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A proposito di Henry (Kissinger)

RISK
di Ludovico Incisa di Camerana
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

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risk3 Il 6 ottobre del 1973, in coincidenza con una festa religiosa ebraica, lo Yom Kippur, con un’offensiva scatenata all’improvviso due Paesi arabi armati dai sovietici sorprendono le forze israeliane: le truppe egiziane riescono, varcando il canale di Suez, a stabilire una testa di ponte nella penisola del Sinai, i blindati siriani entrano profondamente nella zona di frontiera, le alture del Golan. Il 17 ottobre sette Paesi arabi decretano l’embargo petrolifero contro gli Stati Uniti e vari Stati europei, compresa l’Italia, mentre l’Opec (l’Organizzazione degli Stati petroliferi) su proposta dello Scià di Persia, che non ha aderito all’embargo, quadruplica il prezzo del greggio. Si delinea una grande coalizione tra i Paesi di punta del Terzo Mondo e l’Urss, che mira a colpire l’Occidente nel suo punto forte, la ricchezza, costringendolo non solo ad abbandonare Israele al suo destino, ma a rivedere i suoi piani di sviluppo, fino ad allora basati sul mantenimento a basso prezzo delle materie prime e in particolare del petrolio. I Paesi europei reagiscono allo sbando, s’inventano un «dialogo euro-arabo», che si rivelerà un esercizio inutile. L’Italia, il Paese più danneggiato data la dipendenza del suo fabbisogno energetico dalle esportazioni, cercherà di arrangiarsi. Peraltro la coesistenza nel nostro Paese di un fronte filoarabo e di un fronte filoisraeliano impedirà ogni iniziativa seria.
Come già accaduto, l’Europa e l’Italia verranno salvate dagli Stati Uniti. Proprio allora, infatti, «in circostanze particolarmente difficili - come riconoscerà il segretario generale della Farnesina dell’epoca, Roberto Gaja – ebbe inizio la manovra diplomatica di Kissinger, che portò poi all’armistizio arabo-israeliano, alla visita di Sadat a Gerusalemme e agli accordi di Camp David». Ma non solo a questo: l’estromissione dal Medio Oriente indurrà i dirigenti sovietici a cercare nuove zone di espansione in Africa esoprattutto in Asia, scontrandosi con la Cina e trovando uno spinoso e cruento Vietnam in Afghanistan. La pubblicazione in Crisis da parte di Henry Kissinger delle sue registrazioni telefoniche durante la crisi dell’ottobre 1973 chiarisce un disegno geniale, condotto perfettamente a compimento, a onta della sua figura ancora ufficialmente subordinata come consigliere per la Sicurezza nazionale e non ancora segretario di Stato.

L’obbiettivo degli arabi è il ritorno d’Israele nei confini del 1967. L’obbiettivo di Kissinger è quello a lunga scadenza di escutere l’Urss dal Medio Oriente. L’obbiettivo immediato fin dal primo giorno dei combattimenti – lo dirà chiaramente all’ambasciatore sovietico Dobrynin - è quello di prorogare la cessazione del fuoco fino al momento esatto in cui gli israeliani abbiano ricacciato gli eserciti arabi, ma prima che comincino a marciare su Damasco: bisogna cioè ristabilire un equilibrio tra le parti. A tal fine verrà creato un ponte aereo tra gli Stati Uniti e Israele per la fornitura degli armamenti necessari per rimpiazzare l’armamento perduto o mancante. Nel contempo Kissinger blocca il tentativo degli egiziani di ottenere, saltando il Consiglio di sicurezza, direttamente dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite la richiesta della cessazione del fuoco. Svolgendo un’attività intensa, quasi spasmodica, riesce contemporaneamente a tener fronte all’ambasciatore sovietico che appoggia gli arabi, a rassicurare la lobby filoisraeliana del Congresso, che insiste su interventi energici in favore di Israele, a ottenere le armi per Israele dal segretario di Stato alla difesa, Schlesinger, a informare i leader della maggioranza e dell’opposizione al Congresso, a mantenere i contatti con il presidente Nixon, proprio in quei giorni alle prese con l’affare Watergate, che lo coinvolgerà sempre di più, mentre uno scandalo clamoroso provoca le dimissioni del vicepresidente Agnew. In via amichevole Kissinger, che si consulta in via permanente con Golda Meir, Primo ministro d’Israele e con il ministro degli Esteri israeliano Eban, avvia egualmente un dialogo anche con il ministro degli Esteri egiziano Zayyat e infine con lo stesso leader sovietico Breznev, in una rapida visita a Mosca. Intanto il 12 dicembre scatta la controffensiva israeliana. La situazione si capovolge. I carri israeliani avanzano rapidamente in Siria fermandosi volontariamente a trenta chilometri da Damasco. A Sud, le truppe israeliane attraversano il canale di Suez. La capitale egiziana è presto a portata di mano. Le operazioni militari subiscono una pausa dopo l’incontro tra Breznev e Kissinger e una cessazione del fuoco provvisoria che ormai avvantaggia gli israeliani. Ma Breznev accusa Israele di aver violato la tregua il 24 ottobre. Il presidente Sadat domanda come garanzia la presenza di truppe americane e sovietiche. Gli Stati Uniti non ci pensano nemmeno. Breznev è disposto invece a intervenire (sarebbero già state mobilitate sette divisioni di paracadutisti da sbarcare nel Sinai, mentre una squadra navale sovietica si dirige verso Alessandria d’Egitto). Per prevenire la mossa sovietica il governo americano mette le proprie forze armate in uno dei cinque stati d’allarme previsti (i DefCons, abbreviazione di Defense condition) e precisamente il numero III, il massimo quando non si considera ancora la possibilità di una guerra. Si adottano anche misure supplementari con un concentramento della flotta nel Mediterraneo orientale. Quanta basta per indurre Sadat a ritirare la propria richiesta e per indurre Breznev a rinunciare a un’azione unilaterale perdendo la faccia. L’obiettivo strategico che Kissinger si era proposto è raggiunto: facendo perno su un nuovo alleato, la maggiore potenza militare dell’area, l’Egitto, strappato all’influenza sovietica, gli Stati Uniti manterranno una solida egemonia nel Medio Oriente, egemonia che non verrà intaccata dall’insuccesso in un’altra area, il Vietnam, dove Kissinger, come documenta in questo volume, realizza più un’operazione di sganciamento anziché di ricupero.
E l’Europa? Nelle 417 pagine dedicate alla crisi del Medio Oriente non ci sono accenni a Paesi e personaggi europei, salvo l’inglese Lord Cromer, rappresentante inglese all’Onu. Anche la presenza del segretario generale dell’Onu, l’austriaco Waldheim, è sfocata. In realtà, più che la sorte del Medio Oriente, è lo choc petrolifero a scombussolare gli europei con un generale e penoso «si salvi chi può» che si prolungherà per tutti gli anni Settanta, con la delega ancora una volta all’America della difesa di interessi vitali.

Henry Kissinger
Crisis. The anatomy of Two Major
Foreign Policy Crises

Simon & Schuster,
pagine 564, 30 dollari

 

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