archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

La prima volta dei marines

RISK
di Virgilio Ilari e Francesca Ceriani
risk n.3 - Febbraio - Maggio 2004

Torna al sommario
risk3 Pur ricordata tra le glorie dei marines, la prima guerra combattuta dagli Stati Uniti fu troppo periferica per entrare nell’epopea nazionale. Originata dalla competizione commerciale con l’Inghilterra e la Francia, svoltasi nel Mediterraneo, e con le ciniche regole della Vecchia Europa, l’impresa del 1805 si ridusse a uno spunto per racconti romanzeschi e per un paio di film del 1917 e 1926, che forse influenzarono la decisione del neopresidente Franklin Delano Roosevelt di far pubblicare dall’US Navy i documenti relativi alle US Wars with the Barbary Powers. Non si può escludere, però, che il futuro stratega della Carta atlantica presentisse già nel 1934 il nuovo «destino manifesto» che indirizzava gli Stati Uniti non più verso il Pacifico ma dalla parte opposta. I marines tornarono nel Mediterraneo otto anni dopo, varcando «l’ultima linea globale» – come scrisse Carl Schmitt sulla rivista della Kriegsmarine – ossia la frontiera tra Bene e Male tracciata da Monroe attraverso l’Atlantico; e lo sbarco in Marocco del 1942 dette avvio alla successione americana nell’Impero Britannico, completata sessant’anni dopo con la conquista dell’Iraq. Romanzata da due serial TV, uno siriano del 1989 e uno americano del 1998 e deformata dalle opposte ideologie come prima «guerra arabo-americana» e «scontro di civiltà», la guerra del 1801-05 contro il pasha di Tripoli Yusuf Caramanli fu in realtà un dettaglio del conflitto anglo-francese per la supremazia mondiale, che produsse poi l’inserimento del Nordamerica nel sistema continentale napoleonico (con la vendita della Louisiana agli Stati Uniti) e la guerra anglo-americana del 1812 (a sua volta innestata nella guerra mondiale del 1813-14).
Sconfitta ai punti dalla più vasta coalizione europea mai realizzata, e costretta, col trattato di Parigi del 1783, a riconoscere l’indipendenza delle Tredici colonie, fu proprio l’Inghilterra a rendere inevitabile il riarmo e il primo intervento americano all’estero, da un lato chiudendo i Caraibi al commercio americano e dall’altro lasciandolo alla mercé delle estorsioni praticate nel Mediterraneo dalle flottiglie corsare dei raìs nordafricani. Le Tredici Colonie avevano beneficiato dei vantaggi commerciali che la guerra di corsa praticata dalle «reggenze barbaresche» nominalmente dipendenti dal sultano dava alla Francia e all’Inghilterra, garantite da trattati di pace e capaci di farli rispettare, rispetto ai concorrenti minori, esposti al rischio di cattura o costretti a subire trattati jugulatori. Il commercio mediterraneo aveva perciò acquisito crescente importanza per le colonie americane, tanto che nel 1776 assorbiva 1/6 della farina e 1/4 del riso prodotti, contro 20 mila tonnellate di importazioni (agrumi, olio d’oliva e fichi secchi). Secondo Lord Sheffield, poiché gli americani non potevano difendersi, «non potevano pretendere di navigare». L’Inghilterra rifiutò la richiesta degli ex-ribelli di continuare a usufruire della sua protezione e anche i francesi negarono la loro, dando ragione al previdente imperatore del Marocco, che nel 1778 si era guadagnato la gratitudine degli americani riconoscendo per primo la loro indipendenza. I marocchini furono infatti anche i primi a sequestrare, nell’ottobre 1784, una nave americana, e nel 1785 seguì la dichiarazione di guerra algerina. Con un debito di 10 milioni di dollari contro 1 di entrate, nel 1784 gli Stati Uniti avevano dovuto congedare l’esercito e la marina: assertore dell’uso della forza contro gli Stati canaglia, Thomas Jefferson andò a Parigi per promuovere una coalizione delle minori potenze per la tutela armata della libertà di navigazione. Aderì però soltanto Napoli, mentre Spagna, Portogallo e Venezia preferirono fare da sole, bombardando e trattando. John Adams, convinto che la pace costasse meno della guerra, cercò di negoziare da Londra, ma dovette arrendersi di fronte al prezzo esorbitante preteso da marocchini e algerini, al rifiuto delle banche olandesi di concedere nuovi prestiti, al sabotaggio francese e all’esproprio dell’Ordine dei Trinitari, incaricati da Adams di negoziare il riscatto degli ostaggi americani. La liberazione degli ostaggi dovette essere accantonata, ma in cambio di facilitazioni commerciali il Portogallo garantì la scorta armata alle navi americane fino al 1793, quando l’Inghilterra intervenne nella Prima coalizione antifrancese e costrinse i portoghesi ad accordarsi con gli algerini per dedicarsi interamente alla guerra contro la Francia, col vantaggio ulteriore di imporre così al commercio americano un aumento del 50% dei costi di assicurazione e di mettere in crisi l’intera industria cantieristica.
Fu dichiaratamente per salvare i posti di lavoro che i federalisti, guidati da Alexander Hamilton, si convertirono all’uso della forza e il 20 marzo 1794, sconfitta per 50 a 39 voti la linea pacifista sostenuta dai repubblicani di James Madison, il Congresso approvò la costruzione delle prime 6 fregate. La crisi fu però risolta da un accordo commerciale con l’Inghilterra a spese della Francia e le navi destinate al Mediterraneo finirono così per essere impiegate in Atlantico nella cosiddetta Quasi-war del 1796-99 contro i corsari francesi. A trarne beneficio fu il bey di Algeri, il quale, avendo letto su un giornale spagnolo che le esportazioni americane nel Mediterraneo ammontavano a 25 milioni di dollari, elevò le sue pretese a un decimo di tale somma (2,5 milioni). Alla fine spuntò un impegno complessivo di 1 milione di dollari, in gran parte in forniture militari e navali, contro i 107 mila ottenuti nel 1796 dal bey di Tunisi e i 56.486 dal pasha di Tripoli. Il costo dei trattati di pace e amicizia fu coperto da obbligazioni emesse dalla banca nazionale americana sul mercato europeo, mentre le minacce delle reggenze per il ritardo nei pagamenti furono rinviate dall’entrata in guerra del sultano contro la Francia e dall’interesse dei banchieri tunisini e algerini (i fratelli Bacri e l’ebreo Sampson) a servirsi delle navi americane (ora rispettate dai corsari francesi) per continuare i loro traffici con l’Europa.
Eletto presidente il 4 marzo 1801 con un programma di riduzione delle spese e delle tasse, Jefferson dovette subito confrontarsi con un nuovo ultimatum del pasha di Tripoli Yusuf Caramanli, sdegnato di non aver ancora ricevuto le navi e le armi che gli Stati Uniti gli avevano promesso e che avevano invece consegnato agli algerini. Forzando la Costituzione, che riservava al Congresso la dichiarazione di guerra, ma appoggiato dal segretario di Stato Madison, divenuto ora sostenitore dell’uso della forza, il 15 maggio Jefferson decise l’invio di una squadra di tre fregate e una goletta al comando del commodoro Richard Dale, autorizzato ad aprire il fuoco solo se attaccato. Il 30 giugno Dale raggiunse Gibilterra, dove tentò invano di catturare con l’inganno l’ammiraglio tripolino Murad Rais (un rinnegato scozzese che odiava gli americani). Il primo agosto la squadra ebbe il battesimo del fuoco con un corsaro tripolino e lasciò poi la goletta davanti Tripoli, già bloccata da tre fregate svedesi. Dopo aver inviato un’altra fregata di rinforzo, l’8 dicembre Jefferson si rivolse finalmente al Congresso, che il 6 febbraio 1802 approvò l’invio di altre cinque fregate al comando del commodoro Richard Valentine Morris, appartenente a un’influente famiglia federalista e scelto per ragioni politiche. La seconda squadra salpò in maggio, proprio mentre l’unica fregata lasciata di blocco era attaccata dalle cannoniere tripoline e salvata dagli svedesi. Il 17 giugno altre tre cannoniere forzarono il blocco, catturarono un brigantino americano, lo vendettero ad Algeri e tornarono a Tripoli con un po’ di ostaggi da usare come scudi umani. Il 2 ottobre, con la mediazione del console francese, Yusuf firmò il trattato con gli svedesi, che tolsero il blocco.
Impiegate per scorta e pattugliamento anticorsari, le fregate americane erano a Livorno, mentre a bloccare Tripoli rimase la sola goletta, che il 17 gennaio 1803 catturò un brigantino tunisino. Accorso a Tunisi con 2 fregate, Morris riuscì a placare l’ira del bey concordando di rimettere la questione al tribunale maltese e in primavera riprese il blocco a Tripoli, catturando una nave marocchina carica di armi, bombardando le batterie del porto, effettuando una rapida incursione a terra e subendo più danni dal «fuoco amico» degli inesperti marinai americani che dalle cannoniere nemiche. Finalmente, sotto la minaccia di un intervento francese, Yusuf accettò di concordare una tregua e il 26 giugno Morris tolse il blocco e fece vela per l’America (dove fu sottoposto a corte marziale e giudicato «incapace di servire»).
In luglio partì una terza squadra di due fregate e cinque golette al comando del commodoro Edward Preble, la cui prima impresa fu la cattura di una nave marocchina, seguita il 6 ottobre da una dimostrazione a Tangeri per costringere il reggente a incassare l’affronto e rinnovare il trattato. Lo stesso giorno altre due fregate americane ripresero il blocco di Tripoli, ma il 31, durante l’inseguimento di uno sciabecco, la Philadelphia finì su uno scoglio e il comandante Bainbridge si arrese senza combattere. La notizia della cattura di una fregata con 307 marinai fece impressione in Europa e suscitò un’ondata di indignazione e di patriottismo in America, proprio quando Jefferson e Madison, esaurite le risorse finanziarie, si erano rassegnati ad accettare le mediazioni offerte dagli Stati europei e a subire le condizioni di Yusuf. Il 24 marzo 1804 il Congresso approvò il Mediterranean fund, una tassa del 2,5 per cento sul valore aggiunto del commercio per finanziare la quarta spedizione navale, comandata dal commodoro Sam Barron, con quattro fregate, un rifornitore e 40 marines. Nel frattempo Preble aveva approfittato del sostegno offertogli dal re delle Due Sicilie, basando la squadra a Siracusa. Non mancarono però problemi e incidenti: per completare l’equipaggio, una fregata arrivò a sequestrare la banda del Reggimento Valdemone salita a bordo per un concerto, mentre gli americani lamentarono ogni genere di truffe da parte dei siracusani. I franco-italiani, che allora occupavano militarmente la Puglia, inviarono armi e rifornimenti a Yusuf e loro agenti sabotarono le munizioni della squadra americana depositate a Siracusa. Grazie alle informazioni che Bainbridge riusciva a far pervenire da Tripoli e alla perizia del pilota palermitano Salvatore Catalano (poi divenuto capitano di vascello dell’US Navy) il 16 febbraio 1804 il tenente Stephen Decatur riuscì a entrare nel porto usando una nave tripolina catturata e alzando bandiera britannica, e a distruggere la Philadelphia. I fondali di Tripoli erano però troppo bassi per consentire alle fregate di avvicinarsi a distanza utile per il bombardamento: occorrevano le unità sottili di cui era dotata la marina borbonica e re Ferdinando ne concesse a nolo dieci (8 cannoniere e 2 bombardieri) con 96 marinai. Furono proprio queste a conseguire l’unica vera vittoria americana: il 3 agosto attaccarono il porto, infliggendo a Yusuf la perdita di sei navi (tre affondate e tre catturate) e 122 uomini contro 13 americani e siciliani. I successivi attacchi del 7 e 24 agosto e del 3 e 4 settembre furono meno fortunati: saltarono in aria una delle cannoniere siciliane e un brulotto americano. Il 10 settembre Preble passò le consegne a Barron e tornò in America, accolto come un eroe e salutato da Pio VII con inconsueta esagerazione («ha fatto più lui per la causa della cristianità in poco tempo e con pochi mezzi che le più grandi potenze cristiane nei secoli»).
Pur con qualche scrupolo di coscienza, per ogni evenienza Jefferson aveva affiancato a Barron una «colomba» e un «falco», ossia Tobias Lear, plenipotenziario per concludere la pace con Yusuf, e William Eaton, incaricato invece di rovesciarlo. Segnalatosi per aver negoziato con gli indiani Creek e Cherokee, nel 1799 Eaton era stato nominato console a Tunisi con l’incarico speciale di studiare i modi per sviluppare il commercio americano nel Mediterraneo a danno degli europei, ma, oltre ad aver frustato e fatto espellere dal bey il console francese e ad aver accusato di incompetenza i commodori Dale e Morris, aveva anche svolto in proprio disastrose attività commerciali, e nel marzo 1803 era partito lasciando un debito di 19 mila dollari con le banche tunisine, che il bey aveva poi rinfacciato al commodoro Morris. A Tunisi Eaton aveva conosciuto Hamet Caramanli, fratello di Yusuf, che gli aveva usurpato il trono e gli teneva in ostaggio moglie e figli e nel settembre 1801 aveva proposto a Madison di usarlo per rovesciare Yusuf e stabilire a Tripoli un governo amico degli Stati Uniti. Sia Dale che Morris avevano eccepito l’immoralità dell’ingerenza negli affari interni di un altro Paese, vietata dal diritto internazionale e dalla Costituzione americana, ma nel dicembre 1802 Hamet, convinto da Eaton a rifiutare il governatorato di Derna offertogli da Yusuf, si era rivolto direttamente a Jefferson. Il Congresso ne discusse nel 1803-04 e si fece convincere dalla possibilità di ottenere da Hamet l’estradizione di Yusuf e Murad Rais quali criminali di guerra. Il 26 novembre 1804 Eaton sbarcò in Egitto, dove, con l’aiuto di un avventuriero trentino, Eugenio Leitensdorfer, riuscì finalmente a trovare Hamet, che si era rifugiato presso i mamelucchi ribelli circondati dalle truppe ottomane, e il 23 febbraio 1805 lo impegnò, in cambio dell’aiuto per rovesciare Yusuf, a fare pace perpetua e gratuita e ad accordare agli Stati Uniti e a re Ferdinando (premiato per il generoso sostegno alla causa della democrazia) lo statuto di nazione più favorita, a spese degli altri concorrenti. L’aiuto americano consisteva nel sostegno navale e nel denaro per reclutare 500 mercenari arabi, 40-50 cristiani (inclusi alcuni italiani) e 107 cammelli. Eaton calmò anche gli scrupoli religiosi degli sceicchi spiegando che gli americani erano diversi dagli altri cristiani, perché consentivano a ogni uomo onesto di credere nel suo Dio.
Partita da Alessandria il 6 marzo e rifornita nel Golfo di Bomba dalla nave Argus, la legione arrivò sotto Derna il 25 aprile dopo una marcia punteggiata di ammutinamenti e ricatti incrociati coi riottosi e affamati mercenari arabi, vergognosamente refrattari a ogni ideale democratico. Il 27 Derna fu espugnata con un attacco dal mare e da terra, in cui caddero 17 cristiani, inclusi tre degli otto marines aggregati alla legione di «Yankee Pasha». Il governatore libico si rifugiò tuttavia in una moschea, che gli arabi si rifiutarono di far profanare dai kafiri loro padroni, e da cui poté indirizzare i due falliti contrattacchi sferrati il 13 maggio e il 2 giugno dalla colonna libica accorsa da Tripoli.
Non fu tanto la presa di Derna a impressionare Yusuf (abituato alle rivolte provinciali), quanto la notizia, appresa da un giornale americano recapitato ai suoi ostaggi, della creazione del Mediterranean fund, da cui dedusse che gli americani avevano adesso i soldi per continuare la guerra. Ignorando le pressioni del console spagnolo, che lo incitava a resistere, l’accorto pasha capì che era arrivato il momento di incassare i dividendi della pace e il 3 giugno firmò il trattato, consegnando i prigionieri (cinque si erano «fatti turchi» per sfuggire alla schiavitù: uno, più accorto, capì che gli conveniva restare, mentre altri quattro che abiurarono per tornare in America, sparirono una volta usciti dal palazzo, senza tracce e senza rimpianti). L’11 giugno la Constellation arrivò a Derna con l’ordine di consegnarla ai libici e di prendere a bordo solo Eaton, Hamet e i legionari cristiani. Piantati in asso con un trucco, agli arabi toccò poi subire la scontata vendetta libica.
Finita la guerra, cominciarono le polemiche. Hamet stette buono per un po’, poi cominciò a battere cassa, indirizzando una lettera aperta al Congresso e al popolo americano col testo dell’accordo firmato da Eaton. Jefferson ne negò la validità, essendo contrario al principio di non ingerenza che informava la Costituzione americana e il trattato di pace fu ratificato il 17 aprile 1806. Istigato da Eaton, Hamet eccepì allora la mancata liberazione della sua famiglia, prevista dal trattato di pace. La famiglia fu liberata nell’ottobre 1807, ma Eaton fece ancora in tempo, il 3 novembre, a pronunziare in Senato uno sdegnato discorso sull’etica di governo e sul principio dei pacta servanda, costringendo Jefferson a chiedere l’incriminazione di Lear per avergli nascosto la clausola segreta del trattato di pace che consentiva a Yusuf di ritardare la liberazione per quattro anni a garanzia del buon comportamento del fratello. Nel giugno 1807 Barron salpò di nuovo per il Mediterraneo, ma bastò una fregata inglese per costringerlo a volgere la prora. Gli Stati Uniti aderirono per reazione al sistema continentale napoleonico decretando l’embargo contro l’Inghilterra, prodromo della guerra del 1812. Ottenuti 2.500 dollari a «parziale indennizzo», nel 1809 Hamet accettò finalmente dal fratello il governatorato di Derna, ma nel 1811, coinvolto nella fallita rivolta tribale del Golfo della Sirte, fuggì definitivamente in Egitto. Nell’agosto 1814 Yusuf pagò senza batter ciglio le riparazioni intimategli dai cannoni del commodoro Decatur per l’appoggio dato agli inglesi nel 1812 e perse poi il potere per la rivolta del figlio, che innescò una guerra civile sedata dall’intervento turco, mettendo così fine alla dinastia dei Caramanli. Membro della corte marziale che aveva condannato Barron per il fiasco del 1807, nel 1820 Decatur fu ucciso in duello dal suo ex-comandante.
 

web agency Done Communication