi esempi, Keegan sostiene che anche dove l’intelligence ha avuto successo, essa non è stata mai decisiva. Come recita il titolo del capitolo relativo alla battaglia dell’Atlantico, l’ intelligence è «one factor among many». Questa non essenzialità finisce per diventare il leitmotiv del libro: «In guerra l’intelligence non definisce il cammino della vittoria, qualunque sia la sua qualità…La conoscenza di cosa il nemico può e intende fare non è mai abbastanza solida da mettere al sicuro le proprie fortune, se non si accompagna al potere e alla volontà di resistere, e possibilmente di prevalere». La tesi è circostanziata in modo impeccabile, anche se non convince del tutto. Omette di evidenziare un particolare non secondario: in genere la volontà combattiva, la professionalità, le risorse, il coraggio, lo spirito di sacrificio si accompagnano anche a un’adeguata capacità di intelligence. Chi vince la guerra in genere ha vinto in precedenza la partita dell’intelligence, anche se può perdere qualche altra battaglia. Così è successo sempre. E probabilmente continuerà a succedere a lungo.
John Keegan
Intelligence in War
Hutchinson, London
pagine 443, 25 sterline